sabato 19 settembre 2015

A piedi scalzi davanti le ambasciate d'Ungheria

da il manifesto

EDITORIALE
A piedi scalzi davanti le ambasciate d'Ungheria

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Quanto sta suc­ce­dendo in Unghe­ria in que­ste ore è inac­cet­ta­bile e disumano.
E’ un passo indie­tro nella sto­ria della civiltà euro­pea e dell’umanità in generale.
Respin­gere pro­fu­ghi, richie­denti asilo ed esseri umani in gene­rale con muri, man­ga­nel­late, idranti e gas lacri­mo­geni è un atto di bar­ba­rie che non pos­siamo in alcun modo tol­le­rare.
L’Europa tutta deve rea­gire e denun­ciare il com­por­ta­mento del governo di Orban.
Siamo al fianco della società civile unghe­rese che sta cer­cando di opporsi alle scelte del suo governo e chie­diamo al governo ita­liano di fare tutte le pres­sioni pos­si­bili per evi­tare che tale bar­ba­rie con­ti­nui.
A dieci giorni dalla grande espe­rienza delle 75 Marce degli Scalzi di Venerdì 11 set­tem­bre lan­ciamo una nuova mobi­li­ta­zione nazio­nale: pre­sen­tia­moci scalzi lunedì 21 set­tem­bre alle ore 18 davanti all’ambasciata unghe­rese di Roma e davanti a tutti i con­so­lati dell’Ungheria in Ita­lia, por­tiamo con noi un car­tello «Io sono clan­de­stino, arre­sta­temi — I’m ille­gal, arrest me!» o anche «I sono rifu­giato, arre­sta­temi! — I’m refu­gee, arrest me!»
Ognuno può orga­niz­zarlo libe­ra­mente davanti ad una delle sedi con­so­lari qui elen­cate.
Il motivo di que­sta mobi­li­ta­zione è sem­pre quello già annun­ciato con le Marce dell’11 set­tem­bre che qui ricordiamo.
Non è pen­sa­bile fer­mare chi scappa dalle ingiu­sti­zie, al con­tra­rio aiu­tarli signi­fica lot­tare con­tro quelle ingiustizie.
Dare asilo a chi scappa dalle guerre, signi­fica ripu­diare la guerra e costruire la pace.
Dare rifu­gio a chi scappa dalle discri­mi­na­zioni reli­giose, etni­che o di genere, signi­fica lot­tare per i diritti e le libertà di tutte e tutti.
Dare acco­glienza a chi fugge dalla povertà, signi­fica non accet­tare le sem­pre cre­scenti disu­gua­glianze eco­no­mi­che e pro­muo­vere una mag­giore redi­stri­bu­zione di ricchezze.
Per chie­dere con forza i primi quat­tro neces­sari cam­bia­menti delle poli­ti­che migra­to­rie euro­pee e globali:
  1. cer­tezza di cor­ri­doi uma­ni­tari sicuri per vit­time di guerre, cata­strofi e dittature
  2. acco­glienza degna e rispet­tosa per tutti
  3. chiu­sura e sman­tel­la­mento di tutti i luo­ghi di con­cen­tra­zione e deten­zione dei migranti
  4. creare un vero sistema unico di asilo in Europa supe­rando il rego­la­mento di Dublino
Per­ché la sto­ria appar­tenga alle donne e agli uomini scalzi e al nostro cam­mi­nare insieme.
Il mani­fe­sto ha ade­rito all’iniziativa insieme a Msf, Amne­sty inter­na­tio­nal, Arci, Emer­gency e Luna­ria. Mani­fe­sta­zioni davanti alle sedi con­so­lari unghe­resi sono state indette per ora a Milano, Vene­zia e Palermo.
Alla mobi­li­ta­zione che si terrà a Roma davanti all’ambasciata di Unge­ria hanno ade­rito anche le volon­ta­rie e i volon­tari del cen­tro Bao­bab di via Cupa.


EUROPA
«Sui profughi siano pronti a votare a maggioranza»
Quote obbligatorie, la Germania avverte i paesi dell’est. Fino a oggi in 213 mila hanno chiesto asilo all’Ue
— Carlo Lania


EUROPA
Ansia e corsi di italiano aspettando la commissione
Tra i richiedenti asilo di Casale San Nicola. La risposta alla domanda di protezione può permettere di ricominciare a vivere
— Carlo Lania


EUROPA
Germania: curve degli stadi antirazziste
— Jacopo Rosatelli 


EUROPA
Zagabria apre un corridoio verso l'Ungheria
La Croazia ha deciso di aprire un corridoio verso l’Ungheria, per i profughi che vogliono raggiungere il nord Europa. Governo polemico con Budapest: «I loro muri sono inaccettabili»
— Giacomo Scotti


EUROPA
Ungheria, video-minaccia ai migranti dal sindaco di Jobbik
— Massimo Congiu


COMMENTI
Pace e cooperazione, l'unica via della Ue
Lo scorso anno i migranti sono stati 54 milioni di persone. Hanno trovato rifugio per lo più negli stati vicini. In proporzione, i dieci stati più ricchi della Ue ne avrebbero dovuti accogliere 41 milioni. Altro che i 120mila del piano Junker
— Ignazio Masulli
I risul­tati della riu­nione dei mini­stri degli Interni dell’Unione euro­pea tenu­tasi il 14 scorso segnano un ulte­riore arre­tra­mento di fronte al ria­cu­tiz­zarsi del feno­meno di pro­fu­ghi e migranti. La logica di assurda difesa e chiu­sura mani­fe­state, in varia misura, dai paesi mem­bri e dalle isti­tu­zioni dell’Unione nei mesi scorsi sem­bra­vano aver cono­sciuto una svolta e per­sino nuove dispo­ni­bi­lità all’accoglienza per effetto di imma­gini e dati par­ti­co­lar­mente dram­ma­tici dif­fusi dai media agli inizi del mese. Ma ora sem­bra tutto già rientrato.
L’unica rispo­sta che con­ti­nua a far ben spe­rare è quella venuta da cit­ta­dini, ini­zia­tive auto-organizzate e asso­cia­zioni in vari paesi e che hanno fatto emer­gere sen­ti­menti di soli­da­rietà verso i rifu­giati affatto diversi da quelli di paura e xeno­fo­bia che con­ti­nuano ad essere inco­rag­giati e sfrut­tati nel modo più spre­giu­di­cato.
Ma per­ché un tale muta­mento della coscienza col­let­tiva metta radici e diventi abba­stanza forte da eser­ci­tare una pres­sione effi­cace su governi e isti­tu­zioni dell’Ue biso­gna che maturi una piena con­sa­pe­vo­lezza delle pro­por­zioni del feno­meno e delle sue cause principali.
I dati di fatto con cui fare i conti sono chiari. L’anno scorso il totale di sfol­lati, pro­fu­ghi e rifu­giati, rico­no­sciuti come tali dall’Alto com­mis­sa­riato delle Nazioni unite, è stato di 54,9 milioni di per­sone. La mag­gio­ranza di que­ste per­sone ha tro­vato rifu­gio negli Stati vicini. Di que­sti, i 10 che ne hanno accolti di più, per un totale di 8,2 milioni, sono: Paki­stan, Tur­chia, Libano, Iran, Etio­pia, Gior­da­nia, Kenya, Ciad, Uganda, Sudan. Se con­si­de­riamo il Pil pro capite (a parità di potere d’acquisto), vediamo che la dispo­ni­bi­lità com­ples­siva di que­sti 10 paesi è 1/5 di quella dei 10 più ric­chi dell’Ue. Quelli che, pro­prio per que­sto, sono tra le mete più ago­gnate dei rifu­giati e migranti, cioè Sve­zia, Fin­lan­dia, Dani­marca, Gran Bre­ta­gna, Olanda, Bel­gio, Ger­ma­nia, Austria, Fran­cia, Italia.
Il con­fronto è sem­plice: se la dispo­ni­bi­lità di que­sti Stati verso i pro­fu­ghi fosse pari a quella dei 10 più ricet­tivi che abbiamo elen­cato prima, di rifu­giati ne dovreb­bero acco­gliere 41,1 milioni. Altro che i 120mila pre­vi­sti dal piano Junc­ker e pure con­te­stati. Per non dire, poi, della for­zosa distin­zione tra chi fugge da guerre e con­flitti civili e chi cerca di scam­pare a povertà e con­di­zioni di vita comun­que insostenibili.
In realtà, le cause prin­ci­pali dell’aumento del numero di rifu­giati e migranti regi­stra­tosi da un decen­nio, con un’impennata negli ultimi tre anni, sono due.
La prima è dovuta alle guerre impo­ste dagli Usa e dai loro più stretti alleati in Iraq e in Afgha­ni­stan, al rin­fo­co­la­mento di vec­chi con­flitti, come quello in Sudan. Per non dire del soste­gno diretto e indi­retto dato a ribel­lioni con­tro regimi non si sa se più col­pe­voli di dispo­ti­smo o piut­to­sto di osti­lità agli inte­ressi della Nato. L’ultimo esem­pio è quello siriano. Agli sto­rici l’analisi pre­ci­pua delle respon­sa­bi­lità. Ma è indub­bio che, al di là dei nobili intenti di volta in volta pro­pa­gan­dati, i metodi adot­tati e i risul­tati rag­giunti hanno com­por­tato enormi sof­fe­renze e lutti per le popolazioni.
Non è certo un caso che i paesi che l’anno scorso hanno con­tato il mag­gior numero di rifu­giati, pro­fu­ghi e sfol­lati siano stati: Siria, Colom­bia, Iraq, Repub­blica demo­cra­tica del Congo, Afgha­ni­stan, Sudan, Sud Sudan, Soma­lia, Paki­stan, Repub­blica Cen­tra­fri­cana. Il loro elenco è indi­ca­tivo delle mano­vre tardo-colonialiste in cui sono coin­volti gli Stati Uniti e alcune delle mag­giori potenze euro­pee. Sic­ché, suc­cede che tra i paesi recal­ci­tranti a dare asilo ai rifu­giati vi siano alcuni dei mag­giori respon­sa­bili delle loro sofferenze.
Molto più dif­fusa e varia è la geo­gra­fia della seconda e con­co­mi­tante causa dell’esodo, quella di quanti cer­cano di fug­gire da con­di­zioni di povertà e sfrut­ta­mento dive­nute insop­por­ta­bili. Ed è la geo­gra­fia della delo­ca­liz­zaz­zione pro­dut­tiva, quella con cui le mul­ti­na­zio­nali hanno tra­sfe­rito parti cre­scenti della pro­pria atti­vità in paesi con mano­do­pera a basso o bas­sis­simo costo e che con­sen­tono di avere mano libera nello sfrut­ta­mento anche delle risorse natu­rali, senza alcuna remora per i danni all’ambiente.
Se le cause sono que­ste, le vie d’uscita vanno ricer­cate su due piani.
In primo luogo, occorre svi­lup­pare una forte ini­zia­tiva poli­tica per indurre i governi a riti­rarsi dai vari tea­tri di guerra e da ini­zia­tive di soste­gno all’una o all’altra delle fazioni in lotta nei con­flitti civili. Ini­zia­tive che, per la mag­gior parte risul­tano fal­sa­mente moti­vate e i cui risul­tati, non a caso, sono oppo­sti a quelli degli obiet­tivi pro­cla­mati. Su que­sto ter­reno è urgente un totale muta­mento di rotta pro­muo­vendo una seria ricerca di solu­zioni poli­ti­che che ripor­tino dav­vero sta­bi­lità e pace.
Sul secondo ver­sante, è indi­spen­sa­bile porre limiti ad una delo­ca­liz­za­zione pro­dut­tiva il cui scopo prin­ci­pale è stato e resta quello di spin­gere verso una com­pe­ti­zione al ribasso delle con­di­zioni di lavoro, sia nei paesi di più antico che di nuovo sviluppo.
Non si tratta certo di imprese facili e i pro­gressi che si potranno fare in que­ste dire­zioni sono tutt’altro che scon­tati. Ma dob­biamo essere con­sa­pe­voli del fatto che l’Europa e gli Stati Uniti si tro­vano oggi di fronte ad un punto di bifor­ca­zione oltre il quale si pro­spet­tano pos­si­bili evo­lu­zioni assai diverse tra loro.
La prima è con­tras­se­gnata dal pre­va­lere della logica della “for­tezza asse­diata” e dalla difesa di ciò che viene per­ce­pito ed indi­cato come una minac­cia pro­ve­niente dall’esterno verso gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di paesi più svi­lup­pati. Il che ripro­pone chiu­sure nazio­na­li­ste e sen­ti­menti xeno­fobi non molto dif­fe­renti da quelli che hanno segnato le pagine peg­giori della sto­ria europea.
La seconda con­si­dera il feno­meno come una sfida ine­lu­di­bile che può essere affron­tata con poli­ti­che posi­tive e ben cali­brate d’integrazione all’interno. Poli­ti­che basate sul ripri­stino dei diritti del lavoro e sociali erosi in trent’anni di neo­li­be­ri­smo e la cui rico­stru­zione valga per miglio­rare le con­di­zioni di vita dei vec­chi cit­ta­dini come per offrire pos­si­bi­lità reali ai nuovi. Men­tre nei rap­porti inter­na­zio­nali occor­rerà per­se­guire tena­ce­mente poli­ti­che di pace e di coo­pe­ra­zione inter­na­zio­nale capaci di mediare tra i diversi inte­ressi in campo anche in situa­zioni di par­ti­co­lare difficoltà.
È una pro­spet­tiva non facile da per­se­guire, ma è l’unica in grado di rispon­dere effi­ca­ce­mente ai pro­blemi posti dal feno­meno che abbiamo di fronte. Pro­blemi che non deri­vano tanto dalle sue pro­por­zioni quan­ti­ta­tive, quanto dalla sfida di un nuovo uni­ver­sa­li­smo dei diritti.

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