martedì 2 giugno 2015

Tanti voti perduti e nascosti dai premi

da il manifesto
POLITICA

Tanti voti perduti e nascosti dai premi

Pd, meno 2 milioni in un anno. Consigli regionali screditati, gonfiati dal maggioritario e promossi nel nuovo senato. L’analisi dei dati assoluti nei capoluoghi e il confronto con l’apogeo del segretario del partito democratico. Una fase che sembra già lontana, soprattutto nell’ex cuore rosso

 
La conferenza stampa di ieri nella sede del Pd
ROMA
Tutti per­dono, tranne la Lega, e il Pd perde più voti di tutti. Nel com­plesso spa­ri­sce quasi un (altro) milione e mezzo di elet­tori. Que­sto dice il con­fronto imme­diato tra le ele­zioni di dome­nica e le ele­zioni più vicine nel tempo, le euro­pee dello scorso anno, l’unico pre­ce­dente dell’era Renzi.
Asten­sio­ni­smo
Per appros­si­mare il più pos­si­bile il voto di opi­nione si pos­sono con­fron­tare i voti asso­luti nei sette comuni capo­luogo chia­mati alle urne — oltre­tutto ben dif­fusi sul ter­ri­to­rio da nord a sud — con quelli del 2014. Vene­zia, dove si sce­glieva anche il sin­daco, è l’unica città che gua­da­gna (pochi) elet­tori rispetto allo scorso anno; in tutte le altre c’è il segno meno.
Dal tutto som­mato con­te­nuto –2,18% di Napoli si passa al cla­mo­roso –25,14% di Bari e al –21,5% di Firenze. Peru­gia perde il 13% degli elet­tori, Ancona l’8,31% e Genova il 6%. L’istituto Cat­ta­neo, che ha con­dotto que­sti con­fronti a livello regio­nale, con­clude che con que­ste ele­zioni «l’astensione è dive­nuta per la prima volta l’opzione mag­gio­ri­ta­ria in diverse regioni del paese», così come annun­ciava la scar­sis­sima par­te­ci­pa­zione alle regio­nali del 2014 in Emilia-Romagna (ricor­dia­molo, votò solo il 37,7%). In linea con quel risul­tato è l’astensione record di dome­nica in Toscana, Umbria e Mar­che: con­ferma che sono pro­prio le regioni rosse a regi­strare il mas­simo di disaf­fe­zione. Non cam­bia il qua­dro il con­fronto con le pre­ce­denti regio­nali (più cor­retto ma assai datato; nel marzo 2010 Ber­lu­sconi era ancora a palazzo Chigi e Ber­sani era fre­sco segre­ta­rio del Pd). L’astensionismo nelle nostre sette città è cre­sciuto anche rispetto a cin­que anni fa, in media di oltre il dieci per­cento.
Allun­gando indie­tro lo sguardo, «se negli anni Novanta in occa­sione del voto regio­nale votava una per­cen­tuale non dis­si­mile dalle poli­ti­che, oggi la situa­zione è cam­biata radi­cal­mente e le ele­zioni regio­nali sono diven­tate quelle meno par­te­ci­pate… la per­dita di appeal è stata mag­giore pro­prio nelle regioni tra­di­zio­nal­mente più par­te­ci­pate» è ancora l’analisi dell’Istituto Cat­ta­neo. Lon­tani i tempi del buon governo, oggi le regioni ven­gono per­ce­pite come «il con­cen­trato a livello locale dei mali della poli­tica nazionale».
Sena­tori
Se, come vor­rebbe Renzi, la riforma costi­tu­zio­nale dovesse essere appro­vata entro la legi­sla­tura, allora dome­nica — con que­sto livello di atten­zione e fidu­cia — gli elet­tori di Veneto, Ligu­ria, Toscana, Mar­che, Umbria, Cam­pa­nia e Puglia avreb­bero scelto anche un terzo del pros­simo senato. I con­si­glieri regio­nali neo eletti dovreb­bero votare 26 par­la­men­tari al loro interno e altri sette tra i sin­daci delle regioni. Totale 33 sena­tori. Atten­zione: Renzi ha man­dato qual­che segnale di ripen­sa­mento, assai con­trad­dit­to­rio per la verità, in dire­zione di un ritorno all’indicazione popo­lare dei sena­tori. Anche ammesso che que­sto sia pos­si­bile al punto in cui si è giunti (e non sem­bre­rebbe), si può cam­biare la legge a regime ma non la norma tran­si­to­ria — per­ché le regioni non si rin­no­vano con­tem­po­ra­nea­mente — a meno di non voler riman­dare il debutto del nuovo senato di alcuni anni. Allora è inte­res­sante vedere come si divi­de­ranno tra i par­titi i nuovi sena­tori sulla base dei risul­tati di dome­nica. Gra­zie agli abbon­danti premi di mag­gio­ranze inse­riti in tutte le leggi regio­nali, il Pd pren­derà molto: 13 sena­tori dei 33 asse­gnati ai 7 con­si­gli regio­nali appena rin­no­vati. Segue il Movi­mento 5 Stelle con 5 sena­tori, 4 a testa per Lega e Forza Ita­lia, uno per Fitto. E non man­cherà un discreto numero di sena­tori «per­so­nali», scelti dalle liste di diretta crea­zione dei «gover­na­tori», 3 per Zaia, uno per Emi­liano e ben due per le liste «civi­che» che hanno appog­giato De Luca, quelle a mas­sima con­cen­tra­zione di cosid­detti «impre­sen­ta­bili». Natu­ral­mente que­sto è solo un effetto indi­retto delle leggi elet­to­rali regio­nali iper mag­gio­ri­ta­rie, quello diretto essendo la blin­da­tura dei nuovi con­si­gli. Esem­pio per tutti l’Umbria, rima­sta in bilico nella notte tra dome­nica e lunedì mal­grado la sua sto­ria di regione rossa, e poi asse­gnata alla pre­si­dente uscente con appena il 3% dei voti di scarto. Più che suf­fi­cienti, però, per­ché gra­zie alla nuova legge il Pd si vede asse­gnare 10 con­si­glieri su 20, men­tre alla Lega giunta seconda ne vanno solo 2. Il con­fronto con il con­si­glio uscente è illu­mi­nante: cin­que anni fa la (stessa) can­di­data del Pd vinse con la bel­lezza di 20 punti per­cen­tuali di scarto e il par­tito con­qui­sto 9 con­si­glieri, appena uno più dei secondi (allora il Pdl).
Voti
Mag­gio­ri­ta­rio e premi con­fon­dono assai l’analisi del voto, allora è utile tor­nare alle cifre asso­lute. Il Pd ha perso ovun­que, sia rispetto al 2010 (un milione di voti in meno) che alle euro­pee dello scorso anno (oltre due milioni di voti in meno). Ogni regione fa sto­ria a sé e con­viene scen­dere nel det­ta­glio delle città capo­luogo. Per sco­prire che il «disturbo» delle liste civi­che c’entra poco, visto che il crollo mag­giore il Pd lo regi­stra a Peru­gia (da 89mila a 28mila voti) e a Genova (da 122mila a 48,5mila), capo­luo­ghi di regioni dove più scarsa era la pre­senza di que­ste liste (attorno all’1%). Dodici mesi dopo le euro­pee, il Pd deve regi­strare un vero tra­collo a Napoli, città dove rac­co­glie un set­timo dei voti di allora (60mila rispetto a 420mila). A Napoli e a Genova, ma anche a Bari il primo par­tito è ormai il Movi­mento 5 Stelle. Eppure anche i gril­lini per­dono, sono ben lon­tani dal record delle poli­ti­che del 2013 (due milioni di voti in meno) e dal risul­tato più mode­sto dell’anno scorso (900mila voti in meno). Ancona, Napoli e Firenze sono le città dove il calo è più con­te­nuto. Firenze e la stessa Genova quelle dove invece la fles­sione dei 5 stelle rispetto al 2014 si nota di più (da 77mila a 54mila voti nella città di Grillo). Per tro­vare chi ha vinto biso­gna pas­sare così alla Lega, che ha mol­ti­pli­cato per quat­tro i suoi voti a Firenze a Ancona e Peru­gia, per tre a Genova e per 1,5 a Vene­zia. Men­tre era assente a Bari e a Napoli (dove però è com­parsa una lista sudi­sta ed è cre­sciuta del 32% Fra­telli d’Italia).
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