sabato 19 settembre 2015

Gender chi? Oggi a Roma si va a scuola di differenze. Interviste a Marco Silvaggi e Anna Maria Crispino

da il manifesto
L'INCHIESTA
Gender chi? Oggi a Roma si va a scuola di differenze
Roma. Oggi e domani secondo incontro nazionale del network «Educare alle differenze» alla Carlo Cattaneo
— Roberto Ciccarelli
Uno spet­tro si aggira per l’Italia. Lo chia­mano «ideo­lo­gia del gen­der» ed è la favola dell’«uomo nero» ai tempi di wha­tsapp, il sistema di mes­sag­gi­stica dove cir­co­lano mes­saggi che inten­dono ter­ro­riz­zare i geni­tori con­tro i pro­getti di edu­ca­zione alla cono­scenza dei generi, dell’affettività, della ses­sua­lità nelle scuole. È il com­plotto del momento, cal­zato per­fet­ta­mente per la comu­ni­ca­zione dei social net­work che col­tiva il falso, lo tra­sforma nel vero­si­mile e facen­dolo fer­men­tare nel magma delle pas­sioni tri­sti o delle pro­ie­zioni ango­sciose più infon­date.
Si dice che pro­muova la mastur­ba­zione infan­tile, l’omosessualità, distrugga la «fami­glia natu­rale» e arrivi a minac­ciare addi­rit­tura l’umanità, non diver­sa­mente da altre ideo­lo­gie giu­di­cate nefa­ste. Ieri alcune strade della Capi­tale sono state tap­pez­zate con mani­fe­sti abu­sivi con­tro le fami­glie omo­ses­suali e la pro­po­sta di legge Cirinnà che pre­vede la cosid­detta «ste­p­child adop­tion». In set­ti­mana la mini­stra dell’Istruzione Ste­fa­nia Gian­nini è stata costretta a riba­dire che nella ren­ziana «Buona scuola» non esi­stono tracce di tali dis­so­lu­tezze apo­ca­lit­ti­che e ha annun­ciato azioni legali con­tro que­sta «truffa cul­tu­rale» da parte del Miur.
Oggi e domani, alla scuola Carlo Cat­ta­neo in via Zaba­glia 27 a Roma, il contro-canto alla furiosa cam­pa­gna rea­zio­na­ria imba­stita dalle destre cat­to­li­che tra­di­zio­na­li­ste insieme alle gerar­chie eccle­sia­sti­che sarà palese. Nel corso dell’ultimo bien­nio, in tutta Ita­lia, si è for­mato un vastis­simo «net­work» da cen­ti­naia di asso­cia­zioni che lavo­rano nei pro­getti edu­ca­tivi e vogliono supe­rare gli ste­reo­tipi di genere, con­tra­stare la vio­lenza di genere e il bul­li­smo omo­fo­bico nelle scuole italiane.
La rete si chiama «Edu­care alle dif­fe­renze» ed è nata l’anno scorso durante un ana­logo incon­tro a Roma pro­mosso — come quello del 2015 — dalle asso­cia­zioni Scosse (Roma), Sto­newall (Sira­cusa), Il Pro­getto Alice (Bolo­gna). La seconda edi­zione dell’incontro ha regi­strato un boom di pre­i­scri­zioni: 550 per­sone da tutto il paese, 250 le asso­cia­zioni che pro­muo­vono l’iniziativa, nove tavoli tema­tici, 45 relatori/relatrici che hanno rispo­sto a una «call» pub­blica, folta pre­senza di docenti uni­ver­si­tari ed esperti, come quella di attivisti/e Lgb­tqi, case edi­trici, edu­ca­tori e assi­stenti sociali. Il comune di Roma, che sostiene i pro­getti edu­ca­tivi per le mae­stre, patro­cina l’iniziativa. Un mes­sag­gio chiaro. Tra gli altri, par­te­ci­pe­ranno la vice­pre­si­dente del senato Vale­ria Fedeli che ha pre­sen­tato una pro­po­sta di legge sull’educazione di genere nelle scuole; Fran­ce­sca Danese (Asses­sora al sociale del Comune di Roma) la vice sin­daca di Parma Nico­letta Paci (Cin­que Stelle).
Si muove così una con­trof­fen­siva cul­tu­rale, basata sull’auto-organizzazione dei docenti, dei geni­tori e delle asso­cia­zioni, con­tro chi vuole affos­sare la scuola pub­blica, il plu­ra­li­smo demo­cra­tico e le libertà ses­suali. Una boc­cata d’aria da «un clima inqui­nato da vio­lente pole­mi­che e gravi misti­fi­ca­zioni sui con­te­nuti, le meto­do­lo­gie e gli obiet­tivi di edu­ca­zione sen­ti­men­tale e ses­suale nelle scuole» scri­vono le orga­niz­za­trici. «Edu­care alle dif­fe­renze è una forte replica alla cam­pa­gna di svi­li­mento del ruolo della scuola, oltre che di dif­fa­ma­zione per chi lavora sull’identità di genere — afferma Monica Pasquino, pre­si­dente dell’associazione Scosse (Solu­zioni COmu­ni­ca­tive, Studi, Ser­vizi Edi­to­riali) — La nostra forza è di essere riu­scite a coin­vol­gere uno spet­tro molto ampio di asso­cia­zioni, com­pe­tenze ed espe­rienze che lavo­rano, den­tro e fuori le scuole, per pro­muo­vere l’accettazione di tutte le dif­fe­renze, supe­rando con­fini ed eti­chette che spesso con­trad­di­stin­guono il mondo del sapere, della for­ma­zione e il set­tore no profit».
Il per­corso che ha por­tato all’organizzazione dell’incontro è durato un anno, durante il quale le asso­cia­zioni hanno tes­suto instan­ca­bil­mente una rete da Milano a Palermo con ini­zia­tive soste­nute tal­volta dalle ammi­ni­stra­zioni locali. Il risul­tato è un movi­mento cul­tu­rale che sfida le «nar­ra­zioni tos­si­che» del momento e vuole abi­tare diver­sa­mente una scena sociale sem­pre più com­plessa, con fami­glie allar­gate, mono­ge­ni­to­rali o ricom­po­ste; casi di sepa­ra­zione e lutto in con­se­guenza all’innalzarsi dell’età dei geni­tori; l’omogenitorialità. Il tutto in una società dove pesa sem­pre di più la pre­senza di stra­nieri e fami­glie di seconda generazione.
Duplice è l’obiettivo della bat­ta­glia delle idee e delle pra­ti­che pro­po­sta da «Edu­care alle dif­fe­renze». Nell’assenza quasi totale di fondi in una scuola pub­blica, col­pita dalla contro-riforma di Renzi, oltre che dalla timi­dezza rispetto all’offensiva neo-confessionale in corso, «vogliamo dimo­strare che esi­stono sog­getti sin­goli e col­let­tivi che svi­lup­pano pro­getti effi­caci e di qua­lità per la valo­riz­za­zione delle dif­fe­renze, l’educazione sen­ti­men­tale, la pre­ven­zione e il con­tra­sto delle vio­lenze legate al genere e all’orientamento ses­suale, l’intercultura e di ogni forma di discri­mi­na­zione e sopraf­fa­zione. Il secondo obiet­tivo è raf­for­zare la con­di­vi­sione delle cono­scenze, come degli stru­menti didat­tici — sostiene Monica Pasquino — costruendo una voce col­let­tiva capace di pro­muo­vere, valo­riz­zare e difen­dere, quando neces­sa­rio, que­ste atti­vità e la tra­sfor­ma­zione la società in dire­zione dell’equità, della plu­ra­lità e della piena democrazia».
Il pro­gramma: 550 pre­i­scri­zioni, 45 rela­zioni
«Venite a vedere con i vostri occhi i temi­bili pro­mo­tori della “ideo­lo­gia del gen­der”!» è il lan­cio pro­vo­ca­to­rio della seconda edi­zione di «Edu­care alle dif­fe­renze», l’incontro nazio­nale di oggi e domani a Roma alla scuola secon­da­ria di primo grado Carlo Cat­ta­neo in via Zaba­glia 27. Pro­mosso dalle asso­cia­zioni Scosse, Sto­newall e Il Pro­getto Alice, l’incontro è patro­ci­nato dal Comune di Roma e ha come media part­ner la rivi­sta Leg­gen­da­ria, i siti Lavoro Cul­tu­rale, Comune Info, Zero­vio­lenza e il blog col­let­tivo Nar­ra­zioni dif­fe­renti. I lavori si apri­ranno oggi alle 10,45 con un’assemblea ple­na­ria. Dalle 12,30 alle 19,15 si svol­ge­ranno tavoli di lavoro e work­shop dove sarà pos­si­bile con­fron­tare espe­rienze, pra­ti­che e meto­do­lo­gie di inse­gna­mento. Domani, dalle 9,45 alle 12,30 si terrà l’assemblea conclusiva.


L'INCHIESTA
Silvaggi: «La sessualità è fonte di benessere, non di disagio»
Intervista a Marco Silvaggi, psicologo dell'Istituto di sessuologia clinica di Roma: la falsità della "teoria gender" e la una cultura del confronto rispetto a temi come l'identità sessuale, di genere, l'orientamento sessuale in Italia
— Roberto Ciccarelli
«Ho dif­fi­coltà a par­lare di una teo­ria del «gen­der» che non esi­ste – afferma Marco Sil­vaggi, psi­co­logo dell’Istituto di ses­suo­lo­gia cli­nica di Roma — Posso sol­tanto par­lare di quello che sento dire».
E cosa si dice?
Che l’educazione alle dif­fe­renze inse­gne­rebbe ai bam­bini la mastur­ba­zione all’asilo o che devono sce­gliere di essere maschi o fem­mine, indi­pen­den­te­mente dal loro corpo. Ma que­sto non ha alcun fon­da­mento rispetto a quanto viene fatto nelle scuole o, meglio, che dovrebbe essere fatto nelle scuole per quanto riguarda l’educazione ses­suale e all’affettività. È asso­lu­ta­mente falsa l’idea che fare corsi alla ses­sua­lità spinga le per­sone ad avere espe­rienze ses­suali più precocemente.

Marco Silvaggi, psicologo dell'Istituto di sessuologia clinica di Roma
Marco Sil­vaggi, psi­co­logo dell’Istituto di ses­suo­lo­gia cli­nica di Roma

Cosa sosten­gono le ricer­che scien­ti­fi­che?
Le per­sone che rice­vono corsi di edu­ca­zione ses­suale, sulle linee guida dell’Oms, hanno una mag­giore con­sa­pe­vo­lezza della loro ses­sua­lità e ten­dono ad esor­dire più tardi nel com­por­ta­mento ses­suale e a farlo in modo più con­sa­pe­vole e lon­tano dei rischi. Chi non la riceve è vul­ne­ra­bile rispetto ai media, alla pub­bli­cità, alla rete con i film porno quando si è più grandi. Se a cin­que anni si vede un film in cui il padre decide e la madre si ade­gua, il bam­bino sta comun­que rice­vendo un’educazione che parla di cosa sono i diversi generi ed è pro­ba­bile che si ade­gui a modelli che ini­bi­scono la parità e la pos­si­bi­lità di una libera espres­sione di tutti gli esseri umani.
Uno dei temi dell’educazione alle dif­fe­renze è la bat­ta­glia con­tro gli ste­reo­tipi. Di cosa si tratta?
L’aderenza ai modelli di genere ste­reo­ti­pati è in grado di favo­rire la vio­lenza di genere o l’omofobia. La minore con­sa­pe­vo­lezza delle per­sone porta i car­ne­fici ad agire con un mes­sag­gio che non hanno ela­bo­rato ma solo accet­tato e le vit­time a subire que­sti feno­meni per­ché meno con­sa­pe­voli dell’esistenza di una realtà diversa fon­data sul rispetto della diversità.
Quale dovrebbe essere il ruolo dell’istruzione pub­blica?
Dovrebbe pro­muo­vere una cul­tura del con­fronto rispetto a temi come l’identità ses­suale, di genere, l’orientamento ses­suale che sono pur­troppo ancora argo­menti miste­riosi per mol­tis­sime per­sone. Pen­sare a corsi che non siano di emer­genza o di repres­sione degli effetti gene­rati dalla man­canza di edu­ca­zione ses­suale, dalle malat­tie ses­sual­mente tra­smesse o dalle gra­vi­danze inde­si­de­rate tra i più gio­vani. Dovreb­bero durare per tutto l’iter sco­la­stico for­nendo ai gio­vani gli stru­menti per con­si­de­rare la ses­sua­lità una fonte di benes­sere, non di disa­gio o peri­colo. Pur­troppo la man­canza di mezzi, mate­riali e eco­no­mici e una cul­tura asso­lu­ta­mente arre­trata in Ita­lia frena la pos­si­bi­lità di par­lare libe­ra­mente di sessualità.

L'INCHIESTA
Crispino: «Il gender è una tecnica da marketing per una battaglia ideologica»
Intervista a Anna Maria Crispino, direttrice della rivista Leggendaria: «Non bisogna accettare la nominazione di «ideologia del gender». Se lo si fa se ne riconosce l'esistenza»
— Roberto Ciccarelli
«La cam­pa­gna con­tro la pre­sunta “ideo­lo­gia del gen­der è una vicenda ter­ri­bile dal punto di vista poli­tico – sostiene Anna Maria Cri­spino, diret­trice della rivi­sta «Leg­gen­da­ria», uno dei media part­ner di «Edu­care alle dif­fe­renze» — Tiene insieme il dise­gno di legge Cirinnà sulle unioni civili, i matri­moni gay e la par­tita dei movi­menti Lgb­tqi e l’educazione alla ses­sua­lità nelle scuole sulla quale il mondo cat­to­lico intende man­te­nere l’egemonia. Que­sti ele­menti sono stret­ta­mente intrec­ciati in una bat­ta­glia con­tro tutte le dif­fe­renze, non solo quelle di genere, per garan­tire il con­trollo capil­lare del ter­ri­to­rio attra­verso il sistema sco­la­stico. Il perno del fronte cat­to­lico pro vita sono i vari Gio­va­nardi, For­mi­goni o Gasparri. Hanno avuto un buon spin doc­tor. L’invenzione di que­sta dici­tura — “ideo­lo­gia del gen­der” — è stata effi­cace, molto diretta, sem­bra che sia pas­sata nel senso comune. È stata una mossa comu­ni­ca­tiva molto importante».

Anna Maria Crispino, direttrice della rivista Leggendaria
Anna Maria Cri­spino, diret­trice della rivi­sta Leggendaria

Come si risponde a que­sta offen­siva ideologica?
Non biso­gna accet­tare la nomi­na­zione di «ideo­lo­gia del gen­der». Se lo si fa se ne rico­no­sce l’esistenza. Si tratta di una sem­plice eti­chetta di mar­ke­ting usata per una bat­ta­glia politico-ideologica.
L’educazione alle dif­fe­renze invita a non con­si­de­rare natu­rale la divi­sione dei ruoli sociali tra maschile e fem­mi­nile. È que­sto che dà fasti­dio al Vati­cano e alla Cei?
Sì per­ché tocca un punto per loro fon­da­men­tale: quella che riten­gano sia la fami­glia natu­rale fon­data sulla dif­fe­renza bio­lo­gica tra uomo e donna. Senza arri­vare agli estremi della loro bestia nera, Judith Butler per la quale il «gen­der» è atti­vità per­for­ma­tiva, non sop­por­tano la sem­plice messa in discus­sione del genere ses­suale come por­tato sociale e cul­tu­rale. Dal loro punto di vista, se neghi que­sta iden­ti­fi­ca­zione dei maschi e delle fem­mine, neghi la fami­glia natu­rale e apri la porta al tran­sgen­der o ai matri­moni gay.
Come giu­dica la rea­zione dell’intellighenzia laica e del femminismo?
Il fem­mi­ni­smo main­stream mi sem­bra sia stata piut­to­sto lati­tante. C’è invece inte­resse nel mondo del fem­mi­ni­smo più attento a quello che fanno le gio­vani donne tra i 30 e i 40 anni che si sono orga­niz­zate in coo­pe­ra­tive e lavo­rano in modo affer­ma­tivo. Loro vogliono un altro genere di for­ma­zione e sfug­gono alla rissa «gen­der si/no». Trovo l’azione di Scosse e degli altri gruppi straor­di­na­ria­mente intel­li­gente. Ritengo invece disdi­ce­vole e poli­ti­ca­mente sui­cida il silen­zio della sini­stra di governo e di quella radi­cale. Con­ti­nuano a pen­sare che le dif­fe­renze riguar­dino solo le donne e non capi­scono che si sta gio­cando una grande par­tita pra­tica e simbolica.

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