giovedì 17 settembre 2015

ASSALTO AL POTERE I "Renzomandati": così muore la meritocrazia

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ASSALTO AL POTERE

I "Renzomandati": così muore la meritocrazia

Renzi aveva promesso rottamazione e «l'arrivo dei migliori». Invece nelle Spa pubbliche ha nominato raccomandati di ferro, amici senza curriculum, manager privi di laurea. Spuntano anche i rapporti tra il nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti con Luigi Bisignani. E l'incarico a uno dei finanziatori della fondazione del premier

DI EMILIANO FITTIPALDI
I Renzomandati: così muore la meritocrazia
Claudio Costamagna è l’ultimo vanto di Matteo Renzi. Carriera impeccabile, ex Goldman Sachs, il premier l’ha voluto a capo di una delle aziende di Stato più importanti del Paese, la Cassa depositi e prestiti. «Intorno a me ci sono i migliori, altro che giglio magico», brindava Matteo a Palazzo Chigi dopo la nomina. Quel giorno qualcuno racconta che anche a qualche chilometro di distanza, a Casa Bisignani, si faceva festa. Perché per Luigi, il lobbista condannato per la maxitangente Enimont e la P4, Costamagna non è solo un manager bocconiano, ma un caro amico. Uno di cui ci si può fidare. È con Claudio che anni fa, mentre il pregiudicato tentava di cacciare Alessandro Profumo da Unicredit, discuteva i profili del possibile successore. È a Claudio che il 22 settembre 2010 Bisignani chiede vita, morte e miracoli del banchiere Andrea Orcel. «È abituato a lavorare da solo e della politica non gliene frega niente», spiega Costamagna a Bisi. Il nome del nuovo numero uno della Cdp sbuca anche in un’altra telefonata, in cui un altro confidente di Bisi, Enrico Tommaso Cucchiani, dice al faccendiere «che l’aveva chiamato Amagna (gli investigatori storpiano il cognome, ndr) per parlargli di Orcel, che gli aveva detto che “era uno pericoloso, un solista ed uno che non ci si poteva fidare”». Bisignani risponde secco: «Orcel è già morto».



Ecco: Costamagna è uno dei nuovi renzomandati,sottosezione “poteri forti”. Uno degli esponenti di punta dell’ultima infornata di nomine, il bomber della squadra dei campioni che il capo del governo sta sparpagliando nei palazzi e nelle società pubbliche per rivoluzionare l’Italia. «Rottamazione» è il punto forte dello storytelling di Matteo dai tempi delle primarie, mantra acchiappavoti e parola d’ordine sempre di moda. «Fuori la vecchia politica dei Berlusconi e dei D’Alema», certamente. Ma fuori dal palazzo e dalle spa pubbliche pure i dirigenti ammuffiti, grumo di potere fatto di raccomandati e tanti incapaci. «Metteremo sulle poltrone di comando i più bravi in modo da far ripartire il Paese. L’Italia con me sarà un posto dove trovi lavoro se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno!», declamò Renzi in tv nel 2012. «La meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione. Gli amici degli amici se ne faranno una ragione», ribadì appena fatte le scarpe ad Enrico Letta.

Finora, però, lo schiacciasassi di Rignano sull’Arno non sembra aver mantenuto la promessa. L’uomo non si fida di nessuno, non ama delegare, e invece del merito ha preferito scegliere la nuova classe dirigente secondo metodi antichi. Basati sulle relazioni personali, sui rapporti amicali, sulle spartizioni partitocratiche e sulla mediazione con gli immarcescibili potentati. Quelli che giurava di voler combattere. La mappa delle nomine del governo non è solo un trionfo di raccomandati, dirigenti senza arte né parte e di eletti del “Giglio Magico”, ma una cartina tornasole dei sottogeneri in cui si dividono i renzomandati, da inquadrare di volta in volta come fedelissimi, poteri forti, amici con curriculum inadeguati, riciclati della politica, trombati senza competenze e perfino finanziatori della sua fondazione.


GLI AMICI DEGLI AMICI
Prendiamo Gabriele Beni. Imprenditore del settore calzaturificio, è l’uomo che ha regalato a Renzi le D’Acquasparta, le scarpe con il tricolore che ha indossato allo show del recupero della Costa Concordia. Una caduta di stile: il premier non solo ha fatto da testimonial a un industriale che ha finanziato la sua fondazione Open con 25mila euro, ma a settembre 2014 l’eclettico Beni è stato nominato vicepresidente dell’Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare controllato dal ministero del piddino Maurizio Martina. Chissà che c’entra il merito con la promozione di Beni.

Anche la nomina di Cristiana Alicata nel cda dell’Anas, in realtà, ha fatto storcere il naso ai soliti malpensanti. Renziana di ferro e membro della direzione nazionale del Pd, è una manager Fiat: è lei che ha avuto l’idea di mettere l’amico Matteo - dopo che era entrato al Quirinale su una Smart - alla guida di una Giulietta Alfa Romeo nuova di zecca. Non un’auto blu come l’entourage del premier aveva fatto trapelare, ma una macchina preparata apposta al centro Fiat dell’Esquilino, e intestata a una società controllata dalla Fiat.

«In Italia soprattutto i giovani trovano un lavoro solamente se conoscono qualcuno. Questa mentalità e questo costume vanno assolutamente cambiati, deve arrivare la questione del merito», ragionava Renzi quando era sindaco di Firenze. Sorprende, dunque, che il premier abbia piazzato l’amico tributarista Ernesto Ruffini come ad di Equitalia e il suo commercialista Marco Seracini, già revisore del comune di Rignano sull’Arno e sindaco della Stazione Leopolda, nel collegio sindacale dell’Eni. Il colosso energetico dove è diventato da poco vicepresidente senior Lapo Pistelli, fedelissimo di Matteo, assunto dall’azienda controllata dal ministero dell’Economia mentre era viceministro degli Esteri. Un caso mai visto prima.

Ma l’effetto porte girevoli è minimo comun denominatore anche della vicenda del coordinatore della campagna elettorale di Renzi nelle primarie del 2012, l’ingegnere elettrotecnicoRoberto Reggi. Sistemato prima con un incarico politico di rilievo e promosso sottosegretario all’Istruzione. Poi, dopo alcune divergenze con il premier e il ministro Stefania Giannini, paracadutato all’Agenzia del demanio. Dove non ci si occupa né di scuola né di elettricità, ma di patrimonio immobiliare. A Reggi frega poco: il suo stipendio è lievitato a 240 mila euro l’anno. «Renzi incarica solo i migliori», ripetono i suoi parlando di se stessi. Ma di certo se hai fatto un salto alla Leopolda, la kermesse che dal 2011 il premier organizza a Firenze, fai schizzare alle stelle le probabilità di vincere una scrivania. Il presidente della Fondazione Openche cura l’evento e raccoglie i soldi per la manifestazione si chiama Alberto Bianchi, e ora siede nel cda Enel; Fabrizio Landi, economista e amico personale di Matteo, è stato promosso nel cda di Finmeccanica; Antonio Campo Dall’Orto, gran maestro del renzismo televisivo (anche se cacciato da La7 perché accusato di creare buchi milionari in bilancio) prima è stato messo nel cda di Poste, poi nominato direttore generale della Rai.

TUTTI A PALAZZO CHIGI
Tra i renzomandati, ovviamente, ci sono i suoi uomini a Palazzo. Tutti rigorosamente toscani. Il segretario particolare Franco Bellacci per seguire l’agenda di Matteo prende 85 mila euro l’anno, il capo della segreteria tecnicaGiovanni Palumbo un po’ di più. Palumbo assiste il premier dai tempi della Provincia, quando fu fatto segretario senza titoli: leggendo una sentenza del 2011 si scopre che la Corte dei Conti contestò la sua assunzione a Palazzo Vecchio, in quanto «privo di titolo di laurea (conseguito successivamente) e, comunque, non in possesso di un curriculum congruo rispetto alle mansioni per cui è stato assunto». Ora di lauree ne ha due (una alla Nicolò Cusano, non proprio Harvard) e guadagna 110 mila euro l’anno.

La metà di quanto prende un’altra renzomandata per eccellenza, Antonella Manzione. Ex capo dei vigili urbani di Firenze, Matteo ha voluto lei, proprio lei, nel delicatissimo compito di capo del Dipartimento affari giuridici della presidenza del Consiglio. Non c’era nessun altro in grado di affrontare decreti e provvedimenti di legge? Pare di no. La nomina della Manzione, che in passato ha tenuto seminari sul “Disturbo della quiete pubblica e degrado urbano” e scritto il romanzo “Miranda va alla guerra”, era stata inizialmente bocciata dalla Corte dei conti per mancanza dei requisiti, poi spuntati fuori. Ora gestisce il traffico dei corridoi di Palazzo Chigi, e guadagna 207 mila euro l’anno.

«L’avvocato Manzione è una delle persone più straordinarie del mio staff», ripete Renzi a chi contesta la scelta. Per mettere un po’ ordine alla Presidenza del consiglio, dove si accavallano emissari e fedelissimi di Luca Lotti e di Maria Elena Boschi, Matteo ha chiamato anche Salvo Nastasi, fino ad agosto potente direttore del ministero della Cultura e oggi neo-vicesegretario generale di Palazzo Chigi. A Roma tutti pensano che sia stato piazzato dall’amico e testimone di nozze Gianni Letta, ma quella tra Renzi e Nastasi è in realtà conoscenza di vecchia data: fu Francesco Rutelli a presentarli dieci anni fa, quando i due trentenni erano, rispettivamente, presidente della Provincia di Firenze e commissario del Maggio fiorentino. Da allora non hanno mai smesso di sentirsi.


INDAGATI E VECCHIE VOLPI
Il segretario del Pd ha deciso che rottamare è un verbo che porta voti, ma solo se non lo si prende alla lettera. Così dai belligeranti annunci è passato a più miti consigli, e ha deciso (grazie ai suggerimenti dei vari Marco Carrai, Luca Lotti e Andrea Guerra) di non farsi troppi nemici tra l’establishment che conta. Se Guerra, ex numero uno di Luxottica, gli ha suggerito per la Cdp il nome di Costamagna (molto legato anche a Romano Prodi), per migliorare i suoi rapporti con gli Agnelli ha piazzato all’Enit Evelina Christillin, manager robusta e moglie dell’attuale presidente delle Generali Gabriele Galateri di Genola. A qualcuno è sembrata una nomina senza senso: non tanto per le capacità della Christillin, ma perché l’Agenzia per il turismo italico è regina indiscussa degli enti inutili, talmente malmessa che gli stessi dipendenti hanno scritto una lettera al premier pregando di chiuderlo.

Se l’Enit resta inaffondabile (e utile per smistare qualche incarico), nemmeno Franco Bassanini ed Emma Marcegaglia sono stati rottamati. Il primo, perso il posto da capo della Cdp, è stato nominato «consulente speciale» di Renzi per la banda larga, mentre l’ex presidente di Confindustria è finita alla guida dell’Eni nonostante il rischio di conflitto d’interessi: non solo il gruppo Marcegaglia è una delle aziende siderurgiche più importanti del Paese, ma il fratello Antonio, presidente e amministratore delegato dell’azienda di famiglia, nel 2008 patteggiò per una vicenda di tangenti pagate per alcuni appalti a un manager di Enipower. Renzi la difende ogni volta che può: «L’Eni di Marcegaglia e di Claudio Descalzi? Valore in Borsa cresciuto, nonostante il petrolio sia sceso. L’Enel della coppia Patrizia Grieco-Francesco Starace? Valore in Borsa aumentato. Andate a controllare», ha detto ai cronisti il 5 agosto con occhio di sfida. Abbiamo controllato: Descalzi è stato indagato per corruzione internazionale, e dal giorno delle nomine l’Eni ha perso in Borsa (per colpa del crollo dell’oro nero, va detto) il 14 per cento, mentre l’Enel non ha guadagnato nulla.

Finmeccanica, invece, ha davvero raddoppiato il suo valore come ricordato dal premier. Frega poco, però, alle vittime del G8 di Genova del 2001, che non riescono ancora a capacitarsi come sia possibile che Gianni De Gennaro, l’ex capo della polizia condannata dalla Corte europea per aver compiuto torture su manifestanti inermi, resti saldo sulla poltrona di presidente del colosso degli armamenti. Così come intoccabile rimane il commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi: classe 1938, manager ultranavigato protagonista di tante stagioni, ha visto crescere sulle sue ginocchia la figlia del suo grande amico Guidalberto Guidi. Quando la piccola Federica è diventata ministro dello Sviluppo economico di Renzi, sapeva subito chi era l’uomo giusto da mandare nel ginepraio di Taranto.


ZERO TITULI
Se le relazioni e le conoscenze sono decisive, competenza e curriculum per diventare consiglieri Rai, nell’epoca dei renzimandati, sono inutile surplus: il premier ha infatti piazzato lo spin-doctor delle sue campagne elettorali Guelfo Guelfi, uno dei capi del sindacato dei giornalisti e l’assistente del presidente del partito Mario Orfini, Rita Borioni. L’alleato di Matteo, Angelino Alfano, proponeva invece Paolo Messa, fino all’altro ieri consigliere di De Gennaro e del ministro dell’Ambiente (oggi a processo per corruzione) Corrado Clini. «È un bel cda di professionisti della comunicazione», ha chiosato Renzi. Che ha pure plaudito alle nomine agostane fatte dal collega Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, che ha incoronato venti direttori nuovi di zecca a capo dei più importanti musei italiani. Operazione d’immagine perfetta (i rottamati sono stati sostituiti anche da sette stranieri), definita «rivoluzionaria» dalla gran parte di stampa e tv. Eccitate dal nuovismo renziano che finalmente spazzava via, come ha scritto in un editoriale sul “Messaggero” l’ex assessore di Renzi Giuliano Da Empoli, «i soliti funzionari vestiti di grigio e di marrone».

Nessuno, tranne gli storici dell’arte come Tomaso Montanari, s’è però preso la briga di leggere i curriculum dei nuovi arrivati: se l’unica a essere confermata è stata la potente Anna Coliva, cara amica di Cesare Romiti e signora della Galleria Borghese, dopo un colloquio di 15 minuti la commissione ha nominato direttore della Reggia di Caserta non uno storico dell’arte ma un filosofo con esperienze nell’economia e nel marketing nel comune di Bologna, e al più importante museo archeologico del mondo, quello di Napoli, Paolo Giulierini, che precedentemente aveva diretto il minuscolo museo dell’accademia etrusca di Cortona. «Giulierini non avrebbe i titoli scientifici nemmeno per diventare ricercatore universitario a tempo determinato», ha ragionato Montanari.


A TUTTA DESTRA
Chi titoli ne ha, e pure tanti, è Andrea Gemma. Avvocato di successo e amico del cuore di Alfano, è stato piazzato nel cda dell’Eni, e di recente ha vinto pure un contratto da 630 mila euro per i servizi legali dell’Expo, in barba a qualsiasi conflitto di interessi potenziale.

È un renzomandato figlio del patto tra il premier e l’Ncd, come Massimo Ferrarese: patron della New Basket Brindisi e amico di Albano Carrisi (nel 2013 ha inciso con il cantante il cd “Dai il meglio di te”), è stato candidato alle ultime europee. Trombato, qualche settimana fa è stato nominato nientemeno presidente di Invimit, società del ministero dell’Economia che gestisce fondi immobiliari per miliardi di euro. Nel cv non si trova traccia di alcuna laurea, ma un titolo di ragioniere raggiunto all’istituto tecnico “G. Calo” di Francavilla Fontana. Nella lottizzazione dei partiti, infine, sono stati premiati anche due berlusconiani di ferro come Luisa Todini, ex europarlamentare di Forza Italia promossa ai vertici di Poste, e Mauro Masi, l’ex direttore della Rai intercettato al telefono con Bisignani e Berlusconi mentre discutevano di come far fuori Michele Santoro da viale Mazzini. Ebbene, a fine2014 Renzi ha deciso di gratificarlo, confermandolo sulla poltrona di ad della Consap, importante società di servizi assicurativi pubblici dove l’aveva parcheggiato Berlusconi, e dandogli come cadeau anche l’incarico di presidente.


DA RIGNANO CON FURORE
«Noi non cambieremo gruppo di potere», giurava Renzi due mesi prima di diventare presidente del Consiglio. «Vogliamo scardinare il sistema, non sostituire il loro gruppo dirigente con il nostro. Non può bastare essere iscritto al club degli amici per avere un ruolo». Se però si è soci e amici dello studio dell’avvocato Umberto Tombari, è più facile che un posto te lo trovino: se la giovane stagista dello studio fiorentinoMaria Elena Boschi oggi è ministro, l’avvocato Federico Lovadina (che da Tombari ha lavorato dal 2005 al 2009) è stato battezzato nel cda di Trenitalia, mentre un’altra pupilla passata da studio, Anna Genovese, è da giugno il nuovo commissario della Consob. Tutti indicati al premier daFrancesco Bonifazi, oggi tesoriere del Pd e un tempo, ovviamente, avvocato dello studio Tombari. Un bacino inesauribile di renzomandati, secondo solo alla società toscana Publiacque, che si occupa del ciclo integrato dell’acqua a Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo. Sembra una battuta, ma la piccola spa ha prodotto tonnellate di nuova classe dirigente: oltre alla solita Boschi che ha fatto parte del cda da giovanissima, dalla spa fiorentina vengono anche il nuovo capo di Enav Roberta Neri, il nuovo capo di Acea Alberto Irace epersino il nuovo direttore dell’“Unità” Erasmo D’Angelis. Un ex giornalista del “Manifesto” e programmista della Rai, poi consigliere regionale del Pd, infine piazzato da Renzi come sottosegretario del governo Letta prima e poi come capo della «struttura di missione contro il dissesto idrogeologico». Lo scorso maggio, la nuova nomina a direttore dell’“Unità”, dove tutti i giorni viene stampato il Verbo del renzismo. Ma per il premier ogni critica è una medaglia al merito, e così ha scelto di mettere Luigi Marroni, amico ed ex direttore dell’Asl di Firenze, alla presidenza della Consip (società pubblica del Mef che fa consulenze alle amministrazioni pubbliche negli acquisti di beni e servizi vari), e perfino chiamato da Rignano il paparazzo Tiberio Barchielli, amico di famiglia e ora nuovo fotografo ufficiale di Palazzo Chigi. Stipendio: 70mila euro l’anno. Tutti meritati, s’intende.

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