giovedì 4 giugno 2015

UNA TOPPA AL PASTICCIO DE LUCA

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UNA TOPPA AL PASTICCIO DE LUCA (di Gianluigi Pellegrino)

Ogni giorno che passa il caso Campania si rivela un gran pasticcio istituzionale. E la soluzione che si ipotizza è in realtà tutt’altro che scontata. Si dice che De Luca possa insediarsi, nominare la giunta e solo dopo essere sospeso per gli effetti della legge Severino: a quel punto la guida della Regione sarebbe assicurata dal vicepresidente scelto dallo stesso De Luca. Ma che le cose non stiano così, lo dicono le parole della Corte costituzionale: “È indubbio che la sospensione obbligatoria… integri gli estremi di un vero e proprio impedimento del Presidente che gli preclude l’esercizio delle attribuzioni connesse alla carica… con conseguente impossibilità di compiere qualunque atto”.
Del resto i provvedimenti già assunti anche da Renzi in applicazione della legge Severino hanno rispettato pacificamente questi principi. Vale per tutti il caso di un amministratore regionale coinvolto nello scandalo Mose, dove Palazzo Chigi ha dato atto che la interdizione retroagisce al momento in cui la incompatibilità si è determinata.
Ma sono decine gli atti di identico tenore anche di precedenti premier. Del resto si tratta di misure (sospensione per sentenze di primo grado) per nulla nuove nel nostro ordinamento. Per questo ci sono molti precedenti e la Consulta ha sancito quei principi già nel 2008. La Severino ha solo aggiunto l’abuso di ufficio nella considerazione che può derivare anche da grave distorsione della pubblica funzione.
È ancora Palazzo Chigi — attraverso l’Avvocatura dello Stato — ad aver evidenziato come a nulla valga lamentare che con l’automatica sospensione, gli organi elettivi possano risultare decapitati o paralizzati, determinando il loro scioglimento. E ciò perché nessun inconveniente può ostacolare l’applicazione di una legge volta a interdire ogni contatto tra la funzione pubblica e la persona incompatibile.
Sono profili che non deve aver considerato un pur attento uomo di legge come Raffaele Cantone quando ha definito plausibile che De Luca possa esercitare, anche solo per un’ora, le funzioni che la legge categoricamente gli interdice. Del resto altrimenti si dovrebbe affermare che anche un condannato per mafia (visto che la sospensione è identica) possa rinnovare o nominare i suoi vice.
La Consulta sottolinea ancora che la sospensione immediata opera anche se la condanna era precedente all’elezione. È infatti escluso che in uno Stato di diritto, in una democrazia repubblicana, il consenso elettorale possa essere un lavacro dall’applicazione di leggi poste a tutela di superiori interessi pubblici. Né ha senso invocare le questioni di costituzionalità sollevate da un collegio barese.
E infatti non solo resta fermo il dovere di tutti di applicare la legge anche a De Luca; ma va rilevato che i giudici pugliesi hanno apertamente aderito alla lamentela da tempo gridata da Berlusconi (la cosiddetta illegittima retroattività della legge Severino). Allora non può sfuggire il testa-coda in cui il partito del premier si pone nel fare «affidamento» su un accoglimento di quel ricorso. Dunque in Campania non resterebbe che prendere atto della paralisi generata dal pasticcio, evitare nuovo caos, e tornare alle urne. Non c’è dubbio che a legge vigente, sarebbe il pur triste esito finale. È stato imperdonabilmente contraddittorio con una mano varare la legge Severino e con l’altra sostenere la candidatura di De Luca, senza fare i conti con la paralisi istituzionale che si sarebbe generata.
In alternativa, c’è solo un intervento normativo non già ad personam ma ad istitutionem, che ponga riparo al disastro compiuto individuando una funzione vicaria coerente con l’esito del voto (a esempio il consigliere anziano di maggioranza), ma certo non scelta proprio da De Luca che la legge impone resti da subito lontano dalla funzione pubblica. Sarebbe sempre una toppa, ma a ben vedere l’unica non peggiore del buco.

repubblica

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