giovedì 4 giugno 2015

Nonostante il Jobs Act il conto non torna

da il manifesto
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Nonostante il Jobs Act il conto non torna

Il lavoro a monetizzazione crescente. L’aumento dell’occupazione di aprile non coincide con un aumento del Pil e del reddito. C’è il rischio che l’Italia ripeta l’errore delle riforme del lavoro degli anni ’90: decontribuzione e aumento della precarietà non aumentano la competitività. E alla lunga ci rimettono sia lo stato che il sistema produttivo

 
Acciaierie 

Com­men­ta­tori e poli­tici plau­dono agli ultimi dati occu­pa­zio­nali dif­fusi ieri dall’Istat. Ad aprile 2015 rispetto al mese pre­ce­dente gli occu­pati sal­gono di 159mila unità, e ben di 261mila rispetto ad aprile dell’anno prima. Si tratta di incre­menti con­si­stenti, +0,7% il primo in un mese e +1,2% il secondo in un anno.
Merito del Jobs Act dagli effetti esplo­sivi in un mese che si somma al van­tag­gio decon­tri­bu­tivo pre­vi­sto da tre mesi di ben 8.000 euro annuali e 24.000 trien­nali, sem­pre che le imprese non licen­zino prima della sca­denza dell’incentivo i nuovi assunti a mone­tiz­za­zione cre­scente pagando una man­ciata di euro per l’indennizzo pre­vi­sto per rece­dere dal nuovo contratto.
Ma c’è qual­cosa, più di una in verità, che non torna in que­sti plausi.
Alcuni richia­mano il rischio di una poli­tica di assun­zioni «dro­gate» della decon­tri­bu­zione che costi­tui­sce un forte incen­tivo alle imprese a met­tere a nuovo con­tratto lavo­ra­tori che pos­sono essere licen­ziati pre­sto e a basso prezzo appena l’incentivo cessa, e comun­que alla biso­gna. Una sorta di incen­tivo alla rove­scia, ovvero a licen­ziare facile.
Altri più cauti non si fidano dei dati con­giun­tu­rali dell’Istat, men che meno di quelli pre­ce­denti del Mini­stero del Lavoro, per­ché rite­nuti troppo “bal­le­rini” in una fase di cam­bio di regime delle nor­ma­tive sul lavoro, ed invi­tano ad aspet­tare almeno un medio periodo per vedere come occu­pa­zione e disoc­cu­pa­zione si sta­bi­liz­zano “a regime”.
Noi vogliamo segna­lare un qual­cosa forse altret­tanto pre­oc­cu­pante che si cela die­tro que­sti dati, pren­den­doli per corretti.
Una cre­scita dello 0,7% in un mese e dell’1,2% su base annuale dell’occupazione richie­de­rebbe un sot­to­stante dato di cre­scita del Pil che possa por­tare a rite­nere che ciò che vien creato è «buona occu­pa­zione» per­ché die­tro c’è «buona pro­dut­ti­vità» e magari anche, si fa per dire, «buone retribuzioni».
Ma nell’ultimo anno i dati non ci con­for­tano su ciò, anzi. Non abbiamo regi­strato cre­scita nell’ordine di più dell’1% del red­dito nazio­nale nel corso dell’ultimo anno, e nep­pure nell’ultimo tri­me­stre, oppure mese, una cre­scita sopra lo 0,5%.
Dal marzo 2014 al marzo 2015 il Pil è dimi­nuito dello 0,29%. L’ultimo dato Istat sul Pil ha certo segna­lato che su base tri­me­strale siamo usciti dalla reces­sione tec­nica, ma la cre­scita si è atte­stata nell’ordine di un misero 0,3% rispetto al tri­me­stre pre­ce­dente, ed uno 0,1% rispetto al tri­me­stre dell’anno pre­ce­dente, a cui si aggiunge la pre­vi­sione acqui­sita per il 2015 nell’ordine di una +0,2%. Una cifra un poco mode­sta se con­fron­tata con il dato occu­pa­zio­nale. Per il 2015 d’altra parte lo stesso governo si tiene cauto, con una pre­vi­sione di cre­scita dello 0,8%, rivi­sta peral­tro al rialzo, e le stesse isti­tu­zioni inte­ra­zio­nali non si azzar­dano a fare pre­vi­sioni migliori; nes­suno va sopra l’1%.
Il dato occu­pa­zio­nale, incro­ciato con il dato sulla cre­scita del red­dito, con le dovute cau­tele date dal fatto che non neces­sa­ria­mente il periodo tem­po­rale è iden­tico in ter­mini di mesi, segnala, o segna­le­rebbe per ragioni di cau­tela, che l’occupazione andrebbe a cre­scere più del red­dito, e se ciò non appare infon­dato signi­fica che la pro­dut­ti­vità del lavoro, e quindi, data la dina­mica delle retri­bu­zioni, anche la com­pe­ti­ti­vità, invece di cre­scere nel periodo avreb­bero la malau­gu­rata ten­denza a diminuire.
E se la cre­scita della pro­dut­ti­vità, di cui già l’Italia detiene da oltre due decenni la maglia nera tra i paesi indu­striali, non solo rista­gna (cre­scita zero) ma addi­rit­tura decre­sce, non è facile farsi facili illu­sioni su «buona occu­pa­zione» e «buone retri­bu­zioni» per il pre­sente e l’immediato futuro.
Quei dati occu­pa­zio­nali segna­lano pur­troppo, se presi come auten­tici — forse pro­prio per­ché son “dro­gati” dagli incen­tivi fiscali e dal con­tratto a mone­tiz­za­zione cre­scente e faci­lità a licen­ziare — l’altra fac­cia della meda­glia di que­sta pre­sunta cre­scita quan­ti­ta­tiva, ovvero il suo povero con­te­nuto qualitativo.
Qual­cosa di simile lo abbiamo già visto negli anni 2000. Le cosid­dette riforme al mar­gine del mer­cato del lavoro han fatto cre­scere in quel periodo il pre­ca­riato, il lavoro a basse tutele e basse retri­bu­zioni, ed a bassa pro­dut­ti­vità, nei ser­vizi di mer­cato soprat­tutto, ma anche nell’industria manifatturiera.
L’esito è stato come è noto un crollo di com­pe­ti­ti­vità dell’imprese ita­liane e delle remu­ne­ra­zioni del lavoro.
Ora con il Jobs Act e l’incentivo decon­tri­bu­tivo si intende sosti­tuire quel lavoro pre­ca­rio con altro lavoro comun­que a basse tutele con mone­tiz­za­zione del diritto a licen­ziare. Pur­troppo il rischio è che a pagare que­ste poli­ti­che di corto respiro non sarà solo il sin­golo lavo­ra­tore, ma l’impresa stessa, e il sistema pro­dut­tivo, con lavoro di scarsa qua­lità e bassa produttività.
Invece di inve­stire in inno­va­zione con poli­ti­che indu­striali più lun­gi­mi­ranti, il sistema rischia di non uscire dalla sua trap­pola della stagnazione.

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