venerdì 18 settembre 2015

'Pulite i soldi della coca seguendo il contratto' Un documento svela i passaggi del riciclaggio

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ESCLUSIVO

'Pulite i soldi della coca seguendo il contratto' Un documento svela i passaggi del riciclaggio

Un'inchiesta ha svelato le attività di un trafficante calabrese insediato a Roma. Così ricco da pesare il denaro. E affidarlo a una rete di finanzieri insospettabili tra Toscana e Svizzera. Con persino un documento manoscritto per il riciclaggio dei quattrini della droga

DI LIRIO ABBATE
'Pulite i soldi della coca seguendo il contratto' Un documento svela i passaggi del riciclaggio
Quanti chili di euro abbiamo oggi? Una soluzione pratica: non aveva il tempo di contare materialmente la grande quantità di banconote accumulate e insaccate dentro grandi borsoni da viaggio, e per questo motivo li pesava. E quindi pesava i soldi. Metteva sulla bilancia milioni di euro ricavati dal traffico internazionale di cocaina, importata a quintali dal Sud America e poi rivenduta sulla piazza romana e in altre zone del Lazio. Cosimo Damiano Tassone, 46 anni, è ritenuto uno dei più importanti grossisti della polvere bianca. Originario della provincia di Catanzaro, da tempo si è trasferito a Ostia. E lì, parlando con alcuni trafficanti spagnoli, vantava la sua posizione dominante sul mercato italiano: le sue forniture rappresentavano «il 75 per cento del totale».

Parole registrate dalle microspie della Guardia di Finanza e determinanti per l’arresto, chiesto e ottenuto a giugno dalla procura di Roma. «In Italia solo altre due o tre persone possono vantare la stessa disponibilità economica sua e del gruppo, in grado di acquistare stupefacente prima ancora del trasporto, senza dovere attendere di rivenderla per avere la disponibilità del denaro per pagare la merce acquistata», scrive il gip Costantino De Robbio che ne ha ordinato la custodia cautelare.

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Un narcos romano-calabrese ricco e potente, che - stando alla ricostruzione degli investigatori - faceva paura non solo ai suoi affiliati ma anche a chi lo favoriva a riciclare denaro. Forse per questo i suoi emissari incaricati di ripulire i guadagni del megatraffico avevano sottoscritto un documento senza precedenti, finora mai scoperto in anni di indagini: un contratto di riciclaggio.

Il timore per il boss o la mancanza di fiducia verso i mediatori italiani e svizzeri, li hanno spinti a realizzare questo inedito accordo scritto. Un foglio, compilato a mano su tutti e due i lati, in cui è indicata la percentuale di cambio da euro a dollaro, le banche in cui avviene il “lavaggio” e le località all’estero, indirizzo compreso, dove è prevista la consegna a fine “trattamento” dei dollari “puliti”. Tutti questi dati sono sottoscritti con nome e cognome della persona coinvolta e accanto la sua firma.

Quando i finanzieri di Ostia pochi giorni fa, durante una perquisizione, hanno trovato a casa di uno degli indagati del clan di Tassone questo contratto hanno fatto un balzo. Sono rimasti sorpresi di scoprire un documento di questa portata, in cui si ammette il riciclaggio e per di più viene anche firmato. È come se avessero firmato la loro condanna in Italia. Adesso c’è la prova che va oltre, coinvolgendo gli spalloni e i mediatori finanziari che si prestano a queste attività illegali.

Gli investigatori, coordinati dal pm dell’antimafia Ilaria Calò, e dall’aggiunto Michele Prestipino, avevano di fatto già monitorato tutte le fasi del riciclaggio del gruppo romano. Ma questo documento dimostra il flusso continuo di denaro sporco trasferito all’estero. Le intercettazioni svelano il comportamento criminale di Tassone. Con lui non si scherza.

Quando sospetta che alcuni mediatori, come l’italo-svizzeroGaio Castagnozzi, ex operatore finanziario, non gli avrebbero consegnato parte di una somma che aveva investito, la voce di Tassone si fa grossa. La reazione del calabrese è violenta, e per far comprendere con chi stavano lavorando spiega ad un suo complice: «Digli che se non mi portano altri 622 mila dollari, il primo che gli strappo la testa è lui (Castagnozzi ndr)». Al suo uomo fidato Tassone ricorda di riferire agli svizzeri che: «Noi non siamo imprenditori, e se pensa di farla franca ha sbagliato persone».

Il calabrese vuole far comprendere che lui non è solo un uomo d’affari, con cui si può discutere o trattare: sa come far rispettare i patti. Usa lo stesso tono con un affarista toscano, coinvolto anche lui nell’inchiesta: Mario Alessandro Carlesi, di Prato, che con i figli ha messo su un’organizzazione internazionale per esportare il denaro del narcos, attraverso la Svizzera e il Brasile. Tassone vuole fargli capire che con lui non si può sbagliare e nessuno si deve permettere di truffarlo.

Così gli racconta una storia: «Una volta una persona si è presa la responsabilità di garantire su una grossa somma di denaro che gli avevo affidato per portarla all’estero. Eravamo in Spagna e avevo investito 7-8 milioni: è arrivato un ragazzetto e mi dice che ci pensava lui ai soldi. Lui era con una ragazza e quando questa è arrivata i soldi sono spariti con la donna. Ho iniziato a cercarla fino a quando sono arrivato alla sua famiglia, ai suoi figli, che ho preso e li ho portati via. Dopo due ore, ma due ore precise, boom! È arrivata la donna con tutti i soldi».

Intercettando gli uomini d’oro del riciclaggio, nell’indagine sono emerse pure le mafie tradizionali, Cosa nostra e ’ndrangheta, che si servivano dei complici finanziari di Tassone per ripulire montagne di soldi. È lo stesso Mario Alessandro Carlesi, che traghetta il denaro in Svizzera, a spiegare che i suoi partner elvetici non possono pensare di liberarsi «dei calabresi», perché erano tutti legati da un rapporto d’affari, come pure «con i siciliani», facendo intendere che sono uomini legati a Cosa nostra. E quindi se le cose non fossero andate per il verso giusto sarebbe finita molto male.

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L’inizio dell’accordo che ha portato, secondo gli inquirenti, ad avviare il riciclaggio, viene documentato dai finanzieri durante un incontro tra Tassone e Carlesi nell’autunno del 2013. La loro conversazione viene registrata dalle microspie. Il calabrese spiega al toscano che il suo compito deve consistere nel ricevere una somma di denaro da persone di sua fiducia e portarli a Pomezia, alle porte della Capitale, dove si trova una sede distaccata dell’ambasciata del Congo. Da qui attraverso alcuni diplomatici, con cui Carlesi sembra essere in buoni rapporti, era possibile operare transazioni internazionali. Quando i soldi arrivavano all’estero, Carlesi doveva occuparsi di aprire un conto corrente anche simbolico per avere la possibilità di ottenere una cassetta di sicurezza in cui depositare il denaro: quattrini che successivamente altri emissari avrebbero prelevato.

La famiglia di Prato sembra essere molto ben rodata su questi argomenti, tanto che Massimiliano Carlesi, figlio di Mario Alessandro, racconta ad un uomo dall’accento calabrese - che gli investigatori non identificano - il modo con cui esportano capitali all’estero: «Queste cose si fanno in due o tre modi, il trasporto fisico può essere fatto quando c’è gente con passaporto diplomatico, quindi consoli, viceconsoli, ambasciatori, perché loro agli aeroporti non li controllano e vanno direttamente». Carlesi spiega che ultimamente è diventato rischioso operare con i diplomatici «perché anche loro cominciano ad avere gli occhi addosso» e poi aggiunge altri particolari: «Anni fa lo facevano anche i piloti perché non li controllavano».

I pm di Roma sono riusciti a seguire passo passo tutte le fasi del riciclaggio: una filiera completa. Dalla raccolta delle banconote ricavate dalla vendita di quintali di cocaina fino al passaggio degli spalloni, sfruttando gli uffici dell’ambasciata del Congo, per poi arrivare in Svizzera e da qui in Brasile. Da una conversazione fra Mario Alessandro Carlesi e l’ex promotore finanziario Gaio Castagnozzi, si scopre che Tassone gli ha consegnato un milione e 400 mila euro, poi portati a mano da Roma a Lugano.

In Svizzera, attraverso la casa di cambio Viva Transfer, di cui è responsabile il bellinzonese Raffaele Tognacca, che non è indagato, il denaro è stato convertito in dollari. Tognacca, ex amministratore delegato di una società del colosso Erg che si occupava di energie rinnovabili, vive a Lugano, ma da anni è operativo in Italia come manager di alto livello. Nel 2011 è stato candidato per il Plr, i liberali radicali, alle elezioni per il Consiglio di Stato del Canton Ticino: nelle interviste elettorali si vantava di appartenere a «una famiglia patrizia di Bellinzona». Ma si è ritirato quando è emerso il suo coinvolgimento in un un’inchiesta dei pm di Milano per una truffa da 12 milioni di euro sulle vendite di gas. In Ticino è amministratore unico e gerente di diverse società.

Ora i magistrati di Roma hanno chiesto alle autorità elvetiche assistenza giudiziaria, avviando diverse rogatorie. Perché attraverso la compagna di Tognacca, la brasiliana Kika Fernandes, responsabile della Viva Holding SA di Lugano, i soldi dei narcos sono stati più volti bonificati tramite una banca brasiliana online fino al Banco do Brasil. Il denaro, una volta giunto a San Paolo del Brasile sarebbe stato trasportato fisicamente in una cittadina, Goiana, da una società di security per poi essere consegnato a Tassone. Cash pronto per pagare nuove spedizioni di cocaina.

Di fronte alle prove raccolte dagli inquirenti, ora alcuni degli indagati hanno cominciato ad ammettere le proprie responsabilità, tanto che i magistrati vogliono chiedere il giudizio immediato. Mentre le indagini sui canali internazionali del riciclaggio potrebbero riservare altre sorprese.

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