mercoledì 9 settembre 2015

E se l’Italia non fosse mai stata una Democrazia?

da il manifesto
DAL BLOGL'URTO DEL PENSIERO

E se l’Italia non fosse mai stata una Democrazia?


ITALIA
Una spe­cie di deli­rio in una notte di piena estate.
Me lo dico da solo non certo per met­tere le mani avanti (ché di que­sti tempi è pre­fe­ri­bile tenerle die­tro…), quanto per­ché i resi­dui della ragio­ne­vo­lezza non rinun­ciano a farsi sen­tire nep­pure in que­sta situazione.
Una situa­zione per cui, di giorno, il caldo asfis­siante di que­sta sta­gione tende a fago­ci­tare le ener­gie fisi­che e mentali.
Men­tre di notte la cani­cola si atte­nua quel tanto che basta non per dor­mire, e quindi nean­che per garan­tire un minimo sin­da­cale di luci­dità alle elu­cu­bra­zioni, ma quan­to­meno per ricol­le­gare i pen­sieri a una qual­che atti­vità. Nel mio caso scrivente.
LA LUNGA NOTTE DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA
Di notte. Per una curiosa simi­li­tu­dine è pro­prio in quel fran­gente che mi viene alla mente quella che Ser­gio Zavoli aveva chia­mato la «lunga notte della Repub­blica italiana».
In quel caso ci si rife­riva gli anni di piombo, alle tante (troppe) stragi che hanno costel­lato il nostro infau­sto Paese, rima­nendo per lo più irri­solte e avvolte da un mistero inquietante.
Nel mio deli­rio not­turno, invece, la notte si estende più o meno a tutta la sto­ria patria, spin­gen­dosi fino a cre­dere che mai (se non in raris­sime e fugaci occa­sioni) l’Italia sia stata baciata dalla luce della democrazia.
Certo, demo­cra­zia è parola com­plessa assai. Fin dalle sue ori­gini, risa­lenti alla Gre­cia peri­clea, non stava certo a indi­care il governo del popolo (visto dai filo­sofi anti­chi come una scia­gura e chia­mato piut­to­sto col nome di «oclo­cra­zia»), bensì di una ple­tora di cit­ta­dini (il demos, appunto), da cui erano esclusi gli «stra­nieri» (bar­bari), le donne, gli schiavi e i non benestanti.
Demo­cra­zia non è mai diven­tata il governo effet­tivo del popolo nelle nostre demo­cra­zie occi­den­tali. Del resto, sarebbe impos­si­bile e forse per­fino dele­te­rio, come ben sapeva Popper.
Però siamo arri­vati, sep­pure nel corso di secoli, a rico­no­scere il suf­fra­gio uni­ver­sale, ossia a dare a tutto il popolo (esclusi i mino­renni) il diritto di votare un par­tito o una parte poli­tica pre­fe­rita, eleg­gendo un par­la­mento inca­ri­cato di nomi­nare a mag­gio­ranza il capo del governo (quan­to­meno nelle demo­cra­zie par­la­men­tari quale è il caso dell’Italia).
Capo del governo che, va da sé, veniva scelto tra gli espo­nenti più rap­pre­sen­ta­tivi della parte poli­tica che aveva con­se­guito la mag­gio­ranza dei voti popolari.
Demo­cra­zia indi­retta, o rap­pre­sen­ta­tiva, per dirla sinteticamente.
DEMOCRAZIA CERCASI
Una cosa che in Ita­lia non esi­ste più da tre governi. Mario Monti, Enrico Letta e infine Mat­teo Renzi, con la com­pli­cità dell’allora Pre­si­dente della Repub­blica Gior­gio Napo­li­tano (ed ese­guendo i dik­tat pro­ve­nienti dai poteri tecno-finanziari sovra­na­zio­nali), hanno gover­nato e gover­nano legit­ti­ma­mente que­sto Paese ma al di fuori delle dina­mi­che demo­cra­ti­che che abbiamo poc’anzi descritto.
Il fatto è che il caldo asfis­siante ti sfi­bra, scio­gliendo i freni ini­bi­tori dell’interpretazione storica.
In que­sto modo è un attimo chie­dersi quanto mai, e quando mai, l’Italia sia stata dav­vero un paese demo­cra­tico, inten­dendo in senso molto lato e per­sino ideale l’aggettivo democratico.
Nata in seguito al «patto dei gen­ti­luo­mini» (alta finanza del Nord – legata a sua volta alla mas­so­ne­ria stra­niera — con i grandi lati­fon­di­sti del Sud: sostan­zial­mente la Mafia), in poco più di mezzo secolo di esi­stenza la Peni­sola si per­deva fra scan­dali ban­cari e poli­tici che nulla hanno da invi­diare a quelli di oggi. Con il Vati­cano che fre­nava le riforme più civili, il tra­sfor­mi­smo che non garan­tiva una seria rap­pre­sen­tanza del voto popo­lare, l’inettitudine della classe poli­tica che pro­vo­cava danni ine­sti­ma­bili sia in ambito di poli­tica estera che interna (per non dire di quella culturale).
Fino ad arri­vare alla scia­gu­rata Prima guerra mon­diale. In cui sono ini­ziati tutti i nostri disa­stri tat­tici, stra­te­gici e geo­po­li­tici per i quali ancora oggi siamo tri­ste­mente famosi.
Alla fine delle due guerre mon­diali, e di fatto fino al 1989, la nostra demo­cra­zia pre­ve­deva l’esclusione a priori (con tanto di inter­vento mili­tare pro­gram­mato in caso con­tra­rio) dell’opposizione social-comunista e poi sol­tanto comu­ni­sta dai bot­toni del governo.
Non è que­sta la sede per schie­rarsi o per rite­nere giu­sta o sba­gliata la cosa. Ma solo per pren­dere atto del fatto che il voto popo­lare, con mezzi leciti o meno, doveva garan­tire un governo retto da una parte poli­tica e da cui fosse siste­ma­ti­ca­mente esclusa la parte avversa.
Stra­te­gia della ten­sione, stragi, mano­vre più o meno occulte da parte dei nostri ser­vizi segreti e chissà cos’altro. Tutto pur di non far vin­cere una parte poli­tica che, a onor del vero, a par­tire da un certo momento (o forse fin dall’inizio?) di vin­cere non ci pen­sava nean­che, trin­ce­ran­dosi die­tro varie forme di com­pro­messo (più o meno sto­rico) di cui poi avremmo pagato tutti i danni, per­sino con gli interessi.
DOPO IL 1989
Nel 1989, poi, ossia con la caduta del Muro e la fine del mondo diviso in bloc­chi, pro­prio quando il tra­collo del regime comu­ni­sta avrebbe potuto «aprire» la nostra demo­cra­zia, suc­cede che il cen­tro del mondo (e quindi degli inte­ressi, del flusso di denaro, del potere che conta dav­vero a livello glo­bale), si tra­sfe­ri­sce dal Medi­ter­ra­neo all’oceano Paci­fico, ponendo di fatto le basi per la realtà che ci tro­viamo oggi a vivere.
Una realtà glo­ba­liz­zata in cui i governi (spe­cie dei paesi minori, quale è il caso dell’Italia) poco o nulla con­tano e poco o nulla pos­sono deci­dere, spe­cie se que­ste deci­sioni vanno con­tro gli impe­ra­tivi cate­go­rici della finanza inter­na­zio­nale e della Troika (Fmi, Banca Mon­diale, governo americano).
Ancora una volta, insomma, per lo spe­ci­fico che con­cerne il nostro Paese (anche se sta­volta siamo in ottima com­pa­gnia) ci tro­viamo di fatto a vivere una con­di­zione in cui le istanze del popolo, sep­pure rap­pre­sen­tate in forma indi­retta dal par­la­mento e dal governo che esso nomina, poco o nulla tro­vano un riscon­tro, poi­ché a deci­dere sono le poche agen­zie eco­no­mi­che sovra­na­zio­nali con la com­pli­cità dei governi più potenti (nel caso euro­peo la Germania).
Potrebbe essere un deli­rio, ne sono con­sa­pe­vole, cer­ta­mente potrebbe trat­tarsi di una visione cata­stro­fi­stica per nulla aliena da for­za­ture assai discutibili.
Fatto sta che la ten­ta­zione è quella di per­ve­nire alla con­vin­zione secondo cui, salvo rare e bre­vis­sime ecce­zioni, la nostra Ita­lia ha vis­suto una notte assai lunga, che pro­ba­bil­mente le impe­di­sce la luce fin dalle ori­gini e sicu­ra­mente la fa essere ancora oggi fra i paesi più mar­gi­nali, inin­fluenti e quindi mar­to­riati dalla teo­lo­gia tecno-finanziaria.
Prima ancora di riflet­tere su quale Europa vogliamo, cosa che si rivela oppor­tuna e per­sino indi­spen­sa­bile, nel caso di noi ita­liani si tratta di pen­sare e agire (qui e ora!) per riac­cen­dere o accen­dere per la prima volta la luce di una demo­cra­zia popo­lare digni­tosa ed affidabile.
Men­tre fuori dalla fine­stra, l’unica luce che rie­sco a scor­gere è quella del sole che final­mente sorge.
E che nel fran­gente di un tempo bre­vis­simo tor­nerà a ren­dere l’aria pesante e irrespirabile.

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