lunedì 1 giugno 2015

E IL PD TORNA NEI VECCHI CONFINI BERSANIANI

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E IL PD TORNA NEI VECCHI CONFINI BERSANIANI (di Marco Damilano, “L’Espresso”)

La lunga notte di Matteo Renzi nella sede del Pd si consuma tra i dati maledettamente ballerini di Liguria e Umbria, due roccaforti della sinistra assediate dal centrodestra. Una notte amara distante anni luce da quella di dodici mesi fa, le elezioni europee trionfali. Per un anno il premier aveva potuto sfoderare quello storico 40,8 per cento di fronte a tutti: critici, editorialisti, avversari interni e esterni, gufi e rosiconi, perfino di fronte alla Merkel. E se gli chiedevi cosa diavolo fosse il suo Pd, il Pd di Renzi, rispondeva sicuro: quello del 25 maggio, quello del 40,8 per cento. Più che una percentuale. Un progetto politico. Il progetto del Partito della Nazione, un partito che chiudesse per sempre la stagione della vecchia sinistra arroccata nella sua tradizionale composizione sociale, geografica, ideologica.
Il risultato di questa notte riporta il Pd nei suoi confini. Non sfonda fuori dal suo bacino elettorale, anzi, sembra arretrare. Perde in Liguria, si ferma sotto la Lanterna, sulle sponde del Bisagno, oggi che fa caldo una bava d’acqua, in autunno torrente killer, dopo una serie incredibili di errori. Perde il vecchio Pd di Claudio Burlando, dominus per dieci anni e più del partito ligure, consociativo e immobilista. Ma perde anche il nuovo Pd targato Renzi, respinto da una parte di elettorato di sinistra che vota un altro candidato, anche il buon Luca Pastorino, non certo il carismatico Sergio Cofferati, pur di non appoggiare il partito. Il vecchio e il nuovo Pd si erano incontrati nella figura di Raffaella Paita, rigettata come troppo legata al vecchio da una parte di elettorato e come troppo renziana per un altro pezzo.
Per mesi Renzi ha messo nel conto l’ipotesi di veder nascere qualcosa alla sua sinistra. Lo aveva detto alla Leopolda nel mezzo dello scontro più duro, con la Cgil e con la minoranza del Pd sull’articolo 18: qualcosa di nuovo a sinistra nascerà. E io, il mio Pd, sottintendeva, lo sconfiggerà. Il progetto del Pd di Renzi è tutto qui. Perdere la vecchia sinistra per guadagnare altri pezzi di elettorato. Berlusconiani in fuga da Arcore. Elettori barricati nell’astensione. Giovani che hanno votato Movimento 5 Stelle, cui Renzi ha promesso una rivoluzione appena più dolce di un vaffa, ma forse più brutale.
Questa notte si torna nei confini. Quelli del Pd che non vinceva. Dei dirigenti che non scendevano in sala stampa a commentare o se la pigliavano con il nemico interno. Il Pd di stanotte, insomma, assomiglia da vicino al Pd di Bersani. Il centrodestra si ricompone, sotto la guida di Salvini e quel che resta di Forza Italia. A sfondare fuori dal suo perimetro è l’altro Matteo, Salvini: il 16 per cento in Umbria, il 20 in Liguria, un trionfo in Veneto. Spazzato via gli alleati Alfano e cespugli centristi, sia sotto forma di Tosi in Veneto che di Spacca nelle Marche. Non un voto di destra trasloca nel Pd. Anzi, nel Veneto, nonostante il buon giudizio degli imprenditori sulla riforma del lavoro del governo Renzi, la candidata Alessandra Moretti si blocca a un misero 23 per cento, abissalmente lontano dal 37,5 delle elezioni europee: meno 19 per cento. Un 25 maggio 2014 alla rovescia. Il Movimento 5 Stelle tiene e anzi supera i risultati di un anno fa, punta a essere il primo partito in alcune regioni, raccoglie consensi nei ceti popolari e tra i giovani che si sentono esclusi dal nuovo miracolo italiano targato Renzi.
C’è una parte del paese ormai tutta controllata dal Pd, il Sud d’Italia. Ma con figure controverse, destinate a creare più problemi alla leadership nazionale. Michele Emiliano, il maverick del centrosinistra, autonomo, incontrollabile, che già stanotte chiede un’alleanza con M5S. E Vincenzo De Luca che Renzi ha provato a lungo ad allontanare come un calice imbevibile e che poi si è fatto piacere. Troppo tardi, però, perché nei prossimi giorni Renzi, nella sua veste di capo del governo, sarà costretto a sospendere il neo-presidente per via della legge Severino.
Si può dimenticare questa nottata poco felice con una considerazione rassicurante. Non si votava per Renzi, quando sarà personalmente in campo la musica cambierà. Ma con Salvini in sfondamento, Berlusconi redivivo, il 5 Stelle senza Grillo stabile sul 20 per cento ovunque e una sinistra in movimento si può, al contrario, cominciare a costruire un partito nuovo, con una classe dirigente non replicante e non cortigiana, una cultura politica, un’organizzazione. Tutto quello che il Pd di Renzi finora non ha.

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