giovedì 4 giugno 2015

DE LUCA, BINDI E LA FIERA DEGLI AVVOCATI

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DE LUCA, BINDI E LA FIERA DEGLI AVVOCATI (di Massimo Villone)

Dopo voto. Renzi rottama la vecchia auto prima di averne una nuova.
Il gruppo diri­gente del Pd si dichiara feli­cis­simo del voto regio­nale. Ma spe­riamo che accanto alla let­tura uffi­ciale ve ne sia una riser­vata e più intel­li­gente. Pos­si­bil­mente ela­bo­rata dopo aver spento la play­sta­tion. Anzi­tutto pre­oc­cupa, e molto, che un elet­tore su due sia rima­sto a casa. Ne segue, come ci spiega l’Istituto Cat­ta­neo, che milioni di voti sono sva­niti per tutti salvo che per la Lega. La disaf­fe­zione col­pi­sce il Pd, ma anche la sini­stra di oppo­si­zione, che non rie­sce a inter­cet­tare il con­senso in uscita sulla pro­po­sta ren­ziana. Siamo tutti più deboli. Certo, un po’ di chia­rezza si fa. Renzi ha in buona parte costruito la sua for­tuna sul risul­tato delle ultime euro­pee: 40% di voti sul 58% degli aventi diritto.
Dopo un anno e mezzo di governo, è al 25% sul 50%, per­dendo due milioni di voti. Fac­ciamo un altro spot, contando solo le teste dei governatori?
Nelle cifre va poi colto il senso poli­tico. Col­pi­sce soprat­tutto la pre­ma­tura dipar­tita del pro­getto strategico renziano. L’idea di fondo era la muta­zione gene­tica del Pd al fine di cer­care aree di con­senso nuove rispetto al bacino tra­di­zio­nale. In sostanza, vol­gersi al cen­tro, flir­tando con i ceti impren­di­to­riali, rom­pendo le sin­to­nie con i sin­da­cati, caval­cando le pul­sioni umo­rali dell’antipolitica, imper­so­nando l’uomo forte caro a una parte dell’elettorato mode­rato. In breve, il par­tito della nazione con il suo lea­der. Ma le per­cen­tuali ci dicono che la destra ha tenuto, con una gol­den share in mano all’azionista Lega, e M5S pure. Il Pd non sfonda. Men­tre in alcune delle regioni che il Pd si ascrive qual­cuno vince, ma non è il presidente-segretario Renzi.
Con­cor­rono al 5 a 2 la Puglia e la Cam­pa­nia, in cui il Pd sfugge al con­trollo di Renzi e del suo gruppo diri­gente. Emi­liano ha messo subito in chiaro che l’uomo forte del Pd pugliese è lui, e che vuole un suo modello, magari for­mato espor­ta­zione. Niente a che fare con Renzi, che non a caso non si è molto speso per la vit­to­ria di Emi­liano. In Cam­pa­nia, anche le pie­tre sanno che Renzi non avrebbe voluto De Luca, che ha ten­tato di lan­ciare una can­di­da­tura alter­na­tiva, e che ha infine dovuto arren­dersi. De Luca è per Renzi un mes­sag­gio di debo­lezza, non di forza. Anche la sua vit­to­ria non viene dal suc­cesso tra­vol­gente del Pd – che prende in Cam­pa­nia una per­cen­tuale bassa – ma dai con­sensi per­so­nali, con il sup­porto pro­ba­bil­mente deci­sivo di un vec­chio vol­pone come De Mita.
Il tutto per finire in gro­vi­glio giu­ri­dico. Come dice Can­tone su La Repub­blica [leggi qui l’intervista], De Luca è sospen­di­bile ma non incan­di­da­bile. Quindi può affer­rare l’agognata pol­trona, ma non man­te­nerla. Forse, può rima­nere seduto giu­sto il tempo di nomi­nare la giunta e il vice­pre­si­dente che lo sosti­tuirà, se Renzi se la prende comoda nell’adottare il decreto che accerta la sospen­sione, obbli­ga­to­ria ex lege. Que­sto ci dicono la legge Seve­rino (d. Lgs. 235/2012, artt. 7 e 8) e lo Sta­tuto della Regione Cam­pa­nia (art. 46). Sarà il festi­val degli avvo­cati. E se la con­danna per cui oggi De Luca viene sospeso diven­tasse a legi­sla­zione inva­riata defi­ni­tiva, dalla sospen­sione si pas­se­rebbe alla deca­denza, con scio­gli­mento anti­ci­pato del Con­si­glio e nuove elezioni.
Spe­riamo che i biso­gni della Cam­pa­nia non si rias­su­mano nella neces­sità di una legge ad per­so­nam per dipa­nare la matassa. In que­sto con­te­sto, De Luca poteva certo evi­tare la mossa con­tro la Bindi. Si mostra arro­gante, e con­tri­bui­sce a un pol­ve­rone già altis­simo, per un rego­la­mento di conti nel Pd. Per di più, c’è molto da discu­tere su chi abbia sba­gliato, e come.
Quindi, meglio togliere Puglia e Cam­pa­nia dal pal­lot­to­liere. E che dire dell’Umbria, con il suo testa a testa fino all’ultimo minuto? E del Veneto, in cui nono­stante i sala­me­lec­chi scam­biati tra Renzi e gli impren­di­tori, la can­di­data ren­ziana Doc è stata asfal­tata? Per­sino in Toscana la Lega esplode arri­vando a con­sensi fino a ieri impen­sa­bili. Della Ligu­ria, si è detto di tutto e di più.
Si avvi­cina una dire­zione Pd che spe­riamo non veda solo pro­cessi a pre­sunte stre­ghe, che si chia­mino Pasto­rino o Bindi. Se vuol durare a Palazzo Chigi, Renzi deve asso­lu­ta­mente inver­tire la rotta nel merito e nel metodo della sua pro­po­sta, a par­tire dalle riforme ed in spe­cie dall’Italicum. Ha fatto il vuoto intorno, per dare l’immagine di uomo forte e deciso. Ha dato cef­foni ai dub­biosi e ai dis­sen­zienti. Ha scom­messo sul con­senso per­so­nale e su una poli­tica fatta di tweet e di bat­tute. Ha rotto sin­to­nie anti­che con mondi da sem­pre vicini al Pd e alla sini­stra, in nome del nuovo e di poli­ti­che di destra. Ora, sco­pre di essere solo, con un par­tito che in vaste aree del paese è in mano ad altri, e non lo aiuta a costruire consenso.
Un par­tito è fatto anche di con­ti­nuità e di iden­tità. Renzi ne ha irriso la sto­ria e le anti­che parole d’ordine. Ha rot­ta­mato con vio­lenza e umi­liato, indi­vi­dual­mente e col­let­ti­va­mente, il vec­chio gruppo diri­gente, certo anche per colpa di chi ne faceva parte. Non ha capito che stava rot­ta­mando anche il par­tito di cui avrebbe avuto biso­gno. Per rico­struirlo ci vor­ranno anni, non mesi o set­ti­mane. E non basterà a ridurre i tempi una legge – magari anche buona — sui par­titi. La domanda è: nel frat­tempo, cosa accade?
È come se qual­cuno avesse rot­ta­mato l’auto prima di com­prarne una nuova. Ora, non rimane che andare a piedi.

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