venerdì 5 giugno 2015

LA COMPAGNIA DELLA SOTTOMISSIONE

LA COMPAGNIA DELLA SOTTOMISSIONE (di Attilio Bolzoni)

È il grande inchino ai boss, un’obbedienza cieca. È sottomissione a progetti e a interessi criminali. Potete fare finta di non riconoscerla, potete mettere tutta la distanza che vi pare con Palermo e la Sicilia, chiamatela come volete ma questa è mafia. E la politica romana ci è sprofondata dentro.
Il nuovo e tanto annunciato capitolo dell’inchiesta sul sistema delinquenziale che hanno costruito e perfezionato nel tempo i vari Buzzi e Carminati e Odevaine ci svela, ancora più della prima puntata del dicembre 2014, la trama mafiosa che ha imprigionato Roma. C’è una parte significativa della rappresentanza dei partiti di maggioranza e di opposizione, sinistra e destra, che si è genuflessa per tornaconto o per riguardo, per denaro o per paura.
Mafia Capitale atto secondo ci fa scoprire tutti i confini che sono stati violati e ci notifica una dichiarazione di resa incondizionata. Su tutte le connivenze del Campidoglio, mondo di sotto, mondo di mezzo e mondo di sopra. Chiamatela come volete ma questa è mafia.
Ci sono resoconti di come era conveniente comportarsi per aggiudicarsi le gare d’appalto a danno altrui, di come si doveva «creare consenso politico tra gli esponenti della maggioranza in consiglio comunale», di come si convogliavano fondi della Regione per riempire ad esempio le casse del X Municipio di Ostia «presidiato da amministratori compiacenti», di come «si esercitavano pressioni per eliminare dirigenti sgraditi e orientare la nomina di altri più disponibili agli interessi del gruppo». Trafficanti di droga e assessori comunali in sintonia permanente, pregiudicati e spregiudicati tutti insieme a decidere il destino di Roma.
Chi comandava in Campidoglio? Certi consiglieri e certi presidenti di Assemblea che agivano sempre su mandato. Sull’attenti. Sentite cosa diceva un giorno Salvatore Buzzi a proposito di Pierpaolo Pedetti, consigliere comunale Pd e presidente della Commissione Patrimonio e Politiche Abitative del Comune: «E Pedetti se ne va a fanculo.. ma questi consiglieri comunali devono stà ai nostri ordini…ma perché io devo stà agli ordini tuoi…te pago.. ma va a fanculo». E sentite cosa diceva — sempre Buzzi — a Carminati a proposito di un altro loro amico, Fabio Amore, socio occulto di una cooperativa: «E non rispetti gli accordi, tu lo sai chi sono io? Te ricordi da dove vengo?».
Potere di corruzione e alla bisogna «fama criminale» da esibire, soldi e minacce, vincolo associativo e forza intimidatrice.
Ecco Mirko Coratti, il presidente dem del Consiglio comunale — che però si era dimesso a dicembre dopo il primo scandalo — e Buzzi che esulta: «Me lo so’ comprato, stà a giocà con me». Ecco Luca Gramazio, capogruppo alla Regione del Pdl — prima era consigliere comunale a Roma — che «nell’associazione ha un ruolo di collegamento con la politica e di elaborazione delle strategie di penetrazione della pubblica amministrazione». Ecco Daniele Ozzimo, consigliere e poi assessore comunale «che si poneva al servizio di Buzzi» per far approvare delibere e trovare alleanze per favorire i «re» di Roma. Ecco i rapporti corruttivi con il consigliere di minoranza Damiano Tredicine, esponente della nota famiglia che ha il monopolio eterno delle bancarelle nella capitale. Ecco il mini sindaco di Ostia Andrea Tassone che per Buzzi «è solo nostro, non c’è maggioranza e opposizione, è mio».
Ecco un esponente politico di rilievo (non meglio identificato) che nelle parlate dei boss è quello «che con il mio amico capogruppo ci mangiamo Roma». Nomi di arrestati per mafia o per corruzione, nomi di indagati, nomi di personaggi scivolati nell’inchiesta per il verde di Ostia o per il Cara di Mineo, tutti a lucrare sugli immigrati ancora fradici di acqua e di terrore o su un appetitoso appalto in una circoscrizione della periferia. Uno schifo. Tutto mascherato da dichiarazioni politicamente molto corrette, sondaggi a tradimento sul gradimento dei cittadini sul sindaco Marino, appelli alla legalità e alla vivibilità di Roma. Un inganno, un’impostura che è nascosta fra le pieghe delle carte di Mafia Capitale.
Quest’inchiesta sul grande crimine di Roma, per come è stata studiata e preparata (e per come si è imposta, superando i primi gradi di giudizio e i pronunciamenti della Cassazione già nella fase precedente), è destinata a fare storia nella lotta alle mafie in Italia. È uno sguardo decisamente inedito su quali sono oggi i protagonisti del malaffare nel nostro Paese, su come si presentano, su come dialogano con le istituzioni. Non sono più i «soliti noti» di venti o trent’anni fa ormai schiacciati dalla repressione poliziesca e giudiziaria dopo le stragi siciliane del 1992, ma hanno un volto nuovo, personaggi di sponda fra corruzione e traffici proprio come Salvatore Buzzi a Roma, politica, affari, il paravento delle cooperative, gli agganci nei ministeri e nelle pubbliche amministrazioni, potere criminale che può contare su tanti soldi e larghe «maggioranze».
È l’evoluzione del crimine. Ma in questo caso è anche l’evoluzione delle indagini. Mafia Capitale — elaborata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dal suo vice Michele Prestipino, dagli altri sostituti e dagli analisti più raffinati del Ros dei carabinieri — è un’inchiesta «pilota» che probabilmente sarà esportata e applicata in altre realtà italiane dove, dove negli ultimi anni, pigrizie investigative hanno decisamente rallentato l’azione di contrasto al crimine. Un esempio per spiegare che le mafie, poteri nel nostro Paese, non sono più solo manifestazioni di regni illegali ma soprattutto di regni legali che si muovono illegalmente. Roma, per una volta — e per la prima volta — sta facendo scuola.

repubblica

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