martedì 2 giugno 2015

Parte il derby Lega-Fi per la leadership Berlusconi: Salvini forte, faccia squadra

Parte il derby Lega-Fi per la leadership Berlusconi: Salvini forte, faccia squadra (CARMELO LOPAPA)

FI e Lega Nord

Telefonata tra l’ex premier e il capo del Carroccio, che lancia l’opa sull’alleanza “Gli elettori hanno scelto noi come alternativa a Renzi”

ROMA – Altro che opa ostile. Salvini si mangia Forza Italia. Doppia i consensi del partito di Berlusconi, si insedia virtualmente alla leadership, parla già da capo della coalizione. I due si sentono, il capo forzista si congratula con chi ha definito un «fenomenale goleador», ma per segnare «ti serve una squadra», gli dice l’ex premier. Solo «uniti si vince, come in Veneto e in Liguria», insiste. Il giovane leader del Carroccio ringrazia, nicchia, la butta sul Milan, chiede di Ancelotti. Restano intesi che si vedranno da qui a qualche giorno. Ma il clima non è quello che si respira tra due sodali. L’eurodeputato leghista si gode il sorpasso compiuto, il distacco che in alcune regione è abissale su Forza Italia.
Va davanti alle telecamere con la maglietta “Ruspe in azione”, che a molti preoccupati tra i berlusconiani è apparsa un’allusione alla rottamazione nel centrodestra, più che ai campi rom. Certoè che da questo momento «cambia tutto», sostiene Salvini. Parte la sua escalation e non intende concordare alcuna mossa con l’ex Cavaliere. Almeno fin tanto che da Forza Italia non arriverà il sì convinto alle primarie che dovranno sancire il passaggio anche formale di consegne. «Sì, ho sentito in queste ore Berlusconi, io non impongo niente a nessuno, ma sono gli elettori che hanno detto che l’alternativa a Renzi passa per la Lega», dice in serata con flemma da vincitore in un talk serale di casa Mediaset. «Non ho mai pensato che Berlusconi sia finito, penso sia un uomo saggio e che sappia leggere i numeri: ha capito che con le mezze misure come Alfano non si va da nessuna parte». Alza il tiro, fa l’anti-Renzi, ma Salvini sa bene come in realtà si giochi quello scettro con Beppe Grillo proprio sul medesimo terreno dell’anti politica e della rabbia. È il leader 5 stelle il vero avversario da battere, Berlusconi semmai un alleato dal quale farsi sostenere. Del resto, i risultati sono stati impietosi. Nel Veneto la Lega ha triplicato i voti di Forza Italia, 18 a 6, nella Liguria in cui ha pure vinto il berlusconiano Toti, quasi raddoppiato (20 a 12), come pure in Toscana (16 a 8). «Non vedo conflitto tra noi e la Lega, ma una sana concorrenza», prova a smussare il capogruppo Renato Brunetta.
L’ex Cavaliere diserta il ricevimento al Quirinale al quale aveva pure garantito la presenza. Non è il momento di siparietti e battute. Resta rintanato ad Arcore, al telefono con i dirigenti del partito. A Roma forse rientrerà domani ma non è neanche detto. La «rivoluzione » dentro Forza Italia — preannunciata per il day after del voto — resta nel freezer, per ora. Sebbene i più irruenti come la giovane Silvia Sardone la vorrebbe subito. In più di una telefonata Berlusconi confessa la preoccupazione per il vantaggio acquisito dalla Lega, che risultata determinante perfino per il successo in Liguria. La soglia psicologica del 10 per cento è salva, ma giusto quella. «Matteo può pure crescere, ma senza di noi non potrà mai giocarsi la partita con Renzi, il rassemblement dei moderati sarà inevitabile, lo capirà anche lui, e dovrà adeguare anche i toni del suo messaggio». Ancora sorpreso del successo in Liguria, additato come «esempio di unità a destra» da lui predicata, ma anche di una campagna di comunicazione efficace nei toni perché non aggressiva. «Amareggiato » per la debacle nella Campania di Caldoro e per la diserzione al voto di un elettore su due: «Perché gli astensionisti sono in gran parte i nostri, ormai delusi ». A qualcuno dei più fidati collaboratori confessa che dovrà trovare il modo di insediare in cabina di regia del partito gente fresca, giovane e operativa. Forse non domani o dopo, ma da qui a breve si ripromette di «dare un segnale», una scossa a Forza Italia, che per adesso tuttavia manterrà il vecchio nome. Niente Repubblicani o affini. A Salvini che invoca già le primarie, preferisce non rispondere, prendere tempo. Sebbene anche il fedelissimo (e vincente) Giovanni Toti apra adesso alla svolta.
Nel Cerchio magico si canta vittoria nonostante i numeri. Deborah Bergamini riesce a far eleggere i “suoi” Stella e Marchetti a discapito dei verdiniani in Toscana («È finita un’era»), Mariarosaria Rossi piazza Cesaro e Zinzi in Campania. E vantano il vantaggio di Fi sulla lista “Oltre” di Fitto in Puglia (10 a 9 per cento, ma il candidato Schittulli l’ha spuntata sulla Poli Bortone). Il leader pugliese però ha già detto addio al partito e annuncia la fuoriuscita dei suoi dai gruppi e una convention fondativa entro giugno a Roma. Denis Verdini aspetta. «Proverò a trattare con Renzi per modificare l’Italicum e aprire all’apparentamento al secondo turno, per dare anche ai partiti del 3 per cento una prospettiva oltre il 2018, altrimenti anche noi dove andiamo?» confidava un po’ incerto ieri ad alcuni interlocutori. I giochi si riapriranno con la riforma costituzionale al Senato. Per Forza Italia il discorso invece è chiuso, a sentire Augusto Minzolini: «Se non fossimo stati ambigui e ondivaghi col patto del Nazareno, a quest’ora avremmo vinto anche Umbria e Campania e parleremmo di un 4-3 e delle dimissioni di Renzi ».
Da La Repubblica del 02/06/2015.

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