lunedì 1 giugno 2015

COSÌ LE ROCCAFORTI DIVENTANO LE FORCHE CAUDINE DEI DEMOCRATICI

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COSÌ LE ROCCAFORTI DIVENTANO LE FORCHE CAUDINE DEI DEMOCRATICI (di Stefano Folli, “La Repubblica”)

Sotto la Lanterna si consuma la prima sconfitta politica di Renzi: ha pesato la scissione di Civati e Pastorino. Perde la sua candidata, perde il Pd diviso, vincono i Cinque Stelle come quasi ovunque nel resto d’Italia. La Liguria era la regione chiave per decidere il verso delle elezioni regionali. La risposta delle urne è impietosa. Il 41 per cento del voto europeo è lontano, la magìa del premier rottamatore si è appannata. E il peggio è che questo non accade solo in Liguria. Anche un’altra regione «rossa», l’Umbria, è rimasta in bilico fino all’ultimo voto. Ovviamente insieme alla conferma del leghista Zaia in Veneto, ma questa era prevista.
Il quadro che emerge è dunque molto negativo per il premier-segretario del Pd. L’ondata delle liste anti-sistema, dai grillini a Salvini, è significativa, condiziona e modifica i vecchi equilibri. Il Pd sconta l’attacco del populismo, un po’ come è accaduto giorni fa in Spagna con l’avanzata di Podemos. Ma non riesce a reggere il colpo anche perché l’astensione è vicina al 50 per cento: circa un italiano su due è rimasto a casa, segno che il messaggio riformatore non ha fatto breccia, mentre le divisioni nel centrosinistra — è plausibile — hanno provocato delusione e scetticismo nell’elettorato.
Da oggi Renzi dovrà rivedere qualcosa nella sua strategia politica. Tre fronti aperti sono troppi anche per lui. E le regionali hanno dimostrato che i fronti sono proprio tre.
Il primo è la persistenza delle liste anti-sistema. La scommessa del renzismo consisteva nel recupero del voto populista, da prosciugare dopo l’exploit del 2013. Ma i Cinque Stelle e la Lega sono da collocare fra i veri vincitori di ieri e quindi il quadro cambia profondamente.
Secondo punto. Si attendeva che il partito di Renzi avrebbe visto la luce in tempi brevi, cambiando la fisionomia del vecchio Pd. Oggi questo percorso dovrà essere rivisto e il premio dovrà negoziare qualcosa con i suoi avversari. Il che urta con la sua personalità e il suo carattere. Ma non ci sono altre soluzioni, se Renzi vuole salvare il suo governo e il cammino di medio termine verso le elezioni politiche del 2018. Di sicuro verificheremo la duttilità del premier, se esiste: tutti i grandi statisti sono diventati tali dopo una sconfitta, reagendo a un passo falso. Finora Renzi è passato di vittoria in vittoria, ora deve ridefinire la sua identità e il suo rapporto politico con il resto del centrosinistra.
Terzo punto. L’astensione poteva essere persino un vantaggio per il premier in carica, leader del partito di maggioranza relativa. Cessa di esserlo nel momento in cui i movimenti anti-sistema confermano la loro forza e si pongono come una minaccia per le forze di governo. Quindi anche l’astensione diventa ostile, segno di un elettorato fragile e incerto che marca il proprio distacco dalle istituzioni.
C’è anche un altro motivo di riflessione da sviluppare nelle prossime ore. I candidati vicini a Renzi, la Paita in Liguria, la Moretti in Veneto e forse la Marini in Umbria hanno incontrato forti difficoltà. Chi vince sono due figure non vicine al presidente del Consiglio. Emiliano in Puglia, sicuro vincitore contro un centrodestra spezzettato, ha una sua storia personale che c’entra poco con Renzi. E De Luca in Campania è il controverso protagonista di una campagna vittoriosa, sì, ma macchiata dalla polemica sugli impresentabili. E soprattutto non in grado di governare, in base alla legge Severino. La sensazione è che il pronunciamento della presidente dell’Antimafia non abbia danneggiato più di tanto De Luca in Campania (forse lo ha persino favorito), ma abbia appannato di molto l’immagine di Renzi al Nord. E il Nord è essenziale per il successo del l’esperimento politico renziano. Al punto che non si può escludere un messaggio a Berlusconi, uscito a sua volta sconfitto dal voto, ma forte per i numeri di cui dispone in questo Parlamento.

repubblica

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