venerdì 11 settembre 2015

Dai costi ai modelli europei Riforma fondata sulle bugie

Dai costi ai modelli europei Riforma fondata sulle bugie (TOMMASO RODANO)

BoschiSENATO Le argomentazioni sbandierate dal renzismo, per giustificare il dannoso ritocco alla Costituzione, smontate punto per punto: verso il bicameralismo confusionario.

Tempi più snelli, procedure più semplici, costi ridotti, modelli europei. Per giustificare il nuovo Senato non elettivo, il governo Renzi ha sgranato un ampio rosario di argomentazioni. Un aforisma sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa una verità”. Ecco un’analisi delle martellanti verità renziane.  L’abbattimento   della spesa pubblica   Uno dei cavalli di battaglia: il Senato costerà di meno. Chi lo comporrà (consiglieri regionali e sindaci) lavorerà gratis. Il risparmio però è quasi irrilevante. Basta un’occhiata al bilancio di Palazzo Madama: il costo complessivo della struttura è di mezzo miliardo di euro.
La scomparsa del Senato elettivo permetterebbe di risparmiare non più di 200 milioni, meno della metà di quella cifra. Si possono tagliare gli stipendi dei senatori (indennità, diarie e rimborsi: 80 milioni di euro), le risorse destinate ai gruppi (un’altra ventina di milioni), i costi delle commissioni (attorno al milione di euro), servizi e cerimoniali dei senatori (60 milioni), consulenze e costi delle segreterie particolari (10 milioni). Il resto delle spese, circa due terzi del totale, sono intoccabili. Soprattutto le pensioni degli ex senatori e degli ex dipendenti (83 milioni le prime, 143 le seconde). Ci sono, poi, gli stipendi degli attuali impiegati del Senato: 102 milioni per il trattamento del personale di ruolo a tempo indeterminato. I costi fissi sono superiori ai 320 milioni di euro, di gran lunga più dei tagli. Se l’obiettivo è il risparmio, perché non ridurre le indennità dei parlamentari?   Tempi più rapidi   per approvare le leggi   Secondo la narrazione renziana il bicameralismo “paritario” è un orpello inutile: il declassamento del Senato dovrebbe velocizzare l’approvazione delle leggi. Vero? Mica tanto. Le statistiche su Camera e Senato, al riguardo, non sono chiare. Ma la storia parlamentare dimostra che la velocità dell’iter di una legge dipende dalla volontà politica della maggioranza: quando lo vuole il governo, si va velocissimo. La legge Fornero è stata approvata appena 16 giorni dopo essere uscita dal consiglio dei ministri, il 6 dicembre 2011. Poi la norma sulle pensioni è stata cancellata dalla Corte Costituzionale . Altrettanto rapido, e altrettanto incostituzionale, il Lodo Alfano, con una gestazione di 20 giorni. E il Porcellum? La “porcata” (copyright del suo estensore Calderoli) è stata scritta e votata in pochissimi mesi. Anche in questo caso, ci ha pensato poi la Consulta: la fretta è pessima consigliera.   Iter più semplice   e sistemi esteri   Sull’annunciata semplificazione dell’iter legislativo, prendiamo in prestito le parole dell’avvocato Gianluigi Pellegrino, esperto di diritto costituzionale: “La riforma del Senato non semplifica, al contrario: crea un meccanismo più farraginoso che mantiene le navette, i ping pong e aumenta la confusione”. Pellegrino ha contato 12 iter possibili per approvare una legge. La funzione legislativa rimane esercitata collettivamente da entrambe le Camere su una serie di materie (tra cui leggi costituzionali, leggi relative a famiglia, salute e temi etici e legge di contabilità). Il Senato può anche formulare osservazioni sulle leggi della Camera e chiedere a Montecitorio di esaminare i suoi d- dl, su cui i deputati sono obbligati a pronunciarsi entro sei mesi. Non più bicameralismo perfetto, ma “bicameralismo confusionario”, spiega Pellegrino.   Il nuovo sistema avvicina l’Italia ai Paesi europei. Illustri giuristi smentiscono.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 11/09/2015.

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