domenica 13 settembre 2015

“Contratto alla Squinzi? No, modello Landini”

da il manifesto
LAVORO

“Contratto alla Squinzi? No, modello Landini”

Intervista . Il segretario delle tute blu Cgil: «Noi proponiamo rinnovi ogni anno, come avviene in Germania». Gli aumenti non possono diventare una variabile pura: non solo inflazione, ma anche andamento del settore e del Pil. Le imprese investano e chiudano le vertenze già aperte, «altrimenti il Paese non può mai ripartire»

 
Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini


ANTONIO SCIOTTO
No, il nuovo modello con­trat­tuale che ha in mente il pre­si­dente di Con­fin­du­stria, Gior­gio Squinzi, a Mau­ri­zio Lan­dini non piace pro­prio. «Di fatto — ci spiega il segre­ta­rio gene­rale della Fiom Cgil — riduce il ruolo del con­tratto nazio­nale e sot­trae auto­no­mia a quello azien­dale». Troppo spa­zio alla varia­bile della pro­dut­ti­vità, insomma, che soprat­tutto, per stessa ammis­sione di Squinzi, è veri­fi­ca­bile solo a poste­riori. Le tute blu Cgil però non dicono solo “no”: hanno in mente un con­tratto alter­na­tivo, e Lan­dini lo descrive in que­sta intervista.
Squinzi pro­pone uno scam­bio tra mag­giore sala­rio e più fles­si­bi­lità nelle man­sioni, legando gli aumenti del con­tratto nazio­nale alla pro­dut­ti­vità. Per que­sto Con­fin­du­stria, Cgil, Cisl e Uil hanno già aperto un tavolo “tecnico”.
Sin­ce­ra­mente in quel tavolo io non ci vedo nulla di “tec­nico”. Di fatto Squinzi pro­pone una ridu­zione del ruolo del con­tratto nazio­nale, peg­gio­rando le con­di­zioni di lavoro con un aumento delle fles­si­bi­lità a cui dovrebbe cor­ri­spon­dere qual­che soldo. Inol­tre, se sarà il con­tratto nazio­nale a sta­bi­lire a priori quello che dovranno fare gli accordi azien­dali, si toglie auto­no­mia alla con­trat­ta­zione nei luo­ghi di lavoro. Non è quello di cui i lavo­ra­tori e il Paese hanno biso­gno in que­sta fase così difficile.
Che modello pro­po­nete voi?
Come metal­mec­ca­nici, nella piat­ta­forma Fiom, abbiamo avan­zato una con­trat­ta­zione annua del sala­rio, modello peral­tro già vigente in Ger­ma­nia. Il rife­ri­mento non può essere più solo l’inflazione, ma deve essere anche l’andamento del set­tore e quello del del Paese, e il rap­porto tra sala­rio e pre­sta­zione del lavoro. Que­sti ultimi sono due ele­menti che non puoi scol­le­gare l’uno dall’altro: la pro­dut­ti­vità è fatta di diversi fat­tori, dagli inve­sti­menti all’innovazione dei pro­cessi, delle tec­no­lo­gie e del pro­dotto, fino alla for­ma­zione e alla qua­lità del lavoro. E il con­tratto nazio­nale non si deve porre solo l’obiettivo di tute­lare il potere di acqui­sto, ma anche di aumen­tarlo, quando le con­di­zioni lo permettono.
Con l’inflazione ferma o in calo le imprese addi­rit­tura richie­dono i soldi indie­tro ai lavoratori.
Sì ma i soldi indie­tro non li richie­dano alla Cgil, che non ha mai fir­mato l’accordo del 2009 che basava gli aumenti solo sull’inflazione e sull’Ipca. Leggo che Squinzi giu­sti­fica gli inve­sti­menti degli indu­striali solo sulle imprese che espor­tano, per il fatto che solo quelle vanno bene, per­ché il mer­cato interno non riparte. Forse non ha pen­sato che sareb­bero pro­prio gli aumenti con­trat­tuali ai lavo­ra­tori che potreb­bero far ripar­tire la domanda interna? Da som­mare, aggiun­giamo noi, a robu­sti inve­sti­menti pub­blici che rilan­cino più in gene­rale il Paese.
Quindi non accet­tate mora­to­rie sui rin­novi oggi in discus­sione? Con­fin­du­stria chiede che prima si con­cordi un nuovo modello.
Nello schema attuale non c’è alcun modello. Ci sono però piat­ta­forme già pre­sen­tate, per­corsi di con­sul­ta­zione aperti con i lavo­ra­tori, su que­sto le imprese ci devono dare rispo­ste. Io sto a quello che si è votato finora nei diret­tivi della Cgil: la nostra con­fe­de­ra­zione ha deciso che non si discute di nes­sun nuovo modello se prima non si rin­no­vano i con­tratti in corso. Que­sto ovvia­mente non ci impe­di­sce di con­cor­dare già adesso, in sede dei con­tratti da rin­no­vare per le sin­gole cate­go­rie, delle inno­va­zioni importanti.
Per esem­pio?
Intanto, come ho già detto, pro­po­niamo la spe­ri­men­ta­zione di rin­novi sala­riali annuali. Poi noi stiamo chie­dendo che si misuri subito, appli­can­dolo fin dal nuovo con­tratto con Feder­mec­ca­nica, la rap­pre­sen­tanza sul piano degli iscritti e dei voti. Ma Fim e Uilm su que­sto punto ci hanno detto di no, e adesso pro­ce­dono con una pro­pria piat­ta­forma. Inol­tre, ed è un discorso già avviato ad esem­pio in Emi­lia Roma­gna, chie­diamo alle imprese di non appli­care il Jobs Act, per­ché è una legge che a nostro parere ha sva­lu­tato il lavoro.
Que­sto nel rin­novo attuale. E per un pros­simo, even­tuale, modello?
Siamo per ridurre e uni­fi­care i con­tratti: nell’industria ce ne sono troppi. Il con­tratto nazio­nale deve man­te­nere il ruolo di auto­rità sala­riale, diven­tando il rife­ri­mento per un minimo legale di cate­go­ria. Inol­tre, deve tute­lare tutte le forme di lavoro: anche i pre­cari, anche i lavo­ra­tori degli appalti e dei subap­palti. In que­sto periodo ci sono state tante pole­mi­che sulle sta­ti­sti­che, ma se ne è taciuta una: nei primi sette mesi dell’anno sono aumen­tati del 10% i morti sul lavoro. Allora, io dico che i più deboli non rie­sci a tute­larli nel secondo livello — che peral­tro riguarda solo il 20% delle imprese ita­liane — ma puoi tenerli den­tro, inclu­derli, solo se parli di loro nei con­tratti nazio­nali. A parità di man­sioni io devo avere parità di sala­rio e di diritti: ferie, malat­tia, riposi, infor­tuni. Infine, sulla rap­pre­sen­tanza, ok a delle regole con­di­vise tra le parti, ma la Fiom con­ti­nua a rite­nere che per tute­lare pie­na­mente il diritto dei lavo­ra­tori a sce­gliersi il sin­da­cato che vogliono e a votare tutti gli accordi che li riguar­dano, sia neces­sa­ria una legge.
Papa Fran­ce­sco ha chie­sto alle par­roc­chie di acco­gliere i pro­fu­ghi. Tante fami­glie stanno offrendo la pro­pria casa. La Fiom met­terà a dispo­si­zione le sue sedi?
Da tempo noi diciamo che non è più solo il momento del par­lare, ma che si deve agire, acco­gliere con­cre­ta­mente. Da un lato non dob­biamo mai dimen­ti­care l’importanza di riven­di­care nuove poli­ti­che, sull’accoglienza e l’asilo, da parte del governo ita­liano e dai governi euro­pei. Dall’altro, però, noi stessi stiamo cer­cando di inter­ve­nire. Io penso ad esem­pio che i famosi 35 euro messi a dispo­si­zione dalla Ue, ogni giorno per un migrante, potreb­bero essere dati anche alle sin­gole fami­glie che scel­gono di met­tere a dispo­si­zione la pro­pria casa. La Fiom sta ipo­tiz­zando nei ter­ri­tori, dove pos­si­bile, di met­tere a dispo­si­zione mense, uffici, sedi, e so che lo stesso accade in tante camere del lavoro italiane.
Dopo la tem­pe­sta vis­suta da Tsi­pras e Syriza, e le dif­fi­coltà di Pode­mos, l’inglese Cor­byn sem­bra riscat­tare le pos­si­bi­lità di una sini­stra euro­pea. Voi vedete spazi?
Io mi sono stan­cato di ragio­nare per vec­chie eti­chette, destra e sini­stra. I fatti greci non sono una scon­fitta di Tsi­pras, ma la scon­fitta e l’assenza di una social­de­mo­cra­zia euro­pea, che ha per­messo la vit­to­ria del pen­siero unico libe­ri­sta e di Mer­kel. Asso­lu­ta­mente sì, io penso che ci siano spazi per chi crede nella demo­cra­zia, nella par­te­ci­pa­zione, nel lavoro, nel wel­fare, nei diritti civili. E lo dimo­stra il fatto che tan­tis­sima gente non va a votare e non si sente rap­pre­sen­tata da que­sta poli­tica. A mag­gior ragione ritengo impor­tante la bat­ta­glia del sin­da­cato per il con­tratto nazio­nale e la demo­cra­zia nei luo­ghi di lavoro: per­ché è un ambito in cui si gioca la pos­si­bi­lità di par­te­ci­pare per tutti e di uni­fi­care i diritti.


Basta aumenti basati sull'inflazione, dovranno contare flessibilità e produttività. E intanto si bloccano i rinnovi aperti. Sindacati pronti a trattare: "Ma niente moratorie sulle vertenze attuali"
Per i sindacati è un "ricatto" della Daimler, che minaccia la delocalizzazione in Slovacchia. Il Codice del lavoro sotto tiro, in nome della semplificazione e della modernizzazione. Timori per una perdita dei diritti
— Anna Maria Merlo

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