martedì 14 luglio 2015

EDITORIALE Un timoniere nella burrasca

da il manifesto
EDITORIALE

Un timoniere nella burrasca


 
Alexis Tsipras

Nella notte più lunga e più nera dell’Unione euro­pea, la giacca gliel’hanno lasciata, ma il ten­ta­tivo di Tsi­pras di miti­gare la ricetta di lacrime e san­gue si è scon­trato con un muro. Come era pre­ve­di­bile, ine­vi­ta­bile. Al gio­vane lea­der greco è stata rispar­miata solo l’umiliazione di col­lo­care il “fondo di garan­zia” di 50 miliardi nel para­diso fiscale di Jun­ker, il Lussemburgo.
Il pic­colo paese deva­stato dai cin­que anni di auste­rità dovrà ancora sop­por­tarne il peso, per­cor­rendo una strada tutta in salita. La Gre­cia fini­sce sotto ammi­ni­stra­zione con­trol­lata, soprat­tutto dalla Troika, che torna ad Atene con il com­pito di vagliare ogni legge nazio­nale. Inol­tre il nuovo memo­ran­dum pre­vede mano libera sui licen­zia­menti col­let­tivi. Non due rospi da ingo­iare insieme agli altri punti dell’accordo, ma il ritorno allo sta­tuto di colo­nia tede­sca. Con tutte le con­se­guenze facil­mente imma­gi­na­bili in un paese desta­bi­liz­zato, con le ban­che ancora chiuse e le destre nazio­na­li­ste in ebollizione.
Ma se è vero che la mate­ria del con­ten­dere a Bru­xel­les non era di natura eco­no­mica (una que­stione che vale il 2% del Pil euro­peo), se la par­tita gio­cata fin dall’inizio è stata squi­si­ta­mente poli­tica — togliere di mezzo l’inaffidabile lea­der di Syriza e l’anomalia del suo governo — allora se oggi Tsi­pras lasciasse il campo si rea­liz­ze­rebbe anche quest’ultimo dik­tat di Bruxelles.
Il pre­si­dente del con­si­glio greco, fin­ché potrà, dovrà tenere il timone ben fermo per ten­tare di gui­dare la sua nave in mezzo alla grande bur­ra­sca, e se nell’accordo cape­stro c’è tut­ta­via il rico­no­sci­mento dell’insostenibilità del debito, e 35 miliardi di fondi euro­pei per gli inve­sti­menti oltre a un pre­stito di 86 miliardi, non è garan­tito che il timo­niere rie­sca a rag­giun­gere un porto sicuro.
La mino­ranza interna, con i par­la­men­tari e i mini­stri che la rap­pre­sen­tano, ha buone ragioni per non votare “l’atroce elenco” (Der Spie­gel) e a cri­ti­carlo è lo stesso ex mini­stro Varou­fa­kis che rim­pro­vera a Tsi­pras di aver fir­mato l’accordo e di non aver messo sotto con­trollo la Banca cen­trale inne­scando così il piano B. Ma chi garan­ti­sce che un gioco al rialzo avrebbe otte­nuto risul­tati migliori?
E comun­que c’è anche il rove­scio della meda­glia, e cioè la “fol­lia ven­di­ca­trice” della Ger­ma­nia, come la chiama Paul Krug­man, non è a costo zero. Il suo oltran­zi­smo, fino alla espli­cita volontà di umi­liare la vit­tima, ha impres­sio­nato molti ambienti tede­schi, oltre ad aver messo in evi­denza una frat­tura con la Fran­cia. Per il futuro è in discus­sione lo stra­po­tere della lea­der­ship ger­ma­nica. L’Italia non ha certo gio­cato un ruolo da pro­ta­go­ni­sta. Renzi venerdì scorso pro­no­sti­cava che il sum­mit finale non sarebbe stato neces­sa­rio per­ché l’accordo si sarebbe tro­vato facilmente.
Comin­cia ora il secondo tempo del dramma greco. Un paese che ha scon­fes­sato i governi dell’austerità, un popolo che ha dimo­strato una grande dignità, i gio­vani che hanno dato fidu­cia alla sini­stra man­dan­dola al governo devono affron­tare una navi­ga­zione peri­gliosa. Senza vol­tare le spalle al loro lea­der, con­sa­pe­voli dell’impossibilità di pra­ti­care la via della giu­sti­zia sociale in un solo paese.

Grecia

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