giovedì 4 giugno 2015

L’AGGRESSIONE AL CAPRO ESPIATORIO BINDI E L’IPOCRISIA DEI PARTITI

Commissione-antimafia8

L’AGGRESSIONE AL CAPRO ESPIATORIO BINDI E L’IPOCRISIA DEI PARTITI (di Franco Monaco)

Sul punto ho una opi­nione pre­cisa e un po’ radi­cale: penso che l’Antimafia sia stru­mento ina­datto a ope­rare un vaglio delle liste. È organo poli­tico e, come tale, ini­do­neo ad assi­cu­rare impar­zia­lità e, nei cru­ciali pas­saggi pro­ce­du­rali e rico­gni­tivi, quella misura di riser­va­tezza che essa com­porta. Le divi­sioni e le pole­mi­che erano pre­ve­di­bili. Non a caso non vi sono pre­ce­denti di un vaglio delle liste a monte delle ele­zioni. Un vaglio sem­mai com­pete alla legge che sta­bi­li­sce i casi di incan­di­da­bi­lità e ine­leg­gi­bi­lità formale.
Vi è poi, distinta, l’autonoma respon­sa­bi­lità dei par­titi che dovreb­bero essi stessi, se cre­dono, adot­tare para­me­tri più severi di quelli fis­sati dalla legge. Saranno infine gli elet­tori a san­zio­nare, nel caso, chi non ottem­pe­rasse a cri­teri di puli­zia e mora­lità poli­tica. Del resto, signi­fi­ca­ti­va­mente, nel lin­guag­gio gior­na­li­stico si è fatto ricorso alla nozione oscura e sci­vo­losa di “impresentabili”.
Tut­ta­via, par­titi e gruppi par­la­men­tari hanno deciso diver­sa­mente: sia nella legge isti­tu­tiva della bica­me­rale, sia nel varo, all’unanimità, di un codice di auto­re­go­la­men­ta­zione che con­tem­plava una pre­cisa, pun­tuale casi­stica. Rela­tiva alla posi­zione pro­ces­suale dei sog­getti e a defi­nite fat­ti­spe­cie di reato. Spe­cie i cosid­detti reati-spia, ove cioè la cri­mi­na­lità orga­niz­zata può inte­ra­gire la “poli­tica sporca”. Par­titi e gruppi, dun­que, si sono solen­ne­mente impe­gnati a rispet­tare quel codice. Se esso si è rive­lato discu­ti­bile, essi devono pren­der­sela con se stessi. Non con chi dove­ro­sa­mente lo ha poi applicato.
L’operazione-screening era ogget­ti­va­mente lunga e impe­gna­tiva. Ne ha risen­tito la tem­pi­stica. Di sicuro la cir­co­stanza della dif­fu­sione della lista a qua­ran­totto ore dal voto ha rap­pre­sen­tato un pro­blema, per­ché non ha dato modo a per­sone e par­titi di fare le loro even­tuali con­tro­de­du­zioni. Ci è stato spie­gato, tut­ta­via, che ci si è posti il pro­blema di rinun­ciare a dira­mare la lista prima del voto e che la Com­mis­sione tutta avrebbe deciso di pro­ce­dere per ono­rare l’impegno assunto.
È stato invece stru­men­tale e scon­cer­tante il can can pole­mico che si è fatto sulla immis­sione di De Luca nella lista: nes­suno ha potuto ecce­pire sulla cir­co­stanza che il suo caso, forse esi­guo quanto al merito, tut­ta­via rien­trasse a pieno nella casi­stica con­tem­plata (un vec­chio pro­cesso per con­cus­sione). Che si pretendeva?
Una sua esclu­sione ad per­so­nam o ad par­ti­tum? Essa sì avrebbe rap­pre­sen­tato una vio­la­zione dei doveri isti­tu­zio­nali della Bica­me­rale e della sua presidente.
Dav­vero scon­cer­tante e cen­su­ra­bile l’aggressione dei ver­tici del Pd alla Bindi, accu­sata addi­rit­tura di agire per ven­detta per­so­nale e poli­tica. È stata la ricerca di un capro espia­to­rio, un greve diver­sivo a coper­tura delle pro­prie respon­sa­bi­lità. Toc­cava sem­mai al Pd rispon­dere poli­ti­ca­mente di un can­di­dato che chia­ris­si­ma­mente non doveva essere can­di­dato, per­ché desti­nato alla sospen­sione, a norma della legge Seve­rino, voluta e votata dal Pd. Con un danno con­se­guente per la gover­na­bi­lità della regione Cam­pa­nia. Que­sto sì un grave vul­nus al senso delle istituzioni!
Per tacere delle liste a suo soste­gno. Del resto, è cosa nota che il Pd non ha avuto l’autorevolezza e la forza di costrin­gere De Luca a un passo indie­tro, sin dalle pri­ma­rie, rin­viate ben quat­tro volte a que­sto fine. Ma vana­mente. Un Pd debole con i forti e forte con i deboli.
A dispetto di un fuor­viante titolo che sem­brava col­pe­vo­liz­zare la Bindi, su Repub­blica di ieri[leggi qui], Raf­faele Can­tone — a capo di un’autorità dallo sta­tuto incerto, che sem­pre più con­fina con la poli­tica — ha mosso qual­che rilievo sui cri­teri adot­tati dall’Antimafia. Rilievo che però si indi­rizza ai gruppi (tutti) che hanno votato quel Codice, non a chi solo e dove­ro­sa­mente lo ha applicato.
Alla luce di que­sta vicenda, è dif­fi­cile sot­trarsi all’impressione che un po’ tutti i par­titi bril­lino per ipo­cri­sia: sotto la pres­sione del pub­blico discre­dito, sot­to­scri­vono regole che, all’atto pra­tico, si rifiu­tano di appli­care, cer­cando pre­te­sti, alibi, sofi­smi. E levano alte grida per occul­tare il pro­prio sto­maco forte e la pro­pria poli­tica debole. In par­ti­co­lare, con disap­punto, abbiamo sen­tito risuo­nare a sini­stra due argo­menti genui­na­mente ber­lu­sco­niani: le regole non si appli­cano agli amici e il voto popo­lare (pri­ma­rie com­prese) è un lava­cro che rispar­mie­rebbe il rispetto delle regole.

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