lunedì 14 settembre 2015

Morti di Stato, ma lo Stato (ancora) si salva sempre

Morti di Stato, ma lo Stato (ancora) si salva sempre (SILVIA D’ONGHIA)

cucchiDA CUCCHI A UVA Cinque casi, cinque storie, di persone decedute mentre erano sotto la custodia delle forze dell’ordine. E non c’è nessun colpevole.

Se c’è un corridoio dei Tribunali in cui quasi mai il comune senso di Giustizia trova conforto, è quello in cui si svolgono i processi per i morti di Stato. Figli, fratelli, padri che hanno perso la vita mentre si trovavano sotto la custodia delle istituzioni: in caserma, durante un fermo di polizia o raggiunti da un Trattamento sanitario obbligatorio, come nell’ultimo caso di Torino, quello di Andrea Soldi.Persone che, pur avendo sbagliato, per il solo fatto di trovarsi prive della libertà avrebbero dovuto essere custodite con maggiore cura. E invece se da una parte c’è un comune cittadino, per di più cadavere, e la sua ostinata famiglia, dall’altra si assiste a un muro di omertà, che si traduce in un nulla di fatto, in un “non è Stato nessuno”.  
STEFANO CUCCHI. La notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, a Roma,un ragazzo di 31 anni viene arrestato mentre spaccia. Dopo una perquisizione a casa dei genitori, viene portato in caserma (quella notte ne cambierà tre) e lì comincia a sentirsi male.Il giorno dopo,all’udienza per direttissima, il padre lo vedrà dolorante e con le borse sotto gli occhi.Il ragazzo finisce in carcere ma,poiché le sue condizioni si aggravano, viene trasferito all’ospedale Pertini.Lì morirà il 22 ottobre. Questo almeno era quello che sapevamo al termine della prima inchiesta e dei due gradi di giudizio che,con la sentenza di appello dell’ottobre 2014, hanno visto assolvere medici, infermieri e agenti penitenziari coinvolti. Grazie all’ostinazione della famiglia e alla volontà del Procuratore capo Pignatone, il caso è stato riaperto e la scorsa settimana si è saputo dell’iscrizione nel registro degli indagati di un carabiniere, Roberto Mandolini, che il 15 ottobre 2009 compilò il verbale di arresto di Cucchi. Insieme con lui sarebbero coinvolti altri due militari, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, la cui auto (civile) seguiva quella dei colleghi durante la perquisizione domiciliare. A questi ultimi potrebbe essere contestato il reato di lesioni colpose. Se da un lato il 15 dicembre la Cassazione sarà chiamata a giudicare la sentenza di secondo grado, questa inchiesta bis potrebbe portare – finalmente – alla verità.  RICCARDO MAGHERINI. A Firenze siamo ancora alle prime battute del dibattimento. L’ex promessa della Fiorentina, figlio d’arte di Guido, muore a neanche 40 anni la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 in Borgo San Frediano. È in preda a un attacco di panico e corre per la strada,dopo essersi fermato in un bar,entra in due locali,ruba un telefono per chiedere aiuto. “Mi vogliono uccidere” grida. Qualcuno chiama i carabinieri. Nelle orecchie di chi ha seguito il caso rimangono le urla disperate di Riccardo mente quattro militari gli sono addosso e lo costringono col torace a terra nell’attesa infinita di un’ambulanza. “Ho un figliolo – grida Magherini – aiutatemi, per favore”. Ad ascoltarlo ci sono tanti testimoni, che riprendono la scene coi telefonini, ma a non dargli retta rimangono i quattro militari, adesso imputati per omicidio colposo (uno di loro anche per percosse) insieme con tre volontari della Croce Rossa. Ipotesi di reato che per ora rimangono le stesse, nonostante le richieste avanzate dal legale della famiglia, Fabio Anselmo –lo stesso che segue i casi Cucchi, Bifolco e molti altri –, e dall’avvocato di uno dei carabinieri. Prossima udienza il 2 novembre.   DAVIDE BIFOLCO. L’unica colpa di questo 16enne napoletano era di andare in motorino nel rione Traiano con altri due amici senza casco. Non aveva fatto nient’altro,la notte tra il 4 e il 5 settembre 2014. Quando al mezzo è stato intimato l’alt da una pattuglia dei carabinieri che era in cerca di un latitante, l’amico alla guida si è spaventato e ha tirato dritto. Pochi secondi, quattro dicono i periti della famiglia Bifolco, troppo pochi per dare fede alla tesi del militare che sostiene di essere sceso dall’auto, aver caricato l’arma e fatto fuoco per errore mentre tentava di ammanettare l’altro ragazzo. Davide è rimasto sulla strada. L’Arma ha chiesto scusa,il militare ha chiesto scusa. Adesso aspetta la sentenza, il prossimo 30 settembre: tre anni e quattro mesi ha chiesto il pm, massimo della pena per l’omicidio colposo col rito abbreviato.   GIUSEPPE UVA. Perizie, udienze, querele, controquerele, e il rischio prescrizione: il caso di questo 43enne varesino, morto dopo essere stato fermato la notte del 14 giugno 2008, ha i connotati del paradosso. Per anni si è celebrato un processo sbagliato, perché il pm Abate – poi trasferito – aveva fatto incriminare i medici che avevano preso in cura Pino durante il Tso e non i carabinieri che in ospedale lo avevano mandato. Eppure in quelle due ore in caserma qualcosa deve essere successo,visto che–dicono le perizie.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 14/09/2015.

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