lunedì 21 settembre 2015

Dal Colosseo all’Acropoli

Dal Colosseo all’Acropoli

Sarà per età o sarà per disincanto, ma all’indomani della prima vittoria di Tsiprasscrivevo che in Grecia non stava certo iniziando il radioso futuro del socialismo, bensì una sfida inedita, difficilissima e complicata. E mi chiedevo, rispetto ai tentativi di cambiamento dei dogmi dominanti in Europa, cosa gli avrebbero lasciato fare, a Tsipras.
Niente, gli hanno lasciato fare, come noto: e nella trattativa con Merkel e Schaeuble hanno stravinto questi ultimi, con una capitolazione di Atene che ha lasciato smarriti quanti credevano che alla nuova opposizione europea anti Troika bastasse una vittoria elettorale in un Paese, oltretutto piccolo e sfigato, che per debiti mostruosi e pochezza economica partiva da rapporti di forza tra i peggiori possibili.
Adesso che Syriza ha rivinto probabilmente capiremo se quella prima ribellione elettorale anti élite è stata inutile e illusoria oppure se ha gettato un seme. Lo vedremo a seconda dei margini con cui Tsipras riuscirà a mitigare gli effetti sociali del memorandum a cui è stato obbligato col fucile sulla fronte; ma lo vedremo soprattutto a seconda dello sviluppo nel resto d’Europa delle formazioni non in linea con l’ortodossia imperante: ad esempio, il Labour nel Regno Unito, Podemos in Spagna, la sinistra in Portogallo (dove i socialisti hanno saputo far propria l’opposizione alla Troika evitando così la “pasokizzazione”) e il Sinn Fein in Irlanda (dove pure si voterà presto).
Che poi tutte queste forze riescano a erodere l’ideologia unica andando al governo o invece per contrapposizione esterna – quindi critica e stimolo – è un altro bivio di scenari al momento ignoto.
Quello che invece sta emergendo è l’articolazione in forme diverse della dialettica politica europea tra chi sta con il vincismo-élitismo al potere quasi ovunque e chi cerca invece forme più eque e umane di coesione sociale, ma anche di senso e qualità della vita. In alcuni Paesi (Uk e Portogallo, appunto) la resistenza all’ideologia dominante è interpretata dai partiti tradizionali della sinistra, il Labour di Corbyn e i socialisti; in altri (Spagna, Grecia e un po’ anche Irlanda) da partiti diversi ed esterni rispetto alla sinistra storica.
Quanto all’Italia, colpisce soprattutto che il maggior partito di provenienza progressista (e perfino comunista) sia diventato un alfiere nerboruto dell’egemonia culturale della destra ipercompetitivista e socialmente darwiniana. Cosa che già era piuttosto evidente con il Jobs Act e con la riforma cesaristica dell’impianto elettorale, ma che è stata confermata in tutta la sua brutalità dal castello propagandisticocostruito sulla vicenda del Colosseo: un episodio minore che tuttavia ha dell’incredibile per sfacciataggine del potere, estremismo, menzogna mediatica.
Di fronte a questa trasformazione della sinistra in destra – certo non iniziata da Renzi, ma da lui portata egregiamente a compimento – milioni di elettori si sono gradualmente divisi: tra chi questo passaggio di campo non l’ha ancora capito (quindi continua a votare Pd per antico affetto), chi si è buttato nel M5S con la delusione di un innamorato tradito e chi sbatte la testa contro il muro della pochezza rappresentativa della cosiddetta sinistra radicale. Più, naturalmente, i tantissimi che si sono silenziosamente ritirati nel disgusto del non voto.
Insomma, la dialettica europea da noi è ancora più caotica, e ci vorrà tempo prima che in qualche modo si definisca. Intanto però il Pd renziano aiuta ogni giorno questa chiarificazione, profilandosi limpidamente come partito dell’establishment economico e della destra vincista.
Personalmente di questa chiarificazione sono molto grato, giacché aiuta a uscire dall’ambiguità in cui, più di altri, qui in Italia stiamo transitando.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

Nessun commento:

Posta un commento