venerdì 18 settembre 2015

Alfio Marchini: 'Sarò io 
l’anti-Matteo Renzi'

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INTERVISTA

Alfio Marchini: 'Sarò io 
l’anti-Matteo Renzi'

Creare l’alternativa a Renzi e Salvini. Formare una vera élite «che non è una cupola di compari». Ecco le sue idee per il neoconservatorismo italiano

DI MARCO DAMILANO
Alfio Marchini: 'Sarò io 
l’anti-Matteo Renzi'
Otto del mattino,vista sulle rovine dell’area sacra in piazza di Torre Argentina nel cuore di Roma, sul tavolo di lavoro c’è un cagnolino di gomma, sotto il tavolo due cani in carne e ossa, in vista ci sono l’ultimo editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere” («La destra che l’Italia non ha») e l’intervista di Giampaolo Pansa di qualche giorno fa: «Da un po’ di tempo sto osservando come alternativa a Matteo Renzi Alfio Marchini...». Il padrone di casa condivide le parole di Galli della Loggia: «Quello italiano è un conservatorismo nullista, inutilizzabile... un fantasma».

Eppure lui non è mai stato di destra. Il nonno Alfio è stato partigiano e comunista, Marchini junior è amico di Massimo D’Alema («ma non lo sento da tempo») cui presentò Enrico Cuccia. Ma negli ultimi mesi, dopo la candidatura a sindaco di Roma nel 2013, 114mila voti e il 9,4 per cento, l’imprenditore cinquantenne, cattolico e profondo conoscitore dell’Argentina di Jorge Mario Bergoglio, sta diventando un punto di riferimento per il disastrato centro-destra in cerca di leader. È stato a Fiuggi, dal berlusconiano Antonio Tajani, e alla fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliariello. «Le affido qualche pensiero venuto in mente mentre mi facevo la barba...», attacca. In due ore di conversazione citerà San Paolo, Gandhi, Martin Luther King. Una bozza di manifesto per il neo-conservatorismo italiano.

«Quali sono i grandi problemi del nostro tempo? Il primo è la divaricazione crescente tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il modello anni Novanta di Bill Clinton e di Alan Greenspan aveva drogato la finanza, ma il doping era stato distribuito tra la classe media sotto forma di occupazione e spinta ai consumi. Oggi il mercato è tornato a livelli pre-crisi, i derivati circolano come prima nel sistema, ma i benefici sono per pochi. La seconda questione: siamo di fronte a una guerra di civiltà, più o meno dichiarata. Le conquiste e i valori dell’Occidente sono sotto attacco e la risposta laica è priva di vigore interiore e goffamente muscolare. Il progresso seguito alla rivoluzione francese ha riempito le pance e svuotato i cuori. Siamo diventati una civiltà molle e destinati a soccombere. Dobbiamo reagire mettendo al centro la persona e nutrire lo spirito, non solo la pancia. È nella natura dell’uomo tendere verso l’alto, parlare di bene e di male non può essere una prerogativa delle religioni. Quale è il nostro modello di felicità? Le statistiche ci dicono che siamo al massimo di longevità, sicurezza e benessere ma anche al massimo nell’uso di psicofarmaci. Questo è il vuoto della politica che è colmato da un eccesso di religione che inevitabilmente degenera nell’integralismo. Ultima questione: il popolo e il capitalismo hanno divorziato dalla democrazia...».

Si fermi, Marchini, torniamo verso il basso: c’è la possibilità di costruire un’alternativa al Pd di Matteo Renzi che non siano il Movimento 5 Stelle o la Lega di Matteo Salvini? «Il tema mi appassiona come elettore visto che oggi sarei tra coloro che diserterebbero le urne». Un modello sono le liste civiche, per un elettorato che non si identifica più nei partiti tradizionali. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, imprenditore, ha vinto a sorpresa le elezioni con una lista civica, Forza Italia e Lega erano al traino. Alle porte di Palermo, nell’ultimo fine settimana, si è riunito il terzo congresso dei comitati civici, presenti in qualche zona alle ultime amministrative.

In Spagna il partito dei Ciudadanos, guidati da Albert Rivera, il Podemos dei moderati, è accreditato nei sondaggi di un 15 per cento per le prossime elezioni. E in America c’è il miliardario Donald Trump, in corsa per le primarie presidenziali, che terremota il partito repubblicano e l’elettorato conservatore.
«Un anno fa a Parigi provocai alcuni amici americani sulle presidenziali del 2016 ricordando loro la decadenza dell’Impero romano. All’inizio l’imperatore selezionava il successore cooptandolo per merito, poi subentrò il criterio di appartenenza e cominciò il declino. In America l’outsider Clinton sconfisse l’uscente Bush ed è stato l’ultimo dei grandi presidenti. Oggi la scelta è tra due dinastie, degnissime, i Bush e i Clinton. L’ascesa di Trump nei sondaggi è la risposta provocatoria di una democrazia che rivendica l’animal spirit fondativo. Sembrano dire: fate ripartire l’ascensore sociale! Lo stesso è avvenuto in Inghilterra con James Corbyn: un urlo contro le diseguaglianze. Sono manifestazioni molto sane di democrazia».

E in Italia Marchini da che parte sta? «La mia identità politica è nel solco della ideologia possibile che da sempre ispira la mia famiglia: libertà di parola e di religione, dai bisogni e dalla paura. Le quattro stelle polari che gli americani impressero sulle banconote italiane nel ’43 e che ispirarono la nostra Costituzione. Guardi Roma: nel 2013 gli elettori avevano celebrato il funerale del vecchio bipolarismo votando per quattro poli. Dopo due anni il centro-sinistra è evaporato, al suo posto c’è un monocolore del sindaco Ignazio Marino che non perde occasione di manifestare il suo disgusto per il Pd, ampiamente ricambiato. Il vecchio centro-destra non c’è più. Noi e i Cinque stelle abbiamo raddoppiato i consensi. Eppure si continua a negare questa realtà. È tempo di ridefinire schemi e appartenenze, senza negare la memoria e le nostre storie».

Eppure c’è chi ha già abbattuto queste barriere, o almeno si propone di farlo. Il premier acchiappatutto Matteo Renzi. «La sua definizione è generosa. Finora ha acchiappato gli italiani con gli 80 euro e loro, educatamente, lo hanno ringraziato nelle urne. La prendo anche qui alla lontana: papa Bergoglio compie un’opera provocatoria, vuole obbligare la politica a tornare a pensare, ma la politica non può continuare a farsi dettare l’agenda dalla Chiesa. Sono cattolico, praticante, ma in una società laica anche la politica deve riequilibrare la differenza tra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Tolleriamo di più la seconda della prima. Lasciare un minore libero di poter vedere qualsiasi video è un abuso della libertà del male sia pur nel rispetto della legge».

Che c’entra tutto questo con Renzi? «Renzi è un frullato ideologico. Afferma tutto e il suo contrario. Come primo atto a Palazzo Chigi vende le auto blu su e-bay ricavando pochi spiccioli e i titoli dei tg. Oggi, voilà, ordina un nuovo aereo di Stato spendendo più del budget nazionale per gli asili. In politica estera regna il “sì, ma”. La posizione di Renzi su Israele è stata poco coraggiosa sull’accordo di Vienna con l’Iran. Si professa grande amico di Israele, ma non c’è traccia di una posizione italiana prima della firma per pretendere che l’Iran rinunciasse a voler distruggere Israele. Ritorna il relativismo che porta alla fuga davanti a scelte identitarie. Lo stesso sull’immigrazione. Così lascia una prateria di consenso non presidiata. In tempi di crisi voglio sapere a chi mi affido senza se e senza ma».

Sarà, ma il problema principale della destra italiana è il suo leader ventennale, Silvio Berlusconi. Uno che nel compiacere le platee non è stato secondo a nessuno. «Vuole insinuare che per questo Berlusconi si era invaghito di Renzi? Nel 1994 fece un’operazione di emergenza», ragiona Marchini. «C’era un elettorato che non voleva finire stritolato tra i post-fascisti di Gianfranco Fini, la Lega di Umberto Bossi e i post-comunisti. E Forza Italia ha offerto una casa. Nel ’94 era più a sinistra del Pd di Renzi. E con una classe dirigente più aperta e liberale. Berlusconi ha fallito il suo obiettivo dichiarato ma ha avuto il merito di innovare lo schema di gioco e ha dato visibilità politica e orgoglio di appartenenza a un blocco sociale composto da partite Iva, imprenditori, una grande fetta popolare. In quel campo c’era molta più voglia di accettare il rischio dell’innovazione di quanto non ce ne fosse nell’elettorato di sinistra. Oggi nell’Occidente impaurito e opulento il tema è come si coniuga conservazione e innovazione».

Sorpresa: il romano Marchini, desideroso di sedurre l’interlocutore, esattamente come Silvio e Matteo, si sta trasformando in una specie di predicatore laico. Magari per coprire più corposi interessi economici alle sue spalle. «Farebbe un errore chi la pensasse così. Io voglio reagire di fronte alla distruzione in corso dello Stato e dei corpi intermedi. Solo chi ha fatto qualcosa sa quanto sia facilmente inutile distruggere o rottamare. E ho orrore per l’uomo solo al comando. Basta con le ipocrisie, io dico: viva le élites . C’è una grande differenza tra l’ élite e la cupola. L’élite si fa carico della colletività, mette a disposizione degli altri la sua competenza, non per generosità ma perché gode più del cambiamento che del riconoscimento. La cupola, invece, è un gruppo di compari che si mette insieme per gestire il potere».

D’accordo, Marchini, basta ipocrisie: non è più in gioco solo il Campidoglio. «È il tempo del coraggio per candidarci all’unica e ultima leadership possibile per il nostro Paese: rappresentare l’avanguardia nell’innovazione e sperimentazione sociale mondiale. Siamo gli unici a poterlo fare: cultura, antica tradizione democratica e destrutturazione dei tradizionali alvei politici. Qui da noi tutto nasce e muore con leggerezza, basta vedere le meteore politiche degli ultimi anni. È un limite ma anche una straordinaria opportunità per la sperimentazione democratica. È evidente come questa sia oggi la grande domanda non soddisfatta che i popoli stanno ponendo alla politica. Ma io penso a Roma. Serve un nuovo modello di governo della nostra comunità».

Marchini confessa il suo sogno nel finale: «Mio nonno mi ha educato a una feroce gavetta, in punto di morte mi chiamò: “Caro Alfio, sei sopravvissuto a me, puoi sopravvivere a qualsiasi cosa”. Era comunista e partigiano, credeva che la soluzione di tutto fosse un leninismo all’italiana, il Pci. Ma prima di morire ebbe il coraggio della disillusione. Oggi sicuramente non voterebbe per il Pd attuale che è tutto e niente. È il relativismo ideologico. E il relativismo nelle ideologie politiche, così come nella religione, è il cancro della nostra società. Nessuno ha più il coraggio di dire “ho sbagliato”, c’è spazio solo per una narrazione auto-celebrativa a priori. E dunque, se vuole una sintesi, oggi per fortuna le ideologie totalizzanti sono morte. E io voglio riportare mio nonno alle urne». E di questo anche D’Alema sarà contento.

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