martedì 2 giugno 2015

Una sconfitta che riapre i giochi

da il manifestoEDITORIALE

Una sconfitta che riapre i giochi


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L’arroganza ren­ziana è stata punita e anche quella del suo Pd. E adesso si ria­prono i gio­chi sia all’interno della Sini­stra che nel Paese. Per­ché dopo il voto di dome­nica non è affatto scon­tato che la legi­sla­tura duri fino al 2018. E l’immagine di Renzi in tuta mime­tica men­tre visita i mili­tari in Afgha­ni­stan è per­fet­ta­mente in linea con quel che l’aspetta in Italia.
Eppure tra tutte le istan­ta­nee della lunga notte elet­to­rale, quella del ber­lu­sco­niano Toti che brinda e fuma per la vit­to­ria in Ligu­ria, inter­preta al meglio lo schiaffo preso dal pre­mier e le novità poli­ti­che pro­dotte dal voto. Fuori ogni pre­vi­sione, una vit­tima sacri­fi­cale but­tata nella mischia per la soprav­vi­venza di Forza Ita­lia vince, e diventa pre­si­dente di Regione in una delle roc­ca­forti della sini­stra tra­di­zio­nale, gra­zie ai voti deci­sivi della Lega. La Ligu­ria è una sin­tesi: da una parte la vit­to­ria del cen­tro­de­stra unito e a tra­zione sal­vi­niana, dall’altra la scon­fitta del Pd a ex voca­zione mag­gio­ri­ta­ria, per­ché non ha più la forza trai­nante del con­senso, e per­ché a sini­stra si apre un’altra, ina­spet­tata, possibilità.
È vero che il Pd vince in 5 Regioni su 7, strap­pando la Cam­pa­nia alla Destra. Ma il puzzle poli­tico ita­liano è rac­chiuso nel risul­tato ligure ed è ridi­colo addos­sare il tra­collo del par­tito dal 42 per cento delle euro­pee al 27 per cento attuale (e impresso nella tri­ste para­bola di una can­di­data tanto spon­so­riz­zata quando invisa all’elettorato), al «tra­di­tore» Luca Pasto­rino, spinto da due neo-ex come Cof­fe­rati e Civati, i famosi «maso­chi­sti 2.0». Intanto per­ché chi ha votato Pasto­rino non avrebbe votato per la ren­ziana Paita. Ma c’e l’esempio del Veneto. Nono­stante la spac­ca­tura e il 14 per cento di Tosi, il leghi­sta Zaia ha addi­rit­tura trionfato.
Volendo girare il col­tello nella ferita, andrebbe sot­to­li­neato che le uni­che due ultras ren­ziane (Paita e Moretti), hanno preso una vera bato­sta, per­so­nale e come rap­pre­sen­tanti del Pd. E que­sto è un flop sul quale il segretario/premier farebbe bene a riflet­tere. Gli altri can­di­dati vin­centi del Pd (come Emi­liano, De Luca, Rossi) anche se hanno cor­teg­giato e blan­dito Renzi negli ultimi mesi, gio­cano una par­tita auto­noma, forti di un con­senso locale. Resta il fatto che su De Luca c’è la man­naia della legge Seve­rino: qual­siasi strada verrà imboc­cata per tener­gli la pol­trona di pre­si­dente, sarà comun­que molto scivolosa.
Ma il para­digma ligure ci regala anche l’altra impor­tante novità: la forte, dif­fusa affer­ma­zione dei 5Stelle in tutti i luo­ghi dove si è votato. Siamo di fronte ad un ine­dito fatto poli­tico per­ché le liste dei pen­ta­stel­lati ave­vano sem­pre avuto nel voto ammi­ni­stra­tivo il loro tal­lone di Achille. Invece otte­nendo per­cen­tuali a due cifre, diven­tando primi in tre regioni e il secondo «par­tito» su scala nazio­nale, dimo­strano una capa­cità di pre­senza e di con­senso anche sul ter­ri­to­rio, dove hanno com­bat­tuto con pochi soldi e gio­vani sco­no­sciuti. Sem­pre più i 5Stelle si con­fer­mano come una forza deci­siva per sbloc­care la situa­zione poli­tica. Lo ha capito il neoe­letto gover­na­tore della Puglia, Michele Emi­liano, che ha già pro­po­sto per l’organigramma della futura giunta, l’ingresso della capo­li­sta grillina.
La Ligu­ria ci dice qual­cosa di nuovo anche nelle poten­zia­lità di una «rete» di sini­stra per­ché il 10 per cento di Pasto­rino tiene aperto uno spa­zio poli­tico, il più signi­fi­ca­tivo tra quelli regi­strati dalle liste a sini­stra del Pd. Un voto che riflette e rac­co­glie il dis­senso largo di un elet­to­rato lon­tano dalle poli­ti­che del governo (scuola, pen­sioni, riforme). Insieme al calo gene­ra­liz­zato e pesante dei voti del Pd, l’apertura di cre­dito verso Pasto­rino mette un bastone tra le ruote alla voca­zione mag­gio­ri­ta­ria di Renzi. Però è neces­sa­ria una rifles­sione anche a sini­stra per­ché i con­sensi otte­nuti dalle altre liste non sono nean­che una base e Pode­mos è lon­tana anni luce.
Uscendo dai con­fini liguri emerge tut­ta­via una enorme distanza tra eletti e elet­tori, tra i governi locali e quei 23 milioni di elet­tori chia­mati alle urne. Que­sta volta lo sca­lone dell’astensione è più di dieci punti di media in meno rispetto alle regio­nali del 2010. Ma, ancor di più, se il crollo della par­te­ci­pa­zione lo andiamo a leg­gere in regioni come la Toscana o le Mar­che, ci accor­giamo che nel cuore del Paese, nelle terre dove si supe­rava il 60 per cento di votanti, adesso siamo addi­rit­tura sotto il 50 per cento.
E la Toscana di Rossi si è fer­mata al 48, con un par­ti­co­lare non secon­da­rio: la Lega oltre il 16 per cento, avan­guar­dia di uno sfon­da­mento della destra oltran­zi­sta in tutto il cen­tro Ita­lia. Il suc­cesso di Sal­vini, mette in chiaro un pro­blema evi­dente da almeno un anno: la lea­der­ship del cen­tro­de­stra. Cosa peral­tro urgente. Anche per­ché non è escluso che Renzi voglia anti­ci­pare il ritorno alle urne. Chi sarà lo sfi­dante? Grillo che gioca una par­tita a sé o Sal­vini che vuole ampliare il suo con­senso, rot­ta­mando Berlusconi?
Comun­que un ita­liano su due ha diser­tato il pro­prio seg­gio. Certo l’estate e il lungo ponte non hanno invo­gliato i cit­ta­dini, ma stiamo par­lando di un vero e pro­prio crollo, di una fuga di massa, di un pro­blema di demo­cra­zia. Che i due vice­se­gre­tari del Pd, si espri­mano con slo­gan rin­sec­chiti dal ran­core verso il capro espia­to­rio di turno (Pasto­rino, Bindi…), per poi con­clu­dere che va tutto bene per­ché il Pd ha vinto 5 a 2, non stu­pi­sce: sem­mai con­ferma chi è che gufa dav­vero con­tro il Paese.
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