mercoledì 23 settembre 2015

Pd condicio

da il manifesto

Pd condicio

Ri-Mediamo. La rubrica settimanale di Vincenzo Vita
Nell’introduzione svolta ad un bel semi­na­rio del giu­gno del 2011 all’università La Sapienza di Roma, il costi­tu­zio­na­li­sta Fulco Lan­che­ster definì la Par con­di­cio «uno splen­dido bro­cardo per dire qual­cosa che l’ideologia libe­ral­de­mo­cra­tica ha teo­riz­zato alle sue ori­gini, ovvero la neces­sità che vi sia nell’ambito delle com­pe­ti­zioni elet­to­rali e refe­ren­da­rie una egua­glianza ten­den­ziale delle oppor­tu­nità tra i con­cor­renti nell’orientamento dei cit­ta­dini aventi diritto al voto» e aggiun­geva che «l’atto di vota­zione non può essere ristretto al mero momento costi­tu­tivo dell’espressione del voto, ma trova una fase fon­da­men­tale nella pre­pa­ra­zione dello stesso…».
Insomma, si tratta di uno stru­mento difen­sivo, indi­spen­sa­bile per garan­tire una base di par­tenza almeno for­mal­mente uguale tra i sog­getti in campo. A mag­gior ragione in Ita­lia, dove i con­flitti di inte­resse a go go e l’assenza di una digni­tosa nor­ma­tiva anti­trust hanno fatto della tele­vi­sione una zona franca. Senza Dio e senza Legge. Fu la ragione del varo delle legge n.28 del feb­braio 2000. Una doz­zina di arti­coli assai age­voli, ter­ri­bil­mente com­pli­cati dal lati­no­rum di diversi rego­la­menti applicativi.
Tut­ta­via, è evi­dente che ogni ipo­tesi di defi­ni­zione nor­ma­tiva riguarda spazi e quan­tità delle pre­senze poli­ti­che, men­tre non ha senso evo­care valu­ta­zioni qua­li­ta­tive o la sele­zione degli argo­menti da trattare.
E chi mai potrebbe eser­ci­tare tale potere? E’ utile riba­dire simili con­cetti, per­ché perio­di­ca­mente, sulla base di una pole­mica o di un con­ten­zioso di occa­sione, si evo­cano revi­sioni della legge o si pro­met­tono approcci nuovi, nuo­vis­simi. Se esi­stono, bat­tano un colpo.
Comun­que, è para­dos­sale che pro­prio il Par­tito demo­cra­tico apra un bat­tage sui «talk show», per­ché Bal­larò avrebbe ecce­duto nelle inter­vi­ste a 5 Stelle. O per­sino sul pre­sunto van­tag­gio media­tico della Cgil. Tra l’altro, il diret­tore di Rai Tre Andrea Via­nello, ascol­tato ieri dalla com­mis­sione par­la­men­tare di vigi­lanza, ha chia­rito che è meglio par­lare di «talk» (lasciando per­dere lo show), stru­mento utile per appro­fon­dire i temi della politica.
Guai a con­fon­dere la neces­sità di ripen­sare un modello sof­fo­cato dai richiami all’audience — ecci­tando gli “spi­riti ani­mali” del pub­blico — con la vel­lei­ta­ria richie­sta di abo­lirli. O si pensa dav­vero di poter ripri­sti­nare le Tri­bune poli­ti­che della prima repub­blica, illu­strate oppor­tu­na­mente in una mostra che pro­prio oggi si inau­gura alla Camera dei deputati?
Ovvia­mente, l’Autorità per le garan­zie nelle comu­ni­ca­zioni dovrebbe inter­ve­nire sulle pla­teali dise­gua­glianze, che emer­gono pro­prio dalle tabelle pub­bli­cate sul sito dell’Agcom, rife­rite — le ultime — a un ago­sto caldo. Il Pd di Renzi tocca com­ples­si­va­mente quasi la metà del tempo, men­tre gli altri — a comin­ciare da 5 Stelle, che alle ele­zioni poli­ti­che con­di­vi­sero la prima posi­zione, e per pro­se­guire nella clas­si­fica impari — devono accon­ten­tarsi di ciò che rimane.
Se mai, è da ripen­sare la meto­do­lo­gia del cal­colo quan­ti­ta­tivo, che somma i minuti a pre­scin­dere dalla fascia ora­ria e dall’emittente. Il Cen­tro di ascolto radio­te­le­vi­sivo del par­tito radi­cale, che spe­riamo possa ripren­dere quanto prima la sua pre­ziosa atti­vità, giu­sta­mente teneva conto dell’ascolto effet­tivo dei noti­ziari e dei pro­grammi, in luogo di un mec­ca­nico con­teg­gio delle parole. Il Tg1 delle otto di sera ha un ascolto non com­men­su­ra­bile, ad esem­pio, con quello di Sky o di Rai­news. E vari for­mat del day time fanno più poli­tica dei tg.
Insomma, come si dice, si guardi il cielo e non il dito.

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