venerdì 5 giugno 2015

DALLE MINACCE ALLE BATTUTE SESSISTE: IL ROMANESCO CRIMINALE DEI SIGNORI DELL’ARRAFFO

DALLE MINACCE ALLE BATTUTE SESSISTE: IL ROMANESCO CRIMINALE DEI SIGNORI DELL’ARRAFFO (di Francesco Merlo)

vignetta di Claudio Ruiu
Non bastano le manette. Roma, «’a mucca che amo munto tanto», va espugnata e affidata allo Stato, come Berlino e come Washington. Ci vuole una legge speciale che dia a Palazzo Chigi i pieni poteri sul cuore della capitale, nel territorio dentro le mura aureliane per esempio, come Berlino appunto che è Stato nell’ansa della Sprea, dalla Porta di Brandeburgo alla Siegessäule, e come Washington, tra il Lincoln Memorial e il Congresso. Tocca insomma al governo strappare Roma non solo ai Carminati, ai Buzzi agli Odevaine, alle cooperative rosse come la “29 giugno” e a quelle simoniache di Cl che si chiamano piamente Cascina e Domus Caritatis, ma anche ai Consigli comunali che «devono stare ai nostri ordini perché li pago e vaffanculo », e alle Giunte che sono «la mucca che se non mangia non può essere munta».
Da decenni queste istituzioni di Roma sono corrotte o inadeguate, con i sindaci complici o ignavi: «Se Marino resta sindaco altri tre anni e mezzo, col mio amico capogruppo ce magnamo Roma». Il presidente del Consiglio come il papa re, dunque. Solo un’amministrazione statale, infatti, può ridimensionare, nella città-universo ormai degradata a suburra, i capibastone e i sovrastanti che marcano il territorio come il consigliere comunale Giordano Tredicine, che è stato arrestato ieri: «Se non t’arrestano — gli dice Buzzi — tu diventi primo ministro». E quello: «Perché? Me possono arresta’? ». E Buzzi ridendo: «Li mortacci tua, se te possono arrestà!». Fumantino e minaccioso Giordano Tredicine ha infatti portato nelle istituzioni la selvaggia illegalità degli ambulanti sparsi per Roma, il pittoresco delle roulotte che vendono cibo, con il loro minestrone di esseri umani: pakistani e armeni, cingalesi e tailandesi e filippini, tutti sotto il controllo di una sola grande famiglia, appunto. Dice di lui Carminati: «Quello viene dalla strada! Lui è serio, e poi è uno che è poco chiacchierato, nonostante faccia un milione di impicci ».
Ed è degradato a mafia anche il tradizionale romanesco criminale di “Er più” che era un capo brigante, ma non un padrino. Il linguaggio d’amore e di coltello che Dumas racconta nel Conte di Montecristo diventa infatti linguaggio di appalto e di tangente con «zozzo e zozzone» al posto di «cornuto e sbirro». Mentre «l’elenco della mangiatoia» sostituisce «gli amici degli amici». E «o li cacci o li compri» a proposito dei consiglieri comunali è quel che dice don Mariano Arena a proposito dei carabinieri. La mucca poi è un’ossessione perché è la cresta, il pizzo, la ricotta, è keynesismo mafioso: «la mucca se non mangia non può essere munta», «se la vuoi mungere gli devi dare da magnà», e «quanto l’amo munta», «la mucca in tre mesi deve magnà…». Come si vede, più che una metafora è un’equazione, è il saggio di profitto, non l’arraffo bruto ma un arraffo che è già impresa.
Qui è degradato a popolo di mafia anche il popolo dei quartieri. È stato per esempio arrestato Luca Gramazio che, secondo l’accusa, con una mano dà alla mafia quello che con l’altra prende dalla politica istituzionale «perché — dice Buzzi — una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso». E questa sarebbe una frase perfetta anche in bocca al padrino di Corleone.
Buzzi racconta che «Gramazio ha dato un milione di euro al comune di Ostia… per il verde. E ora il verde ce deve tornà tutto a noi». E infatti «il presidente del Municipio, che io c’ero andato a parlà, sta facendo gli atti per darceli tutti a noi». Anche Luca Gramazio appartiene, come Tredicine, ai cani di razza che fiutano gli umori grassi del territorio romano. È figlio di Domenico Gramazio detto “er pinguino” che nel Msi era il popolano un po’ goffo e intransigente, una specie di comparsa del Rugantino, un fascista sociale di quelli moralisti e spaccamondo che prendevano tantissimi voti. Partecipò al famoso lancio delle monetine contro Craxi davanti all’hotel Raphael, gridava “ladri ladri” al tempo di Tangentopoli, mostrava le manette in Parlamento. Ecco: la legge del contrappasso ha saltato una generazione.
Papà Gramazio non è indagato anche se, si racconta nell’ordinanza, «andava con il figlio a trovate Carminati, er cecato». Chi ha trascritto le intercettazioni nota che il nome Carminati «viene pronunziato, per precauzione, a bassa voce», proprio come accade nella mafia siciliana con i nomi degli uomini d’onore, della gente di rispetto: Totò Contorno persino arrossiva quando, d’un fiato, diceva “don Masino”.
Ed è «il rispetto» che Carminati pretende dai consiglieri comunali, «quei pezzi di merda» che «non vogliono obbedire» anche se, dice Buzzi, «io li pago e dunque vaffanculo ». Ma cos’è il rispetto secondo Buzzi e Carminati? «Se tu non rispetti gli accordi, tu lo sai chi so’ io. Te ricordi da dove vengo». Ed è la fedina penale che qui viene esibita come stemma nobiliare, cicatrici non di guerra ma di malavita che affascinano Gramazio junior a conferma che la destra missina, che pure aveva in testa un progetto di società e nel cuore sentimenti e ideali, a Roma è diventata mafia. Roba da far inorridire la buonanima di Almirante, che diceva: «Se qualcuno ruba va in carcere, ma se ruba uno dei nostri bisogna dargli l’ergastolo». E Teodoro Buontempo, er pecora, cercava un riscatto nell’educazione dei figli: dormiva in una Cinquecento ma li mandava a studiare nelle università inglesi. È un piccolo mondo antico che l’inchiesta Mafia Capitale archivia per sempre.
In questo copione, Gianni Alemanno, pugliese sedotto dalla romanità, che posava a ideologo della destra sociale, è il primo responsabile politico del sistema criminale, una sorta di Ciancimino de Roma. Ma non è con le mille assunzioni clientelari che Alemanno ha seppellito il mondo dei camerati missini. No, l’ex sindaco era arrivato a chiedere all’organizzazione mafiosa un aiuto elettorale per le europee. E Buzzi si era rivolto alla ‘ndrangheta perché, come abbiamo già sentito, «una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso». Gli chiede Alemanno: «Devo fare delle telefonate? Devo fare qualcosa?». E Buzzi: «No, no, no, tranquillo, tranquillo. Ora manderemo a… Milardi l’elenco di persone, nostri amici del sud, che stanno al sud, che ti possono dare una mano co’ parecchi voti».
Davvero solo una legge speciale e d’emergenza può riportare la criminalità romana a un livello fisiologico e costringere a rifugiarsi nei loro covi i pregiudicati e gli insospettabili come Luca Odevaine, quello — ricordate? — che si chiamava Odovaine e cambiò nome per non farsi riconoscere, l’ex capo di gabinetto di Veltroni formatosi in Legambiente. Dalla mafia romana percepiva uno stipendio di 20.000 euro mensili, regolarmente registrato nella contabilità da sottosuolo che la segretaria di Buzzi appuntava sul libro nero. Lo stesso Carminati, notando la copertina nera, disse: «Mamma mia, mi inquieta un po’». E non perché la disonestà gli turbava la coscienza, ma perché il nero lo depistava. I libri neri per il fascista Carminati sono quelli di Céline, di Guénon, di Evola e dei giapponesi che raccontano la morte dei guerrieri e non le pretese di Odevaine che voleva un euro per ogni rifugiato venduto: « Se me dai cento persone facciamo un euro a persona.. . Non lo so, per dire: hai capito? Ti metto 200 persone a Roma, 200 a Messina, 50 là, e le quantifichiamo ».
Il traffico è odioso e il pervertimento è di ideali, questa volta, rossi. Ma c’è anche la fine della natura bonaria e cinica di Roma che è la città più grande d’Italia (20 volte Napoli) e con il centro storico più esteso del mondo, la più popolosa (più di tre milioni di abitanti censiti), la più bella ( ça va sans dire ), e ormai purtroppo la più degradata, la più corrotta e la più perduta tra le capitali dell’Occidente: un suk di illegalità, abusivismo, fogne a cielo aperto e sporcizia per le strade, sottosviluppo nei cortili, l’asfalto tutto buche e avvallamenti, il centro storico assediato dai mendicanti, le auto in terza fila, la metropolitana senza decoro, i lavori pubblici eternamente incompiuti, la cultura come enorme baraccone di incompetenze, le esecuzioni per strada … Insomma la scenografia è perfetta per le ordinanze di Mafia capitale che come ha scritto il New York Times «sollevano nuove domande circa la capacità dell’Italia di riformarsi». Non si può infatti continuare a fingere, come fa il sindaco Marino, che Roma “città per bene” non somigli ogni giorno di più a Buzzi, a Carminati e a Odevaine e sia solo vittima e non anche complice, forse qualche volta persino peggiore di loro.
Ecco perché questa seconda ordinanza della Procura non è solo un atto giudiziario, un supplemento di certificazione, l’aggiornamento della mappa dell’aporia e del sistema mafioso che controlla e plasma tutto, strade e uomini, traffico e sporcizia. Questa ordinanza è neorealismo ed è un trattato di linguistica moderna dove il codice più innocente è quello di sporcizia banale sulle «du’ zinne» della «fica da paura che abbiamo preso a lavorà alla raccolta differenziata ». Questo in fondo è il Bagaglino, volgarità ordinaria, intermezzo comico da vecchia Roma: «Si chiama Ilenia». «Già si presenta bene» risponde Figurelli a Buzzi. «E se è un cesso la famo scopà da M», e qui l’iniziale del nome di battesimo del presunto bruto sessuale potrebbe aprire una faida da film di Tarantino. Con la M, per dire, comincia Massimo, che è il nome di Carminati.
Questa ordinanza è infine un documento storico e le sue 428 pagine ci rimangono dentro come una preghiera. Non sarà infatti il processo, non saranno le condanne il Big Bang di una città che si prepara al Giubileo e aspira ad ospitare le Olimpiadi. Non basteranno i giudici a farla scendere dal taxi del sottosviluppo e della mafia perché, come dice Buzzi «bisogna stare attenti a scenne dal taxi: con noi sali, ma non scenni più».

repubblica

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