giovedì 10 settembre 2015

Se vedete altre strade, fatemele sapere

Se vedete altre strade, fatemele sapere

C’è un filo rosso che forse bisogna vedere, in questo casino che è l’Europa del 2015. Un filo che va dall’Ungheria di Orban alle profezie di Houellebecq. E attraversa anche l’Italia di oggi: la sua pancia, la sua politica.
Prendete Orban, appunto. Che va personalmente a controllare i lavori al confine, a verificare che il filo spinato sia bello alto. Che ha fatto passare unaCostituzione piena di riferimenti al sacro cristiano, al nazionalismo magiaro, addirittura alla corona di Santo Stefano, stabilendo poi che il matrimonio è solo «unione di vita tra uomo e donna» e «la vita del feto è protetta dal concepimento». Nella carta fondante c’è anche il divieto degli Ogm. E lo stesso Orban, nel suo governare, si è opposto alla Troika, ha nazionalizzato le banche, ha tassato le multinazionali.
Tra tutte queste scelte, che sembrano forse avere poco in comune tra loro, c’è invece una continuità. Una continuità che consiste nel proteggere il popolodalla paura. Dalla paura di mescolarsi, di perdere la propria identità, il proprio passato. Ma anche dalla paura di competere troppo, di finire nello schiacciasassi dell’iperliberismo globale. È come se al suo popolo Orban avesse messo una coperta di lana mentre fuori infuria la tempesta.
Nell’ultimo libro di Houellebecq, la Francia finisce più o meno così. Certo, lì a vincere è l’Islam, ma vince perché svolge la stessa opera di tranquillizzazione, rassicurazione, conforto. Il leader islamico che arriva all’Eliseo mette la museruola alla voracità della globalizzazione, alla spietatezza dell’agonismo sociale, all’eccesso di disparità economiche. I francesi si adeguano con piacere, collaborando con il nuovo regime. Che toglie un po’ di libertà, certo, ma incrementa le sicurezze.
In Europa veniamo da trent’anni in cui ha stravinto il mantra secondo cui la società neppure esiste, esistono solo gli individui. E ogni individuo è così rimasto solo di fronte ai giganteschi e rapidissimi cambiamenti economici in corso: solo di fronte al precariato, all’insicurezza quotidiana, all’ipercompetizione. Spesso solo anche in senso affettivo: il tasso di matrimoni crolla e comunque la famiglia è sempre più liquida, provvisoria. Anche la religione – certezza antica a cui si è aggrappata per millenni ogni paura, ogni disperazione – è al tramonto. Non parliamo degli altri corpi intermedi: i partiti, i sindacati. Più che liquidi, proprio liquidati.
Di qui la reazione. Inevitabile. Che assume declinazioni diverse tra loro, ma ha la stessa causa: cioè la globalizzazione nella forma in cui è avvenuta. Velocissima, devastante, vincista. E sì, anche liberista. E sì, ancora, è la stessa globalizzazione che sta provocando spostamenti di massa di persone per ragioni economiche.
Quindi nella reazione c’è di tutto. Gli obiettivi dell’avversione si assommano e si mescolano: dalla Troika ai migranti, dalla robotica agli Ogm, dalle banche ai matrimoni gay. C’è dentro tutto quello che si pensa abbia frantumato per sempre le certezze del passato. Che poi alcune di queste cause siano in realtà a loro volta effetti, è questione troppo sottile per chi ha paura e nostalgia. Tanto più se queste paure e nostalgie a loro volta si mescolano con un peggioramento della propria condizione sociale: il ceto medio impoverito, insomma. Bel cocktail, mamma mia.
Ecco che allora, mentre questa tempesta infuria, si cerca appunto una coperta calda. Si chiami Orban o Salvini. Ma non avviene solo a destra. Anche Corbyn, in Gran Bretagna, basa molto del suo crescente consenso sulla nostalgia per la socialdemocrazia. Nella vittoria elettorale di Syriza, un anno fa, c’era un Paese passato in un attimo dalla preminenza rurale a quella finanziaria, con catastrofe annessa. E quanti ne conosco, nella sinistra italiana, che tradiscono nostalgia per un periodo in cui il conflitto di classe era lineare e la possibile risposta dello Stato altrettanto semplice. Per un periodo in cui la storia andava piano.
Di fronte a tutto questo, siamo nella fase della rabbia e della recriminazione: per un processo economico-sociale che è stato devastante per velocità e voracità.
Ma oltre le recriminazioni, credo che si possa partire solo da due consapevolezze.
La prima è che dal gigantesco cambiamento strutturale avvenuto e ancora in corso non è che si possa tornare indietro costruendo fili spinati, facendo le sentinelle in piedi o arroccandosi nelle convinzioni ideologiche del Novecento.
La seconda però è che il processo finora è stato pessimamente gestito ed è sempre rimasto nelle mani di pochi: i quali, nella loro imprudente bulimia, si sono largamente fottuti delle conseguenze di quanto stava avvenendo nella carne e nel cuore delle persone.
L’obiettivo, forse, non è quindi mettere una coperta ai popoli per proteggerli dal cambiamento, ma sottrarre la gestione del cambiamento a quei pochi – e bulimici, e sciagurati.
Non è che sia una sfida difficile: è immane, gigantesca, ciclopica.
Ma se vedete altre strade possibili, in questo casino, fatemele sapere.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

Nessun commento:

Posta un commento