venerdì 5 giugno 2015

QUANDO SI VA A VOTARE PENSANDO AI CAMPI ROM



QUANDO SI VA A VOTARE PENSANDO AI CAMPI ROM (di Bruno Manfellotto)


Siamo diventati un paese razzista? Il successo della campagna elettorale leghista lo farebbe pensare. Grazie all’inconcludenza della politica
Vai in giro a Roma dopo i fatti di via Battistini e senti commenti degni del sindaco sceriffo di Treviso. Chiedi dei campi rom all’amico sinceramente democratico e, pur fatte le premesse del caso ricche di rassicuranti luoghi comuni («non sono tutti uguali», «non voglio fare di tutta l’erba un fascio»), poco ci manca che metta su la t-shirt «ruspe in azione». Poi accendi la tv dopo le regionali e scopri che la Lega anti immigrati di Matteo Salvini stravince in Veneto, esplode in Toscana e torna a sedersi al tavolo dei protagonisti. E ti chiedi ancora una volta se nel fondo dell’animo italico alberghi o no una punta di cieco odio razziale, e se e quanto nel voto del 31 maggio abbia pesato, come chiamarla?, la componente rom. In altre parole: stiamo forse diventando più razzisti, come nella Francia del Front National o nell’Inghilterra di Nigel Farage?
Intanto, i numeri. Dicono gli studi in materia, e ce ne sono a bizzeffe, che rom e sinti in Italia sono più o meno 180mila – appena lo 0,25 per cento della popolazione totale – contro i 6 milioni della Ue, gli 800mila della Spagna e i 400mila della Francia. La metà ha la cittadinanza italiana; la maggior parte vive in case con muri e porte, il nomadismo era dei nonni e dei padri; la minoranza occupa aree messe a disposizione alla periferia delle maggiori città e poi abbandonate o dimenticate. A Roma i campi sono sette, affollati da settemila individui, il 70 per cento dei quali sono bambini e ragazzi sotto i 18 anni, ma non mancano baracche e tende sotto i ponti, sulle sponde del Tevere, anche in pieno centro.
In realtà, quando si invocano le ruspe, si pensa agli immigrati tout court. Trovando terreno fertile. Due anni fa il Censis di Giuseppe De Rita indagò sul fenomeno rivelando un’Italia apparentemente accogliente e bonaria, ma nel fondo assai insofferente: solo il 17,2 per cento degli intervistati si dichiararono comprensivi nei confronti degli immigrati; gli altri, invece, «diffidenti» (60,1 per cento), «indifferenti» (15,8) o «apertamente ostili» (6,9). Due su tre dissero che gli immigrati sono troppi; più della metà che nell’attribuzione delle case popolari e nelle offerte di lavoro gli italiani dovrebbero avere precedenza rispetto agli immigrati. Statistiche evidentemente ben note a Salvini che ha rapidamente virato la sua Lega da secessionista a lepenista. Giocando sui timori degli anni Duemila.
Rispetto ai 5,5 milioni di stranieri che vivono qui con permesso di soggiorno o sono già cittadini italiani, e rispetto anche ai 500mila immigrati irregolari, rom e sinti sono dunque poca cosa e non costituiscono certo un’emergenza. Eppure sono proprio loro in testa alla hit parade dell’intolleranza: sono i meno graditi per l’84 per cento degli intervistati. Perché? Certo ha pesato l’inchiesta “Mafia Capitale” (“l’Espresso”, 12 dicembre 2012) dalla quale emerge che anche i campi di Roma, aperti da Gianni Alemanno, erano diventati un bancomat di spese e tangenti. Né aiuta il fatto che tuttora il Comune impegni ogni anno per gli stessi campi 23 milioni di euro. Ma non basta.
Se non è vero che gli immigrati ci tolgono il lavoro, dal momento che accettano mansioni e condizioni che gli italiani rifiuterebbero, è vero invece che gli irregolari spiccano nelle statistiche della criminalità, così come nel borseggio di strada e nei furti negli appartamenti la palma va a ragazzini rom, spesso costretti a delinquere dagli adulti, provenienti proprio dai campi delle periferie. Così come nella Roma degli anni Cinquanta la manovalanza veniva reclutata nelle baraccopoli o nelle borgate di “Accattone”. Nel pieno della crisi, poi, a questa paura se n’è aggiunta un’altra, profonda, di lungo periodo, rivelata dalle analisi più attente: che i tanti immigrati non solo drenino sempre maggiori risorse, ma alla lunga contribuiscano perfino a intaccare seriamente le conquiste del welfare, i servizi essenziali già oggi a rischio tagli, come scuola, sanità, pensioni. La guerra dei nuovi poveri.
Conclusioni? Ognuno tragga le sue. Ma certo, anche chi razzista non si può definire, può sentirsi preoccupato per la sicurezza e per la tenuta dello stato sociale. Problemi che certo non si affrontano irrazionalmente o con le ruspe. Ma nemmeno con l’indifferenza inconcludente.

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