sabato 19 settembre 2015

“Nascondino fra le bombe” così i figli di Damasco raccontano la guerra

“Nascondino fra le bombe” così i figli di Damasco raccontano la guerra (GIAMPAOLO CADALANU)

Profughi

Le testimonianze.

Dalla capitale siriana a Roma per essere curati: grazie all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, cinque bambini sono sfuggiti all’inferno del conflitto. Nelle loro parole la sofferenza della vita quotidiana in un Paese devastato.

Il gioco preferito dai bambini di Saida Zenab è una specie di nascondino. Vince chi si sente per primo le bombe, e acquista la precedenza per trovare riparo. Anche quel giorno maledetto del luglio 2013 Raghad correva per casa e giocava con un fratellino. Nel campo profughi palestinese fondato 60 anni fa alle porte di Damasco, combattimenti, salve d’artiglieria, jet che lanciano bidoni esplosivi sono solo una colonna sonora della vita di ogni giorno. «Non ci spaventavano, uscivamo sempre, anche per andare al mercato». Mamma Wafaa era in cucina, a cercare di organizzare un pasto. Lei non lavora, e da quando suo marito è morto deve contare sulla solidarietà delle altre famiglie e sugli aiuti dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste le 2mila famiglie di Saida Zenab e gli altri 460mila rifugiati palestinesi.
Quando la bomba è esplosa, Wafaa è corsa fra calcinacci e polvere. Il bambino era ferito in modo lieve. Raghad aveva perso tutt’e due le gambe, aveva una ferita all’addome e una scheggia in gola.
Chi aveva lanciato quella bomba? Mamma Wafaa non lo sa, sa solo che non c’erano bombardamenti aerei. Una salva d’artiglieria dei governativi di Assad finita fuori bersaglio, o un mortaio dei jihadisti fedeli ad Al Baghdadi. «E’ una prova che Dio ci ha mandato. Se non fosse stato questo, avrebbe potuto essere un incidente stradale. Non dobbiamo capirlo possiamo solo accettarlo. Alhamdu Lillah, sia grazie a Dio».
Il primo ospedale che chiude le porte, la corsa all’altro, le cure ridotte al minimo senza più farmaci né attrezzature: una storia diffusa fra i rifugiati in Siria. E il rapido ritorno nel campo bombardato, dai vicini, dai parenti, «perché in ospedale hanno fatto quello che potevano, ora bisognava lasciar libero il posto». Poi una timida speranza arriva dall’annuncio sulle pareti della scuola dell’Onu, la possibilità di una terapia in Italia, attesa, ansia, disillusione, nuova attesa. Quelle aule con la bandiera blu erano tutto per Raghad. «Mi piaceva andare a scuola, i compagni, le maestre. Avevo imparato a usare internet, a utilizzare un programma, come si dice, per aggiustare le fotografie. Da grande vorrei diventare insegnante di matematica, se Dio vuole». Ma anche un sogno da tredicenne può rivelarsi irrealizzabile a Saida Zenab. Mamma Wafaa non è mai stata in Palestina, la famiglia è fuggita nel ’48, la sua idea di Safad, la città d’origine, è una manciata di terra patria conservata gelosamente. «Mia nonna aveva ancora la chiave della casa, non so dove sia finita. Tornare? Magari».
Alla fine, l’Italia. Raghad è arrivata giovedì notte con un aereo della missione Unifil, con altre 4 bambine colpite da gravi malattie.
Articolo intero su la Repubblica del 19/09/2015.

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