giovedì 17 settembre 2015

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Direzioni, promesse e ricatti. Perché Matteo Renzi forza la mano sulla riforma del Senato

La legge sulla riforma del Senato in aula. In direzione Pd, il premier e segretario chiederà alla minoranza di rinunciare alle sue battaglie. La via di fuga perfetta, in modo che poi si possa mostrare 'responsabilità'

DI LUCA SAPPINO
Direzioni, promesse e ricatti. Perché Matteo Renzi forza la mano sulla riforma del Senato
Matteo Renzi ha deciso e porta lariforma del Senatodirettamente in aula. Perché, insomma, «siamo per il dialogo», ma alla fine anche basta. Ultimissima occasione di confronto sarà la direzione straordinaria convocata per lunedì 25 settembre. Maggioranza e minoranza ci arrivano ai ferri cortissimi. Matteo Renzi vuole però l’ennesima conta - come già sperimentato su altri voti importanti, dal jobs act all’elezione di Sergio Mattarella - e lunedì così si voterà per stabilire a cosa bisognerà essere «leali». «Non chiedo disciplina ma lealtà», ha infatti recentemente spiegato Renzi, incurante che la differenza, nei fatti, sia trascurabile.
 
Renzi in direzione chiede alla minoranza Pd di rinunciare alla battaglia sulle funzioni e sulla modalità di elezione dei nuovi senatori, aperta dopo che la riforma è stata già votata una volta da Camera e Senato. Il voto in direzione non ci porterà particolari sorprese - i numeri sono schiaccianti, a favore del presidente del Consiglio - ma servirà a capire quanto la minoranza è pronta ad andare fino in fondo.

Le opposizioni parlamentari, al momento, malignano che la direzione sia in realtà la via di fuga perfetta che Renzi offre a Bersani&co, nell’angolo: un luogo dove rappresentare il dissenso per poi poter vocarsi alla responsabilità, in aula. Non tutti, magari, e infatti il senatore Miguel Gotor, bersaniano, dice «è un passaggio che esige libertà di coscienza politica».

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La riforma lì sarà da domani, con il calendario stabilito dalla conferenza dei capigruppo. Sempre per premere sull’acceleratore il termine ultimo per ripresentare gli emendamenti dovrebbe essere fissato ancora a lunedì. Gli emendamenti saranno poi vagliati dal presidente del Senato Grasso che difficilmente potrà però mostrarsi molto più morbido di Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali, che li ha dichiarati tutti inammissibili, quelli sull’elegibilità dei senatori.

«Tutte queste forzature», dice un senatore esperto all’Espresso, «Renzi le fa perché evidentemente è riuscito a ottenere i numeri che gli servono per andare al voto». Cioè a convincere Ncd a non tirare troppo la corda e a conquistare qualcosa nel sempre ricco gruppo misto. Poi c’è ovviamente l’aiuto di Verdini.
 
«Tutte queste forzature», dice un senatore esperto all'Espresso, «Renzi le fa perché evidentemente è riuscito a ottenere i numeri che gli servono per andare al voto». Cioè a convincere Ncd a non tirare troppo la corda e a conquistare qualcosa nel sempre ricco gruppo misto. Poi c’è ovviamente l’aiuto di Verdini.

«Ne hanno da offrire», dice all’Espresso, polemica, la senatrice Loredana De Petris che descrive il clima delle ultime ore come un susseguirsi «di promesse e ricatti». È abbastanza semplice, in effetti, notare che esattamente dopo questo passaggio sulle riforme, ad esempio, il Senato riorganizzerà le commissioni, e in ballo ci sono presidenze e vicepresidenze. C’è chi ne vuole una nuova, e chi vorrebbe mantenere le proprie. Ncd, sempre per esempio, ne ha cinque, di presidenze, e sono molte.

Nei ricatti possiamo poi inserire l’episodio del voto su Calderoli - che è uno dei migliori presentatori di emendamenti di tutto il Senato, un presentatore seriale. Proprio Calderoli ha usato i suoi 500mila (dicendosi pronto - così come Sel - a ritirarli tutti tranne dieci) per cercare di riportare il dibattito in commissione. Ma la capigruppo ha deciso: aula e subito.
 
«Zanda l’ha fatta grossa questa mattina», ci dice ancora la senatrice di Sel. Il Pd ha infatti deciso che il Senato avrebbe dovuto finalmente (la giunta ha affrontato il caso a febbraio) decidere della querelle tra Calderoli e l’ex ministro Cecile Kyenge, se Calderoli avesse diffamato o meno la deputata del Pd, e si fosse o meno l’aggravante razziale. Il Pd ha poi però chiesto il rinvio di questa decisione, con quello che è sembrato un modo per tenere Calderoli sulla graticola. Tentativo fallito, e alla fine il Pd ha solo votato contro l’aggravante.

Twitter  @lucasappino

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