giovedì 10 settembre 2015

Riforme, Renzi prende tempo e cerca voti

da il manifesto
POLITICA

Riforme, Renzi prende tempo e cerca voti

Muro contro muro nel Pd. Slitta a ottobre la discussione nell'aula di Palazzo Madama. Oggi primo vertice dei capigruppo. Prove di timida mediazione sulle competenze del senato, non sulla sua elezione (art. 2). E anche nell’Ncd cresce la fronda

 
Finocchiaro e Boschi 

Niente riforme nell’aula del senato per set­tem­bre. La con­fe­renza dei capi­gruppo ha fis­sato ieri un calen­da­rio che non pre­vede riforme isti­tu­zio­nali di sorta. E’ l’ovvia con­se­guenza della stra­te­gia adot­tata da Renzi: pren­dere tempo. Uffi­cial­mente per cer­care un accordo con la mino­ranza Pd, in realtà soprat­tutto per lavo­rare ai fian­chi la pat­tu­glia dis­si­dente e allo stesso tempo per acqui­stare voti ovun­que siano in offerta.
Il primo pas­sag­gio della trat­ta­tiva interna al Pd sarà un ver­tice fis­sato per que­sta mat­tina a palazzo Madama con i capi­gruppo Zanda e Rosato, la pre­si­dente della com­mis­sione Affari costi­tu­zio­nali al Senato Finoc­chiaro, il capo­gruppo della stessa com­mis­sione a Mon­te­ci­to­rio Fiano e l’omologa dell’altra camera Lo Moro, unica rap­pre­sen­tante della mino­ranza. Sul tavolo l’art.1, quello che tratta delle com­pe­tenze del futuro Senato. La ten­sione resterà dun­que bassa, dal momento che sulla neces­sità di resti­tuire a palazzo Madama le fun­zioni pre­vi­ste dal ddl Boschi in ori­gine e poi fal­ci­diate dai depu­tati sono tutti d’accordo.
Il pomo della discor­dia resta l’articolo 2, quello sulle moda­lità di ele­zione o nomina dei sena­tori, e lì il qua­dro regi­stra un immu­tato muro con­tro muro. Renzi non ha nes­su­nis­sima inten­zione di toc­care quell’articolo. Per la mino­ranza la que­stione è diri­mente. «Un’apertura vera ancora non c’è e tocca a Renzi farla», gela gli otti­mi­sti l’ex capo dei depu­tati Spe­ranza, ren­ziano. «Par­lare d’intesa senza toc­care l’art. 2 non è serio», duetta dai ban­chi del Senato Vanino Chiti. Nes­suna delle due parti cam­bierà idea. Di inco­gnita ce n’è una sola: quanti voti riu­scirà a recu­pe­rare, den­tro e fuori il Pd, Mat­teo Renzi.
Imman­ca­bile e sem­pre uguale, l’ora del pal­lot­to­liere è dun­que arri­vata. Gli stra­te­ghi di palazzo Chigi danno per persi solo 8 voti su 28 dis­si­denti con­cla­mati nel gruppo Pd. Tutti gli altri ven­gono con­si­de­rati «recu­pe­ra­bili», però, ammet­tono anche i più rosei, non in egual misura.
In con­creto, una quin­di­cina almeno di voti dovreb­bero man­care all’appello. Nell’Ncd il males­sere cre­sce di giorno in giorno: non a caso mar­tedì scorso, nella riu­nione della com­mis­sione, uno degli inter­venti più duri è arri­vato pro­prio dall’alfaniano Augello. Gli esi­tanti sono anche qui 15, ma i conti della dro­ghe­ria palazzo Chigi, pro­ba­bil­mente appros­si­mati per difetto, ne danno per persi non più di quattro.
Sul fronte della pesca nel bacino dell’opposizione, il risul­tato è per ora l’acquisizione dell’Idv, par­tito appro­dato a sponde oppo­ste da quelle vagheg­giate a suo tempo da Tonino il fon­da­tore. In con­fe­renza stampa è stato ieri garan­tito un appog­gio alle riforme che, a palazzo Madama, vale due voti sin qui d’opposizione, quelli degli ex gril­lini pas­sati al Misto Ben­cini e Romani. È pos­si­bile che altri se ne aggiun­gano ma al momento il rap­porto di forza rende proi­bi­tivo uno scon­tro a base di cen­ti­naia di emen­da­menti sull’articolo 2.
Renzi con­fida in Grasso per risol­vere alla radice il pro­blema con una bella deci­sione sull’inemendabilità del mede­simo arti­co­letto. Se così non sarà, il pre­mier è ogni giorno di più ten­tato dal ricorso al voto di fidu­cia. Sarebbe molto più che una sem­plice for­za­tura: la sola idea di varare una riforma costi­tu­zio­nale col voto di fidu­cia, sia pur solo su un arti­colo, è let­te­ral­mente inau­dita. «Sarebbe dav­vero troppo, e la nostra rea­zione sarebbe ade­guata a un passo che ci augu­riamo nes­suno abbia dav­vero inten­zione di muo­vere», mette le mani avanti la pre­si­dente del Gruppo Misto e sena­trice di Sel Lore­dana De Petris.
Uno scon­tro par­la­men­tare duris­simo, ove dav­vero si arri­vasse alla fidu­cia su una riforma della Carta, è più che prevedibile.
Ma il niet più temuto da Renzi, quello del Colle, pro­ba­bil­mente non arri­verà. Ser­gio Mat­ta­rella, sia pure con i pro­pri metodi, molto più mor­bidi di quelli tipici del pre­de­ces­sore, sarebbe deter­mi­nato a fare il pos­si­bile per imp­dire lo scio­gli­mento delle camere anche in caso di boc­cia­tura secca dell’articolo 2 e di dimis­sioni del governo. Ma sulla tro­vata di varare una parte sostan­ziale della riscrit­tura della Costi­tu­zione col ricatto del voto di fidu­cia il Colle non inten­de­rebbe invece muo­vere un dito. Con la for­mula «è com­pe­tenza del Par­la­mento» se ne lave­rebbe le mani.

Nessun commento:

Posta un commento