venerdì 5 giugno 2015

Le «faccette nere» sedute alla grande nel secondo banchetto

da il manifesto

Le «faccette nere» sedute alla grande nel secondo banchetto

Torna anche Gianni Ale­manno, l’ex sin­daco, nelle carte della seconda tran­che di Mafia Capi­tale. Avrebbe chie­sto a Sal­va­tore Buzzi di pro­di­garsi con la ‘ndrina Man­cuso per por­tar­gli i voti neces­sari a essere eletto nel Col­le­gio Sud alle ele­zioni euro­pee. Buzzi, già con­si­de­rato dalla destra l’arcinemico, poi dimo­stra­tosi un com­pa­gnone, non si sarebbe rispar­miato. Un con­tatto forte aveva, con Gio­vanni Cam­pennì, amba­scia­tore dei Man­cuso a Roma, e non aveva esi­stato a con­tat­tarlo. Una mano lava l’altra e i Man­cuso ave­vano pro­messo. Però nei Paesi in cui gli stessi fanno il bello e il cat­tivo tempo, di voti l’ex sin­daco capi­to­lino ne ramazzò pochini assai: sei in uno, poco più di una decina in un altro. La pro­messa sarà pure stata fatta, ma di certo non mantenuta.
Ciò non toglie che di ex neri coin­volti nella sto­riac­cia ce ne siano di pesanti anche in que­sta nuova ordi­nanza d’arresto: Gra­ma­zio da solo vale per un mezzo bat­ta­glione. Però la sen­sa­zione che aver par­lato, alla fine del novem­bre scorso, di «mafia nera» sia stata un abba­glio resta tutta. I neri ci sono e gozz­zo­vi­gliano. I rap­porti stretti ai vec­chi tempi con i came­rati da Mas­simo Car­mi­nati hanno spia­nato la strada alla coo­pe­ra­tiva rossa di Buzzi in un momento dif­fi­cile, con la sosti­tu­zione della Giunta amica Vel­troni con quella ini­zial­mente molto ostile Alemanno.
Ma non ci sono solo loro, e soprat­tutto non ci sono in veste di «neri» ma sem­pli­ce­mente di autoin­vi­ta­tisi al grande ban­chetto. Mafia o cor­ru­zione che sia, quella romana è tri­co­lore: rossa, bianca e nera. Se qual­cosa que­sta vicenda dice sulla poli­tica, non è che si abbas­sata la guar­dia sull’ideologia e si sono aperte troppe porte. Incluse quelle delle mai dimen­ti­cate fogne. È caso­mai che dell’ideologia, dell’identità e dell’appartenenza poli­tica ci si è sba­raz­zati troppo in fretta e a cuor leg­gero, con­vin­cen­dosi che la poli­tica signi­fi­chi solo ammi­ni­stra­zione e spesso carriera.
Se il capo di una coo­pe­ra­tiva rossa di prima gran­dezza come Sal­va­tore Buzzi dichiara in nume­rose inter­cet­ta­zioni di spe­rare arden­te­mente nella scon­fitta del can­di­dato di cen­tro­si­ni­stra, per­ché con que­gli altri gli accordi sono già di ferro, è segno che qual­cosa nella con­ce­zione della poli­tica è fra­nato. Se un mili­tante e poi ammi­ni­stra­tore e alto fun­zio­na­rio di lun­ghis­simo corso pro­ve­niente dal Pci come Luca Ode­vaine non esita a trat­tare con le coo­pe­ra­tive di Cl con i migranti come merce umana e pre­oc­cu­pato solo dal ritardo ciel­lino nei paga­menti, il segnale è identico.
Casi spo­ra­dici, si potrebbe argo­men­tare. Mele marce. Mariuoli, come provò a dire Craxi in una cele­bre occa­sione. Ma que­sta inchie­sta e quelle troppo simili che si mol­ti­pli­cano da mesi dicono il con­tra­rio. Non sono casi iso­lati. E’ un sistema. E a crearlo prima, ren­derlo onni­per­va­sivo poi, ha con­tri­buito parec­chio la pre­tesa di spo­gliare la poli­tica da ogni ideo­lo­gia e da ogni pro­fonda appartenenza.
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