sabato 12 settembre 2015

Perché di tanto in tanto Grillo 
parla come un leghista


OPINIONI

Bruno ManfellottoBruno Manfellotto

Questa settimana

Perché di tanto in tanto Grillo 
parla come un leghista

Sulla questione immigrati il leader 5Stelle adotta 
spesso i toni più allarmisti per seminare paura e rancore. Non è istinto, ma una precisa strategia politica

Perché di tanto in tanto Grillo 
parla come un leghista
Ogni tanto, ma con calibrata costanza, Beppe Grillo ci stupisce con effetti speciali. Dimentica le caste, l’ecologia, i manager superpagati, le banche strozzine, l’euro che ci affligge e l’Europa che ci strangola. E si dedica agli immigrati. Alla maniera di Matteo Salvini. Eppure nel programma del Movimento, periodicamente aggiornato con la spunta degli “obiettivi raggiunti”, sull’immigrazione non c’è una riga. Sì, certo, non si fa cenno nemmeno all’evasione fiscale, ma di questa Beppe continua a non parlare, mentre sull’altra non c’è giorno che non dica la sua. Sempre più duro e respingente. Perché?

La battaglia viene da lontano. Poco più di un mese fa (28 luglio), Grillo ha rispolverato uno slogan - “Un clandestino è per sempre” - che aveva lanciato già nel maggio 2011. Ed è addirittura del 2007, svelato da Daniele Sensi su l’Espresso.it, il memorabile tour-show in cui spiega ai carabinieri come «picchiare i marocchini rompicoglioni senza farsi beccare: lo prendi, lo carichi in macchina e, senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Ma non in mezzo alla strada, dove con un telefonino ti riprendono e fanno succedere un casino». Satira politica?

E se oggi si schiera con Viktor Orbán o bolla i suoi che invocano una linea più morbida sull’immigrazione (11 agosto), non deve stupire: da due anni, in coincidenza con la nuova ondata di migranti in fuga da guerre e miseria, la sequela di interventi è divenuta frenetica. La svolta, che fa il paio con la censura di quest’estate, porta la data del 10 ottobre 2013 quando la premiata ditta Grillo & Casaleggio, con un blitz al Senato, aveva bollato la proposta di un gruppo di senatori 5Stelle di abolire il reato di immigrazione clandestina.

Da allora è un crescendo. In cui Grillo abilmente mescola allarmismi e buonsenso, proposte e invettive, qualunquismo e realismo. Non vuole indulgere al becerismo, ma agita fantasmi per fare breccia. Per esempio: gli viene il «vomito a vedere gente che piange sulle bare, ma se scappano dalla Libia è anche colpa nostra» (25 ottobre 2013); se la prende con «il pietismo peloso verso gli immigrati clandestini che muoiono annegati, ma noi siamo allo stesso tempo carnefici e salvatori” (27 luglio 2014); boccia «il programma Frontex plus: costringerebbe l’Italia a ospitare un maggior numero di immigrati», meglio mandarli via con «voli low cost da Lampedusa, e ciascuno scelga la destinazione che vuole» (3 settembre 2014).

Non basta. Scrive al sindaco di Roma Ignazio Marino per denunciare, a lui medico, «il rischio infezione dovuto a immigrati possibili portatori di tbc, hiv, e altre temibili malattie infettive» (3 settembre 2014). Due settimane dopo lancia l’hashtag #tbcnograzie con queste parole: «Vogliamo reimportare la tbc? Reimportiamola» (20 settembre 2014). E via via i toni si fanno sempre più alti: «Un milione di persone potrebbe entrare in Italia nei prossimi mesi grazie a un governo imbelle, e poi? Non si tratterà più di immigrazione, ma di stato di guerra»; «Un tam tam si sta estendendo in tutta l’Africa: in Italia si può entrare e poi scomparire nel nulla» (22 aprile 2015).

Insomma Grillo, a costo di una spaccatura nel suo stesso movimento, semina paure mascherandole di apparente realismo. Una spiegazione forse c’è. L’Europa è attraversata da un’ondata di populismi che toccano sensibilità diffuse, si rafforzano sotto il peso della crisi, pescano in bacini elettorali differenti. Ciascuno a modo suo, tutti propongono sistemi chiusi, muri, frontiere; ma se alcuni paventano i mali dell’economia, si indignano per i pochi privilegiati e i troppi esclusi e processano l’Europa e la sua moneta (Podemos, Syriza), altri individuano invece nell’immigrazione, con il suo impatto sul welfare, il problema numero uno (Salvini, Le Pen).

Grillo e i suoi certamente affondano le radici più nella prima che nella seconda scuola di pensiero ma, come si è visto, sono sempre più numerose le incursioni nell’altro fronte. Perché? Giorni fa, commentando questi fenomeni, Romano Prodi ne ha tratto la convinzione, e la forte preoccupazione, che chi riuscisse a fondere le due forme di populismo avrebbe la chance perfino di imporsi su forze politiche sempre più stanche, titubanti, imbelli. Beppe deve pensarla più o meno allo stesso modo…

Twitter @bmanfellotto

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