mercoledì 23 settembre 2015

L’AMACA del 22/09/2015

L’AMACA del 22/09/2015 (Michele Serra)

CHIEDENDO una pena tutto sommato modesta, il processo di Torino contro Erri De Luca si avvita, come merita, su se stesso. La sua natura, inevitabilmente sgradevole, è quella di un processo alle parole; ma il dito puntato contro lo scrittore, alla lunga, non può che rattrappirsi di fronte alla sproporzione, grottesca, tra la macchina giudiziaria, in tutta la sua pompa istituzionale e cartacea, e una frase di poche parole.
Non che le parole non abbiano peso, e siano solo un trascurabile contorno delle vicende umane. De Luca lo sa bene, è scrittore tra i meno volatili, tra i più “biblici”, conosce la solennità del Verbo.
Il suo sostegno ai No Tav e alle loro azioni è tanto radicale quanto lucidamente posto, e ribadito: non esiste società libera, del resto, nella quale comportamenti politici estremi, e anche violazioni di legge, non abbiano un pensiero che li illustra, voci di riferimento. L’idea che l’intero arco delle opinioni sia contenibile in un recinto controllabile e controllato è, prima che ingiusta, irreale e impraticabile. Altrimenti, ben prima di perseguire una frase favorevole all’uso di cesoie contro una recinzione metallica, la giustizia italiana dovrebbe mettere ai ceppi le tante voci, che si firmano con nome e cognome, entusiaste di ogni barcone rovesciato e dell’annegamento dei migranti. Ma si intaserebbero i tribunali, no?
Da La Repubblica del 22/09/2015.

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