venerdì 8 maggio 2015

VITALIZI: DISPUTE ED OSTRUZIONISMI SENZA VALIDE RAGIONI

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VITALIZI: DISPUTE ED OSTRUZIONISMI SENZA VALIDE RAGIONI (di Michele Ainis)

In Italia le buone notizie sono sempre un intermezzo fra due sciagure e tre disgrazie. Quando ne arriva una, perciò, bisogna salutarla. Ed è lieta quella giunta dalle Camere: stop ai vitalizi per gli ex parlamentari colpevoli di gravi reati. Come nel caso di Dell’Utri (mafia), Negri (terrorismo), Ciarrapico (bancarotta fraudolenta). Ma i casi sono centinaia. Oggi a te, domani a me: meglio non rischiare. Da qui l’ostruzionismo dei partiti, e infatti c’è voluto un anno per timbrare la delibera. Da qui un’estenuante disputa giuridica, anche a costo di trasformare il diritto nel rovescio.
Con quali argomenti?
Primo: serve la legge, non basta una norma regolamentare. Argomento suicida, giacché i vitalizi vennero introdotti proprio dai regolamenti parlamentari. Se questi ultimi non potessero correggerli, significa che non potevano nemmeno istituirli. Cadrebbero perciò tutti i vitalizi, non solo quelli degli ex parlamentari condannati.
Secondo: il vitalizio è una pensione, e la pensione è retribuzione differita. Dunque intangibile, perché deriva dal lavoro. Ma è un lavoro quello dei parlamentari? Se lo fosse, gli assenteisti dovrebbero avere il portafoglio vuoto; invece nel loro caso resta pieno, e non hanno neanche l’obbligo d’inviare un certificato medico per giustificarsi.
Terzo: la perdita del vitalizio è una pena accessoria. Sicché, di nuovo, serve la legge, dato che solo la legge può disporre nuove pene. Ma il vitalizio non è un premio, dunque la sua revoca non è affatto un castigo. Come non è una pena l’ineleggibilità dei condannati in via definitiva, prevista dalla legge Severino, di cui quest’ultima delibera non è che un corollario. L’ha dichiarato espressamente la Consulta (sentenza n. 132 del 2001). Ma lo dichiara la logica, oltre che la giurisprudenza. Perché il vitalizio deriva dall’indennità, l’indennità deriva dall’appartenenza a un’assemblea legislativa, l’appartenenza è subordinata al possesso dei requisiti prescritti dalla Costituzione. Ogni istituto è racchiuso nell’altro, come in un gioco di scatole cinesi. E la scatola maggiore viene disegnata da due norme costituzionali (gli articoli 48 e 54), che pretendono la «dignità» e l’«onore» dei nostri rappresentanti in Parlamento.
Ecco, è esattamente questo il punto decisivo. Chi si macchia di delitti gravi disonora le istituzioni, sicché non può essere rieletto. E suona davvero paradossale che l’indegno di Stato intaschi un mensile dallo Stato. Ora di questo paradosso resta soltanto l’osso. Difatti non perdono il vitalizio i colpevoli di abuso d’ufficio, lo conservano i riabilitati. Da qui le critiche dei tremendisti, che magari taglierebbero le vite, oltre ai vitalizi. Si tratta invece di soluzioni equilibrate. Per chi amministra la cosa pubblica, l’abuso d’ufficio è una sorta di reato professionale, come l’incidente del chirurgo in sala operatoria. E la riabilitazione comprova l’effetto rieducativo della pena, sancito dalla
Costituzione.

Del resto, con questo provvedimento anche il nostro Parlamento si è un po’ riabilitato. Ma c’è voluta la pressione dei 510 mila cittadini che hanno firmato
l’appello di Libera, c’è voluta la tenacia di Grasso e Boldrini, altri due cittadini senza una carriera di partito. Curioso: di questi tempi, tocca ai non politici salvare la politica.

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