domenica 13 settembre 2015

BUIO A MEZZOGIORNO Università, la grande fuga dal Sud

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BUIO A MEZZOGIORNO

Università, la grande fuga dal Sud

Da Napoli a Palermo, gli atenei meridionali perdono matricole, docenti, fondi e punti nelle classifiche. Un fenomeno che riflette e accentua il divario del Paese

DI SABINA MINARDI
Università, la grande fuga dal Sud
In vetta il Nord, a partire da SienaE Bologna, Padova, Trento, secondo i ranking del Censis per la “Grande Guida Università” di “Repubblica”. In basso il Sud, e un gap con le regioni settentrionali che si consolida di anno in anno. Ai primi posti Verona, Trento, Milano, Bologna, Padova. In fondo Calabria-Rende, Palermo, Catania, Napoli, Cagliari, Bari, per la Classifica Università 2015 del Sole 24-Ore.

Brutali, sintetiche, senza attenuanti, le liste sui migliori atenei fotografano una realtà spaccata in due. Esattamente come l’Italia: il Sud cresce meno del resto del Paese; il Pil continua a scendere mentre al Nord sale; il tema delle risorse ferme al palo per incapacità e cattiva politica riaccende la questione meridionale. E non c’è solo la desertificazione industriale a far paura: anche lo stato delle università del Sud riflette quel rischio di “sottosviluppo permanente” additato dallo Svimez.

Storici avamposti di cultura come l’università Federico II di Napoli faticano a mantenere il numero degli studenti. Presidi territoriali come l’Università di Palermo o di Bari arrancano dietro più giovani atenei del Nord, perdendo il loro ruolo di punto di riferimento. La crisi del Mezzogiorno è anche erosione di un intero patrimonio culturale.


UN TRENO PER IL NORD
Meno studenti; finanziamenti ridotti; sostegno scarso al diritto allo studio. E territori che offrono sempre meno. L’elenco dei mali dell’università del Sud è lungo. Ma ce n’è uno che è già causa ed effetto della cronicizzazione del malessere: l’esodo verso le regioni del Nord. «La fuga intellettuale è la nuova emigrazione meridionale», dice Roberto Lagalla, il rettore uscente dell’università di Palermo: «Accade alla fine del liceo o del primo ciclo dell’università, ed è dettata da due ragioni: la depressione del mondo delle imprese e l’idea che al Sud si dia più sostegno alla marginalità sociale che ai talenti e a chi ha competenze più alte. Così si favorisce la fuga dei più bravi». In Sicilia, il 30 per cento degli studenti residenti prosegue gli studi al Nord. Intanto il Politecnico di Torino dà i numeri delle preimmatricolazioni: oltre 10 mila, il 60 per cento da Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria.«Sono preoccupatissimo per l’emigrazione studentesca», gli fa eco Gaetano Manfredi, rettore della Federico II di Napoli, 85 mila iscritti e 10 mila laureati all’anno, ultima nella classifica Censis: «Se una regione perde il suo capitale umano non ha futuro. La colpa non è di chi va via - seguire le opportunità è legittimo- ma della meritocrazia messa in discussione».

Il tasso di occupazione è, per Almalaurea, del 52,5 per cento tra i laureati del Nord e del 35 al Sud. A un anno dalla laurea i ragazzi del Nord hanno uno stipendio più alto del 24 per cento rispetto ai colleghi meridionali. Non a caso, a cinque anni dalla tesi le regioni del Sud, secondo il “Profilo dei laureati 2014”, perdono il 39 per cento dei laureati. Partendo da un numero già più basso: se la media nazionale, nella fascia 25-34 anni, è del 21 per cento (contro il 39 in ambito Ocse), i laureati al Sud sono il 18,9.

La Puglia è tra le prime regioni investite dalla diaspora. «I ragazzi ricchi del Nord vanno all’estero; quelli del Sud, che possono permettersi di studiare fuori, vanno al Nord; quelli poveri restano qua», nota Antonio Felice Uricchio, rettore dell’università di Bari, 50 mila studenti, al settimo posto tra gli undici mega atenei per il Censis: «Questa università ha 8000 studenti meritevoli che, per ragioni di reddito, non pagano le tasse. L’università ha un ruolo sociale decisivo: a Bari, l’80 per cento degli studenti ha genitori non laureati. Lo studio è ancora un ascensore sociale». Cresce il numero di chi non la pensa così.


MENO ISCRITTI OGNI ANNO
Calo demografico. Futuro incerto. Minore disponibilità economica. E una sensazione avanza: che studiare non serva più. Scrive il Rapporto Svimez: «Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. I 3 milioni 512 mila giovani Neet (che non hanno e non cercano una occupazione) nel 2014, sono aumentati di oltre il 25 per cento rispetto al 2008. Di questi, quasi due milioni sono donne, e quasi due milioni sono meridionali». Risultato? Rispetto a dieci anni fa, secondo l’Anagrafe degli studenti del Ministero dell’Istruzione, il Sud ha perso 45 mila iscritti all’università, mentre in alcune regioni del Nord come Lombardia, Piemonte e Trentino-Alto Adige sono cresciuti. Dal 2008 al 2012 la Sicilia ha perso il 19,7 per cento di studenti, seguita da Molise e Umbria (-18,7 e -18,6), e Puglia (-14,8).

«La Campania soffre meno la migrazione studentesca fuori regione -la percentuale è del 15 per cento- e molto di più la fuga dei laureati», sottolinea Manfredi: «Il profondo calo delle iscrizioni è un fenomeno pericoloso perché riguarda le fasce più deboli. Specialmente i ragazzi delle scuole tecnico-professionali non proseguono gli studi. Non ce la fanno, soprattutto per il venir meno del sostegno del diritto allo studio».


DIRITTO ALLO STUDIO IN CRISI 
L’università vive un’emergenza nel suo complesso: è fanalino di coda rispetto al resto d’Europa per risorse investite. Al Sud l’effetto è più evidente. «Le politiche nei confronti dell’università non sono irrilevanti rispetto al calo della popolazione studentesca», conferma Stefano Paleari, presidente della Conferenza dei rettori universitari italiani e rettore dell’Università di Bergamo: «L’università ha subito in questi anni i tagli più grossi della spesa pubblica: ha perso il 15 per cento delle risorse umane e il 13 per cento dei fondi (che arrivano al 20 considerando i finanziamenti corretti a causa dell’inflazione). Un quinto delle risorse in 5 anni. Ma se si tolgono i soldi per il diritto allo studio l’articolo 34 della Costituzione, sul diritto per tutti di raggiungere i gradi più alti degli studi, non è rispettato».

Il Fondo di finanziamento ordinario è di circa 6 miliardi e mezzo. «Concretamente, le università del Sud hanno perso in media il 18,8 per cento del Fondo di finanziamento; quelle del Nord il 7», sostiene il rettore di Palermo Lagalla: «La mia università conta 44 mila iscritti: 1000-1500 abbandonano dopo il primo anno perché non riescono a pagare le tasse. La regione copre il 37 per cento. Non basta. In questo ateneo gli immatricolati sono stati 6.500 nel biennio 2012-2013; 6618 tra il 2013 e il 2014, 6644 nel 2014-15. Nonostante le difficoltà sono cresciuti. Gli iscritti, tra il 2011 e il 2015, sono diminuiti del 20-25 per cento: ma abbiamo laureato 11mila fuori corso, promuovendo l’idea che l’università non è luogo in cui stazionare». La quota di giovani che termina gli studi nei tempi previsti è, sul piano nazionale, in crescita: il 15 per cento nel 2004, il 43 nel 2013. Anche su questo fronte al Sud è un’altra storia.


EFFETTO GELMINI
Tante università, forse troppe: l’Abruzzo, un milione 300mila abitanti, ne ha tre (L’Aquila, Teramo, Chieti-Pescara); l’Emilia Romagna quattro (Bologna, Ferrara, Reggio Emilia, Parma) e si potrebbe continuare. Un corpo docente vecchio: su 12 mila professori, solo 8 - stigmatizza Paleari - hanno meno di 40 anni. Un nepotismo talvolta sfacciato, da Roma a Palermo, da Napoli a Bari. Alla riforma Gelmini l’università non è certo arrivata come un corpo integro. E dal Sud arrivano segnali ambigui: voti di laurea generalmente più alti; test da numero chiuso aggirabili con la frequenza di università private (come l’ateneo romeno, annunciato ad Enna). Ma alcuni meccanismi favorirebbero ora le università già floride e penalizzerebbero le altre

«L’università vive una situazione paradossale: da una parte ha subito grossi tagli; dall’altra si è data un sistema di valutazione. È nata l’Anvur, che accredita le università; ha dato vita ai “corsi standard”, che prevedono un numero di docenti in base a quello degli studenti. Ma non esiste un parametro che misuri l’efficienza: gli sforzi fatti con le risorse a disposizione», continua Paleari: «Le classifiche fotografano una realtà innegabile: Lombardia, Veneto e Piemonte sono un forte magnete perché sono lì le maggiori concentrazioni industriali». In quattro anni il Sud ha perso 281 “punti organico”, la possibilità per un ateneo di assumere nuovi professori, e svecchiare il corpo docenti: il Centro Italia ne ha persi 60, il Nord ne ha guadagnati 341, informa l’associazione Return on Academic Research: è come se 700 ricercatori fossero stati trasferiti dagli organici del Sud a quelli del Nord. I punti sono collegati al bilancio, tasse studentesche incluse. «Centinaia di docenti e ricercatori in meno: un condizionamento forte ai corsi che un’università può offrire», dice Uricchio: «Abbiamo perso 500 docenti in 5 anni, a fronte di 50 nuovi professori. I criteri per l’assegnazione delle risorse vanno ripensati tenendo conto di diverse realtà: le tasse universitarie qui sono più basse. Necessariamente».


RETTORI IN PRIMA LINEA
«Nelle città le università hanno un ruolo fondamentale. Nel Mezzogiorno di più: fabbrica di cultura e di legalità dove lo Stato è più in difficoltà», dice Manfredi: «Come si recupera? Investendo in ricerca, formazione, riportando il merito al centro. Abbiamo avviato un programma di rientro di cervelli dall’estero. Abbiamo bisogno di più servizi: i trasporti, ad esempio, sono carenti». «L’università di Bari punta su placement e internazionalizzazione», dice Uricchio.

«Dobbiamo abituarci a fare di più con meno risorse», aggiunge Lagalla: «L’inserimento nel lavoro dei nostri laureati è pari a quello dei laureati del Nord. Palermo è tra le prime quindici università per internazionalizzazione. Siamo penalizzati per attrattività. Ma in un quadro di competitività impari abbiamo mantenuto vitalità». «Si potrebbero collegare le lauree specialistiche in un Erasmus interno», auspica Paleari: «Non possiamo rassegnarci a far coincidere la geografia delle università con la geografia della produzione industriale. L’università è una delle poche istituzioni unificanti del Paese: entri in un ateneo qualunque e ti connetti col wi-fi, sei parte di una comunità. Le università sono istituzioni fondanti delle città europee: Manchester, Stoccarda, Bologna». Se ne parlerà a Pavia, dal 9 all’11 settembre, in un convegno intitolato “Università e città”. In sintesi: togli l’università, un territorio muore.

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