lunedì 1 giugno 2015

Primo stop per il renzismo, il M5S impari da Podemos

da MicroMega

Primo stop per il renzismo, il M5S impari da Podemos


di Pierfranco Pellizzetti
E se la volta scorsa fosse stata l’eccezione? 2014, Matteo Renzi stravince le elezioni europee avvolgendosi in un’aura di tracotante invincibilità. Dopo un anno, le regionali ci riconsegnano il Superbone di Rignano sull’Arno notevolmente ridimensionato. Così come vengono ricondotte alla giusta dimensione di tappezzeria puramente decorativa le soavi viperette del suo harem (Boschi, Madia e Serracchiani, con l’intermittente apporto della veterana F35 Pinotti), che per tutta la campagna elettorale sono state in tournécanoro-cinguettante; lasciando al passaggio tracce devastanti nel corpo elettorale.

Del resto, un esito che qualcuno nell’entourage del Premier aveva prefigurato, virando in scaramanzia l’abituale pressappochismo linguistico; che qualche altro – in tempi di bassi livelli e guitterie – equivoca in vis comunicativa: gli esiti del confronto elettorale ridotti alla metafora calcistica del 4 a 3. Ossia la scelta di mettere preventivamente le mani avanti sminuendo il significato eventualmente sfavorevole del voto; sulla falsariga della volpe che si costituiva alibi denigrando l’uva irraggiungibile (nondum matura est, nolo eam sumere).

In apparenza l’esito per i colori renziani è stato migliore di quanto paventato: cinque presidenze conquistate a due. Eppure anche questa mela è avvelenata, visto che le vittorie di maggior rilievo suonano campane a martello per l’attuale egemonia: Vincenzo De Luca in Campania è stato subito obtorto collo, poi abbracciato e promosso sconsideratamente per poterne incamerare la potenza di radicamento territoriale (tra il notabilistico e qualcosa di ben peggiore) segnando nel proprio score la vittoria annunciata. Fermo restando che tale scelta – l’ennesima di puro calcolo opportunistico – segna la definitiva cancellazione di ogni pretesa credibilità in quanto rinnovatore rottamatorio. Se ancora ce ne fosse stato il bisogno.

Michele Emiliano vince in Puglia con un profilo dichiaratamente alternativo al mood renziano. Di più: tutto lascia pensare che il neo governatore intende lavorare alla promozione di un “modello Puglia” con cui conquistare ruolo nazionale in conflitto proprio con il proprio boss, tanto di partito come di governo. Difatti non è casuale l’apertura fatta al Movimento Cinquestelle a urne non ancora chiuse, invitato a cogestire le questioni ambientali nel nuovo ciclo amministrativo. Mossa su cui ritornerò in conclusione.

Difatti le minacce per Renzi provengono più dal fuoco amico acceso in quel di Bari che non dagli anfratti dove si sono acquartierati i sinistri interni ed esterni del PD: i civatiani, i vendoliani o i nosferatu rifondaroli. Per non parlare dei cuperliani e altri tremuli lunari. Mentre Pierluigi Bersani partecipa fuori concorso al premio “coniglio dell’anno” dopo le “benemerenze” acquisite con la trasferta genovese a sostegno di Raffaella Paita. Una gag che a molti ha riportato alla mente l’episodio del Trono di Spade, in cui il crudele e capriccioso re Joffrey Baratheon (Renzi) si diverte a umiliare il nano Tyrion Lannister (Bersani) costringendolo a fungere da coppiere.

Del resto anche la candidatura ligure della Paita, renziana dell’ultima ora e burlandiana da sempre, è stata più subita che voluta; nella sempiterna logica cinica che l’importante è solamente vincere. E la Paita sembrava vincente, anche per le spregiudicatezze che aveva messo in mostra nello sgarrettare il notabile anti-renziano Sergio Cofferati (poi allontanatosi sdegnato da quel partito che gli andava benissimo quando lo mandava a svernare a Bruxelles). Piaceva al Renzi sprezzante lo stile comunicativo paitiano; una via di mezzo tra Crudelia Demon e il pugile russo di Rocky IV, quello del “ti spiezzo in due”. Ma la gente ligure non ne poteva più di questa arroganza, coniugata con l’inettitudine e tradotta in alluvioni mortali.

Si è creato così un bel pasticcio: ora il governatore Toti non ha i voti per governare, ma troverà difficile riproporre l’antico schema degli accordi sottobanco con il PD, che hanno retto per decenni in Liguria (“il patto dei due Claudio”, Burlando e Scajola) perché l’azionista di maggioranza della sua componente è la Lega, recalcitrante nei confronti del consociativismo sottobanco.

E allora? Anche qui il vincitore politico è il Movimento Cinquestelle, che si posiziona come unica alternativa al PdR (Partito di Renzi), anche grazie all’Italicum che contrappone partiti e non coalizioni. Alla faccia di un Berlusconi sempre più marginale. Il M5S – tra l’altro – ha messo in mostra una nuova classe dirigente locale che cammina con le proprie gambe, libera dalle tutele dei Padri Fondatori. Il problema è quello di elaborare strategie alla Podemos per uscire dall’isolamento politico che ha reso sinora sterile e – al limite irrilevante – la presenza pentastellare.

Potrebbe essere cartina di tornasole la risposta che verrà data all’offerta di Emiliano. Se si comincerà a incidere o si continuerà a trincerarsi nel fondamentalismo talebano della purezza
.

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