giovedì 17 settembre 2015

Mai dire mafia

Mai dire mafia (Marco Travaglio)

mafia“Non si può dire che ci sono intere regioni in mano alla mafia. Questa è una rappresentazione macchiettistica!”. Chi l’ha detto: Berlusconi? Mangano? Dell’Utri? Cosentino? Carminati? Buzzi? No, Matteo Renzi lunedì sera a Otto e mezzo. Federico Rampini gli aveva garbatamente fatto notare che non si può predicare il rispetto delle regole ai migranti appena sbarcati in Italia, quando intere regioni del Paese sono in mano al crimine organizzato. E il premier, per tutta risposta, se n’è uscito con questo bel manifesto del negazionismo mafioso che,come tutte le vaccate che dice e che fa, è passato inosservato, grazie al letargo che ha colto tutti coloro che insorgevano sdegnati quando le stesse cose le diceva B. Il Fanciullino ha sempre l’aria svagata e cazzara di quello che improvvisa, che la butta lì senza pensarci. Errore: negare la presenza pervasiva delle mafie in molte zone d’Italia contro ogni evidenza fattuale fa parte di un progetto politico e comunicativo (che poi sono la stessa cosa per chi confonde la politica con Twitter), riassumibile nel vecchio “tutto va ben madama la marchesa”.  
Eppure il 2 marzo 2014, appena salito a Palazzo Chigi, Renzi scriveva su Repubblica una lettera aperta a Roberto Saviano: “Caro Roberto… quello che va aggredito, hai ragione, è la ‘Mafia SpA’, presente in ogni comparto economico e finanziario del Paese…”. Poi si è convinto che, senza fare un bel nulla contro le mafie, anzi senza neppure nominarle, siano sparite da sole. Da quando c’è Lui, ogni problema è risolto, ogni male è curato, ogni virus è debellato e guai a chi guasta il panorama idilliaco dipinto dal suo ufficio stampa con pericolosi inserti di realtà. Ne sa qualcosa la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi, lapidata dai tutto va benisti governativi, oltreché dal sindaco De Magistris e dal governatore abusivo De Luca, per aver osato dire una cosa ovvia e stranota, proprio mentre a Napoli si torna a sparare (sempreché si fosse mai smesso): “La camorra è un dato costitutivo di Napoli”. Una frase molto simile a quella del Renzi-1,che invece il Renzi-2 considera “macchiettistica” e dunque proibita. Ieri Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia con una lunga esperienza contro la camorra, ha confermato la lettura della Bindi, visto che nessun elemento nuovo autorizza chicchessia a dire che le cose siano cambiate col governo Renzi: “Io stesso ho definito in passato la camorra elemento costitutivo della società napoletana”.
“S e non guardiamo in faccia   questa realtà – ha aggiunto Roberti–e proseguiamo con i negazionismi, non possiamo approntare interventi strutturali per combatterla.Come si fa   a negare che le mafie siano elemento costitutivo della società da cui hanno avuto origine e poi si sono diramate? Le mafie sono state contrastate solo come problema di ordine pubblico solo nei momenti in cui si riteneva che attentassero all’ordine pubblico e alle istituzioni. Non possiamo contrapporre una visione di Napoli consolatoria,da paradiso terrestre”. Se si trattasse dell’ennesima “polemichetta della politichetta”, come dice Raffaele La Capria, non varrebbe la pena di occuparsene, né di preoccuparsene. Ma non è così. La banalizzazione delle mafie, che fa indignare tanti ipocriti quando si tinge di folklore negli studi di Porta a Porta, ma solo perché si parla di “zingari”, è la premessa per chiudere l’emergenza e rilassarsi. Se le mafie non sono più un elemento costitutivo della società italiana e se addirittura “non si può dire che ci sono intere regioni in mano alla mafia” (ordine del premier:se no?),allora si può svuotare l’ergastolo, il pentitismo e il 41-bis (strettamente connessi) come si appresta a fare il governo con la controriforma Orlando del processo penale. E si può scardinare il concorso esterno in associazione mafiosa, cioè il reato dei colletti bianchi che, pur non essendo affiliati alle mafie, le sostengono da fuori.   L’altro ieri il nostro governo ha perso il ricorso alla Grande Camera della Corte europea di Strasburgo contro la sentenza della Cedu che aveva condannato lo Stato italiano a risarcire 10 mila euro a Bruno Contrada per la sua condanna a 10 anni per concorso esterno.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 17/09/2015.

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