venerdì 5 giugno 2015

Cloaca massima

da il manifesto
Secondo atto dell’inchiesta su Mafia Capitale: 44 arresti e 22 indagati. Manager, imprenditori, politici di destra e di sinistra della banda Buzzi-Odevaine coinvolti negli sporchi affari dell’accoglienza: «La mucca deve mangiare». In prima fila esponenti di Fi e del Pd. Renzi balbetta: «Chi ruba paga», il commissario Orfini lascia la playstation e se la prende con i servizi segreti: «Chiederò al Copasir di Carminati». Le opposizioni vogliono le dimissioni del sindaco Marino che replica: «Stiamo cambiando tutto, nessuno della giunta è coinvolto»

Roma comprata e venduta

Mafia capitale. I profili criminali della banda del Nero e la complicità del Rosso per fare affari con immigrati e spazzatura, case e appalti. Ma il tandem Carminati-Buzzi ha trovato il terreno fertile, arato e concimato dai partiti e dall’amministrazione. Consiglieri, cooperative e un fiume di denaro per corrompere. A novembre il processo, si chiarirà anche il reato di mafia
 
Carabinieri in Campidoglio
Forse è mafia, forse no e il dub­bio è più che lecito dal momento che, ove si trat­tasse cer­ta­mente di cri­mi­na­lità orga­niz­zata e non di mere asso­cia­zione fina­liz­zata alla cor­ru­zione, il man­cato scio­gli­mento del Con­si­glio comu­nale di Roma si spie­ghe­rebbe con fatica estrema. Ma di certo il qua­dro che emerge della poli­tica tutta, senza distin­zione di colore, ideo­lo­gia o fazione è tanto lurido e deso­lato che al con­fronto cavar­sela con il distrut­tivo inter­vento di un mariuolo con­cla­mato come Car­mi­nati Mas­simo sarebbe per­sino rassicurante.
Si parla della seconda tran­che dell’inchiesta Mafia Capi­tale: 44 arre­sti ese­guiti ieri mat­tina, 428 pagine di ordi­nanza d’arresto fir­mate dal gip Fla­via Costan­tini che val­gono più di ogni ana­lisi politico-sociale sulla situa­zione del Paese. In più, sem­bra, un drap­pello di inda­gati, una ven­tina, nomi ancora sco­no­sciuti ma che potreb­bero fare la dif­fe­renza per­ché se ci fosse qual­cuno interno alla Giunta comu­nale la sorte del sin­daco Marino sarebbe segnata.
In mezzo c’è di tutto: immi­grati per­ché quelli di soldi ne val­gono tanti, e poi appalti Ama, anche la spaz­za­tura paga bene, tur­ba­tive d’asta per com­prarsi a due soldi decine d’appartamenti col sin­daco che nep­pure si accorge delle deli­bere che gli pas­sano sotto gli occhi, inter­venti a gamba tesa per piaz­zare per­sone di fidu­cia o a libro paga nei punti nevral­gici, per­ché il sin­daco non sarà un gran che come guar­diano ma è one­sto e qual­cosa prova a fare.
Tanto che quando viene eletto Sal­va­tore Buzzi, capo della prin­ci­pale coo­pe­ra­tiva rossa della Capi­tale si dispera: con i nomi a libro paga se per­deva era un affa­rone. Ma la fase depres­siva dura poco. L’ex dete­nuto ci mette poco a sco­prire che il sin­daco ha ottime atten­zioni ma capa­cità esi­gue. Tempo qual­che mese ed esulta: «Se resta sin­daco io col mio capo­gruppo ce magnamo Roma». Buon appetito.
Sì, sarebbe tran­quil­liz­zante poter dire che se la Capi­tale, come del resto ogni metro­poli ita­liana o quasi, è spro­fon­data nelle fogne la colpa è del Nero, con quel suo alto pro­filo cri­mi­nale che gli inqui­renti non si dimen­ti­cano mai di ricor­dare. Invece no. Il mariuolo c’è e comanda, ma la deva­sta­zione se l’è tro­vata di fronte bella e pronta. Sta nel pre­si­dente del Con­si­glio comu­nale Mirko Coratti, Pd, del quale Sal­va­tore Buzzi può dire a più riprese: «Me lo so’ com­prato. Sta con me», salvo poi lamen­tarsi per­ché anche solo per un primo incon­tro inter­lo­cu­to­rio, «un caffè», il com­pa­gno pre­si­dente chiede l’esborso di una decina di migliaia di euro. Inve­sti­mento utile, essen­doci di mezzo un appalto Ama da lec­carsi i baffi, però «figu­rati se c’era pure il cap­puc­cino!».
Sta nella dispo­ni­bi­lità incon­di­zio­nata, ma anche ben remu­ne­rata e prezzo fisso, di «Gior­dano», come ami­che­vol­mente Buzzi chiama il poten­tis­simo con­si­gliere e ras for­zi­sta Tre­di­cine: «A noi Gior­dano c’ha spo­sati e semo felici de sta’ con Gior­dano». Tipo peral­tro gra­dito addi­rit­tura a Car­mi­nati stesso: «E’ uno poco chiac­chie­rato pure se fa un milione di impicci». Ma per guar­dare a destra non scherza nem­meno Luca Gra­ma­zio, capo­gruppo Fi in con­si­glio comu­nale prima e poi in Regione, un quasi onni­po­tente pre­zioso in ogni occa­sione, e dun­que indi­spen­sa­bile nel libro paga tanto da meri­tarsi addi­rit­tura un incon­tro, insieme al padre Dome­nico, fon­da­tore della stirpe, col cecato in persona.
Di quat­trini ne dava a palate Sal­va­tore Buzzi, ma erano ben spesi. I paga­menti erano parte di una stra­te­gia pre­cisa, espo­sta dall’ex dete­nuto diven­tato impren­di­tore in ter­mini magari rustici ma effi­caci: «Per mun­gere la vacca biso­gna ingras­sarla». E a farsi ingras­sare per poi per­met­tere di mun­gere il comune, se le accuse saranno pro­vate, erano in tanti. Pier­paolo Pedetti, pre­si­dente com­mis­sione Patri­moni, Ste­fano Ven­ditti allora pre­si­dente della Lega Coop Lazio, Mas­simo Caprari, ex capo­gruppo Cen­tro demo­cra­tico , Andrea Tas­sone pre­si­dente del Muni­ci­pio di Ostia.
Par­lare di «una banda di destra», come ha fatto ieri il Pd è ridi­colo. Ma lo sarebbe altret­tanto par­lare di cor­ru­zione rossa. Le distin­zioni ideo­lo­gi­che sono un retag­gio del pas­sato che ingom­bra e impac­cia. La frase chiave di que­sta inchie­sta la pro­nun­cia gon­go­lante il solito Buzzi: «Stiamo di qua, stiamo di là». Il mer­cato è aperto e non si guarda per il sottile.
Ma da deser­ti­fi­ca­zione della poli­tica sta forse soprat­tutto nei cal­coli da ragio­niere dell’orrore di Luca Ode­vaine, troppe cari­che per enu­me­rarle tutte, uomo chiave della Giunta Vel­troni e poi della Melan­dri. Con i col­la­bo­ra­tori conta il valore di ogni sin­golo immi­grato, li somma per ogni sin­golo cen­tro d’accoglienza poi tira le somme di quanto deb­bano pagare Buzzi, che con i cen­tri del Lazio gua­da­gna bene e quanto i cat­to­lici della Cascina, la coo­pe­ra­tiva di Comu­nione e Libe­ra­zione, che soprat­tutto col Cara di Mineo inca­me­ra­vano molto di più, e dove­vano sal­dare in pro­por­zione. Die­ci­mila al mese, per comin­ciare, ma non bastano per­ché il bestiame umano dopo un po’ rad­dop­pia e quindi deve cre­scere in pro­por­zione il prezzo: ven­ti­mila. Del resto quel che la Cascina incassa ha uno scopo, almeno stando alle con­cioni di Ode­vaine, anche diret­ta­mente poli­tico: ci stanno loro, sostiene il ras dell’immigrazione, die­tro la scis­sione che dà vita all’Ncd di Ange­lino Alfano e Mau­ri­zio Lupi.
Della Casina ieri è stato amma­net­tato l’intero ver­tice: Sal­va­tore Meno­la­scina, Fran­ce­sco Fer­rara, Dome­nico Cam­missa, Car­melo Para­bita. Il mana­ge­ment della coo­pe­ra­tive di Cl al gran completo.
Nella prima tran­che dell’inchiesta l’assenza del mondo cat­to­lico aveva stu­pito un po’ tutti. In que­sta sto­riac­cia, in cui forse ci ha messo lo zam­pino anche la mafia ma che resta soprat­tutto una clas­sica vicenda di appalti, maz­zette e cor­ru­zione dif­fusa, sem­brava assurdo che man­casse l’altra metà del qua­dro, le coo­pe­ra­tive bian­che. Si sa che ovun­que, non solo a Roma, la spar­ti­zione è secca: le coo­pe­ra­tive rosse e quelle cat­to­li­che, poten­tati orga­niz­zati e ben radi­cati, di antica tra­di­zione, e poi i voraci espo­nenti del cen­tro­de­stra di deri­va­zione An, più ruspanti, inca­paci di dare vita a una loro spe­ci­fica strut­tura di coo­pe­ra­tive e quindi pronti ad allearsi con chiun­que si offrisse sul mer­cato, fosse pure l’ex arci­ne­mico a capo della coo­pe­ra­tiva rossa 29 giu­gno, Sal­va­tore Buzzi.
I cat­to­lici dif­fe­ri­scono dagli altri solo per­ché più timidi, più spa­ven­tati, magari pure un po’ più tac­ca­gni. Le inter­cet­ta­zioni di Luca Ode­vaine sono un cahier des doléan­ces per­ma­nente: quelli non pagano, tirano sul prezzo, «sono para­noici» e sic­come temono l’arresto hanno inter­rotto il flusso. Figu­rarsi, con uno come il ras dell’immigrazione. E poi non sanno come pagare, para­noici appunto, per­ché temono di essere rin­trac­ciati e il povero Luca deve ricor­rere a com­mer­cia­li­sti e azzec­ca­gar­bu­gli a non finire per por­tare a casa, e poi espor­tare il gruz­zo­letto. Roba da Lupo di Wall Street, per­sino ammi­re­vole per costanza e astu­zia.
Roma è stata fino a pochi mesi fa una fogna in cui tutti erano in ven­dita e tutto, pro­prio tutto, poteva essere munto, con gli agganci e gli sti­pen­diati giu­sti. E tut­ta­via, la domanda inziale resta ine­vasa: è mafia. Lo si capirà meglio al pro­cesso, che arri­verà pre­sto, già in novem­bre. Ma anche se venisse fuori che pro­prio di mafia si tratta, sia pure in veste e forme piut­to­sto ano­male, nascon­dere sotto il manto tutto som­mato ras­si­cu­rante e asso­lu­to­rio della cri­mi­na­lità quello che invece è un sistema poli­tico a pieno titolo reste­rebbe un suicidio.

Sistema marcio

Paolo Berdini
L’ordinanza del Tri­bu­nale di Roma con l’arresto degli ammi­ni­stra­tori pub­blici e dei loro stretti col­la­bo­ra­tori è un altro colpo mici­diale […]

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