sabato 31 ottobre 2015

Magna Capitale

Magna Capitale (Marco Travaglio)

collusi
Se il compito dei giornalisti, come ritengono molti colleghi e qualche lettore-tifoso, fosse quello di trascrivere le verità ufficiali, oggi diremmo che il “caso Marino”è giunto finalmente al suo giusto epilogo: un sindaco tutto sommato onesto, ma incapace e pasticcione, travolto da uno scandalo non gravissimo ma comunque imbarazzante, va a casa per aver perduto la fiducia del partito, della giunta, della maggioranza e di parte degli elettori, rimpiazzato da un commissario prefettizio che governerà Roma con la massima correttezza ed efficienza in attesa delle elezioni. Ma il nostro compito è guardare dietro le verità ufficiali,vedi mai che nascondano altro.  
1) Al Pd, cioè a Renzi che ne è il padrone, degli scontrini e delle eventuali bugie di Marino non è mai fregato nulla, né prima né dopo la sua iscrizione sul registro degli indagati (un atto segreto, curiosamente filtrato proprio l’altroieri, mentre il Pd cercava un appiglio per convincere i propri consiglieri renitenti all’ordine di dimettersi). Altrimenti nel 2014 non si sarebbe portato al governo quattro indagati per le note spese regionali e non avrebbe ammesso la candidatura in Campania di De Luca, addirittura condannato in primo grado per abuso d’ufficio e incompatibile con qualunque incarico per la Severino. Inoltre il premier si affretterebbe a far pubblicare dal fedele Nardella i rendiconti delle sue note spese da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze, come chiedono Sel e M5S con istanze d’accesso agli atti regolarmente respinte.   2) Il diktat di Orfini, cioè di Renzi, ai 19 consiglieri comunali del Pd perché si dimettessero subito, impedendo il confronto nella sede naturale e democratica del Consiglio comunale e giungendo a ignobili trattative sottobanco con Alemanno e i suoi simili per raggiungere la fatidica quota 25, è un atto talmente violento e intimidatorio da non ammettere altre spiegazioni se non questa:l’imbarazzo di un partito che caccia a pedate il proprio sindaco eletto direttamente dal popolo e non ha neppure il coraggio di dirgli in faccia il motivo preciso: non per la sua incapacità (nulla è cambiato rispetto a due mesi fa, quando Orfini e tutto il Pd lo difendevano, dando dei mafiosi a chi lo criticava), ma perché i poteri che da sempre governano Roma sottobanco vogliono rimetterci le grinfie, specie ora che arrivano i 500 milioni del Giubileo. Già: avevano detto e ripetuto che non c’era una lira e questo Giubileo si sarebbe svolto senza oneri per lo Stato.
Poi, giusto 12 ore dopo le dimissioni di Marino, Renzi annunciò l’arrivo di mezzo miliardo di euro per Roma. Che strano, vero?   3) Il passaggio democratico in Consiglio comunale avrebbe consentito un’operazione verità su quello che non è il “caso Marino”, ma il “caso Pd & centrodestra”, dove nessuno è innocente tranne chi non ha mai governato. Anche in questi ultimi due anni e mezzo, Marino non ha mica governato da solo. Se Roma è passata dal malgoverno del centrosinistra e poi di Alemanno (i protagonisti di Mafia Capitale) al non-governo di Marino, non è soltanto colpa sua. Nella sua giunta sedevano uomini di tutte le correnti del Pd e Sel, compresi ultimamente gli orfiniani, cioè renziani, Causi ed Esposito. Il Pd ha votato tutte le scelte di Marino fino all’altroieri. E se non è stato spazzato via da Mafia Capitale è proprio perché Marino – stavolta da solo – non c’entrava. Ora sarebbe interessante conoscere la relazione della Commissione d’accesso prefettizia su Mafia Capitale consegnata a Gabrielli e Alfano e subito segretata, con i motivi per cui il Comune andava sciolto per mafia e i nomi dei 101 dirigenti e funzionari coinvolti che nessuno ha allontanato: li avrà messi lì Marino o le giunte precedenti? Sarebbe seccante se, via Marino, quei 101 restassero. Che aspetta il governo a divulgare il documento, e soprattutto a rimuovere le vere mele marce dal Campidoglio? E, già che ci siamo, a cacciare i sottosegretari indagati De Filippo, Vicari e Castiglione? Come diceva Longanesi, “meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità”.   4)In questo giochino ipocrita dell’“io non c’ero e, se c’ero, dormivo” spicca la Curia romana, che ha ripreso a impicciarsi come ai bei tempi del Papa Re. Non tanto per la smentita del Papa sull’invito a Marino a Philadelphia, che appartiene alla spontaneità del personaggio.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 31/10/2015.

Sabella: “Mafia Capitale, nascosta la lista dei 101”

Sabella: “Mafia Capitale, nascosta la lista dei 101” (GIAMPIERO CALAPÀ)

L’ex assessore alla Legalità: “Da luglio chiedo la relazione sui dirigenti. Invano”.

È tra questi 101 che c’è “il milieu di amministratori e funzionari pubblici – come riportato nella relazione della commissione d’accesso – che sono stati funzionali ai disegni di infiltrazioni di Mafia Capitale”.Sono ancora tutti o quasi ai loro posti nell’ amministrazione capitolina, mentre il sindaco “accoltellato” Ignazio Marino si alza e se ne va dal Campidoglio. I nomi della carica dei 101 sono elencati tutti, per filo e per segno, nella relazione consegnata dalla commissione d’accesso (prefetto Marilisa Magno,viceprefetto Enza Caporale e dirigente del Ministero dell’Economia Massimiliano Bardani) al prefetto di Roma Franco Gabrielli il 16 giugno 2015, dopo un lavoro di ispezione cominciato a metà dicembre 2014.  
“MI AVREBBE fatto comodo conoscere quei nomi – si sfoga l’ormai ex assessore alla Legalità Alfonso Sabella alle prese con gli ultimi scatoloni in ufficio –, bastava desecretare alcune parti della relazione, l’ho chiesto pubblicamente già a luglio, senza essere ascoltato. La commissione d’accesso era una macchina da guerra che ha lavorato per mesi. Io qui da solo, senza finanzieri a disposizione,a cercare di intuire quali potevano essere i pezzi cangerogeni, li ho ruotati: ma cosa cambia se togli uno da Ostia e lo metti ai Musei Capitolini? Altre cose le ho scoperte da solo”. Le 834 pagine della relazione arrivano sul tavolo del prefetto Gabrielli il 16 giugno 2015. È sempre il 16 giugno, tarda sera, quando il premier Matteo Renzi da Porta a Porta su Rai1 fa sapere che “il governo non commissarierà Roma per mafia”. Senza aspettare il giudizio di Gabrielli sulla relazione, poi presentato al Viminale l’8 luglio. Eppure la commissione Magno scriveva che “il condizionamento mafioso si è realizzato secondo schemi e copioni non intaccati dal cambio di amministrazione”. Per Gabrielli non sarà così: la proposta fatta al ministro Angelino Alfano rileva la discontinuità tra un’amministrazione e l’altra. E qui Sabella si trova d’accordo:“Deve far fede una sentenza della Cassazione già nero su bianco che chiarisce – spiega l’ex magistrato di Palermo – come con Marino ha resistito solo la parte dei corruttori e non quella mafiosa, che noi abbiamo arginato. In Campidoglio la mafia oggi non c’è più. La corruzione? Sì, quella non ci hanno dato modo di debellarla:ho visto la merda ma non ho potuto estirparla”. E si ritorna alla carica dei 101. Ma non basta, perché tra questi c’è una ancor più “sporca dozzina” di dirigenti e funzionari in servizio poi segnalati (anche se non è detto che siano indagati) all’amministrazione capitolina dal Viminale dopo la deliberazione del Consiglio dei ministri che decise, il 27 a- gosto, di commissariare solo un pezzo di Roma,quella Ostia in mano alle mafie e ai balneari del lungo muro.
Articolo intero su il Fatto Quotidiano del 31/10/2105.

Il tempo dei podestà

da il Manifesto
EDITORIALE

Il tempo dei podestà

La rottamazione degli elettori. La gestione dei fondi del Giubileo per allestire il nuovo blocco sociale verso le prossime elezioni

 
Ignazio Marino
Norma Rangeri
La gior­nata dei lun­ghi col­telli è finita nel modo in cui era pre­ve­di­bile che finisse: rot­ta­mando il sin­daco — ormai ex — Marino. Ma al tempo stesso a Roma è stata rot­ta­mata la demo­cra­zia per­ché un’ombra scura, pesante è calata ieri sulla capi­tale. Con un atto poli­tico grave, e per­fino grot­te­sco, è stata col­pita e affon­data l’amministrazione della città che ora sarà gover­nata da una squa­dra di com­mis­sari: del Giu­bi­leo, del Comune, del Pd. Qual­cuno già li chiama i nuovi pode­stà. Con il primo pode­stà d’Italia che abita a palazzo Chigi.
Pos­siamo espri­mere i giu­dizi poli­tici che vogliamo — in parte nega­tivi come abbiamo scritto ieri — su Marino, ma il modo scelto per man­darlo a casa rivela l’escalation diri­gi­stica e cen­tra­li­stica che sta col­pendo il paese fin dalle sue fon­da­menta costituzionali.
Come dician­nove pic­coli indiani, i con­si­glieri del Pd romano, a colpi di firme con notaio al seguito (che pena) e con l’aiutino di Alfio Mar­chini e di altri con­si­glieri rac­cat­tati alla spic­cio­lata evi­tando gli impre­sen­ta­bili di Ale­manno (che disa­stro poli­tico), hanno sciolto il con­si­glio comu­nale. Così un par­tito che a Roma conta qual­che migliaio di iscritti ha man­dato a casa un sin­daco eletto da più di sei­cen­to­mila cit­ta­dini. E senza nep­pure l’ombra di una discus­sione pub­blica nell’aula solenne del Campidoglio.
È un ine­dito nella nostra pur mal­con­cia repub­blica: non solo un esem­pio per­fetto di azze­ra­mento della demo­cra­zia per via buro­cra­tica, ma di schi­zo­fre­nia poli­tica con un par­tito che fa fuori il suo can­di­dato per una sto­ria di scon­trini (sui quali farà chia­rezza l’indagine della magi­stra­tura). Altro che ripor­tare la crisi romana den­tro l’aula Giu­lio Cesare.
Le firme dal notaio chiu­dono l’esperienza della sin­da­ca­tura di Igna­zio Marino come era per­sino dif­fi­cile imma­gi­nare, e aprono la fase della grande abbuf­fata giu­bi­lare sotto il con­trollo del capo del governo, per inter­po­sto com­mis­sa­rio. Natu­ral­mente con la super­vi­sione dello stato Vati­cano. Non a caso, oltre all’avviso di garan­zia della pro­cura romana, la gior­nata ha rega­lato al sin­daco il ben­ser­vito del capo dei vescovi. Il car­di­nale Bagna­sco ci informa di essere molto pre­oc­cu­pato per le sorti della capi­tale, dice che «Roma ha biso­gno di un’amministrazione, della guida che merita spe­cial­mente in vista del Giu­bi­leo»: Bagna­sco può stare tran­quillo, il governo del com­mis­sa­rio sarà di suo gra­di­mento, lo stato ita­liano farà un ottimo lavoro al ser­vi­zio e all’ombra del cupo­lone, nes­sun «diritto inci­vile» tur­berà la pro­ces­sione giubilare.
Siamo certi che Renzi sarà sod­di­sfatto per l’esito della vicenda visto che può mano­vrare le bri­glie come più gli con­viene con l’aiuto dei poteri che lo sosten­gono. Come segre­ta­rio del Pd puri­fica il par­tito fino a togliere di mezzo i sin­daci che non gli sono mai pia­ciuti o che non gli piac­ciono più. Come pre­si­dente del con­si­glio li sosti­tui­sce con nuovi dream-team pre­fet­tizi da gestire con il mini­stero degli interni. I par­la­men­tari dis­si­denti li ha già epu­rati (è arri­vato a sosti­tuirne dieci tutti in una volta da una com­mis­sione par­la­men­tare), ora con le pros­sime ele­zioni ammi­ni­stra­tive tocca ai primi cit­ta­dini. Dopo aver rico­struito un blocco sociale con i soldi del Giu­bi­leo per tirare a lucido la città, sarà uno scherzo chia­mare al Cam­pi­do­glio un can­di­dato che nem­meno avrà biso­gno del mar­chio ammac­cato del Pd.
Ma è pro­prio nel suo par­tito che la vicenda romana rischia di tra­sfor­marsi in un boo­me­rang, per­ché essere riu­sciti a azze­rare Marino met­tendo da parte i suoi prin­cipi (si chiama pur sem­pre par­tito demo­cra­tico), come il rispetto delle ele­men­tari regole per l’appunto demo­cra­ti­che, è una vit­to­ria di oggi che può con­tri­buire domani ad affos­sare la sua sto­ria, la sua pur sbia­dita identità.
Di fronte a quanto sta avve­nendo, stu­pi­sce, con qual­che ecce­zione che con­ferma la regola, il silenzio/assenso della cosid­detta mino­ranza del Pd. Forse per­ché il virus dell’autodistruzione del par­tito l’ha con­ta­giata. O forse per­ché spera di poter trarre qual­che minimo van­tag­gio futuro. Come se Renzi e mino­ranza non si ren­des­sero conto dell’emorragia di con­sensi che ha già col­pito il Pd (come è acca­duto nelle ultime ele­zioni regio­nali). Per tutto que­sto la pros­sima cam­pa­gna elet­to­rale a Roma carica di respon­sa­bi­lità chi pensa di costruire un fronte demo­cra­tico e di sini­stra largo e con­vin­cente per quei romani che non vogliono rinun­ciare all’esercizio del voto.

GOLPE ROMANO

da il manifesto

I 26 lunghi coltelli dei Consiglieri del Pd e del centrodestra colpiscono e affondano Marino. Ma non E L'aula Giulio Cesare un testimoniare il siluramento del primo cittadino. Che accusa Renzi. La crisi del Comune si CHIUDE Senza una pubblica Discussione. E 'la rottamazione della democrazia. Nominato il commissario. Campane a festa in Vaticano

POLITICA 
La testa del marziano col patto del Tritone 

 
L'ex sindaco di Roma, Ignazio Marino
Comune sciolto con le dimissioni di 26 Consiglieri, grazie all'accordo stipulato al Nazareno con l'imprenditore Alfio Marchini. L'addio di Ignazio Marino Davanti Ai Media di mezzo mondo col Discorso Che avrebbe voluto Tenere in Consiglio Comunale
- Eleonora Martini 
«Ho chie­sto osti­na­ta­mente di poter inter­ve­nire in Assem­blea capi­to­lina, mi è stato vie­tato. Chiedo ancora per­ché». Quando alle 18:30 Igna­zio Marino si pre­senta davanti ai media di mezzo mondo riu­niti per ascol­tare le parole che non ha potuto pro­nun­ciare in Con­si­glio comu­nale, non è più sin­daco di Roma da 20 minuti.
Al piano supe­riore di Palazzo Sena­to­rio, dopo ore di attesa, è final­mente arri­vato il ven­ti­seie­simo con­si­gliere che ha fir­mato la fine della giunta Marino per­met­tendo così al par­tito ren­ziano di bypas­sare l’Aula Giu­lio Cesare. Per avere la testa del mar­ziano ne occor­re­vanno 25, di firme da pro­to­col­lare, ma quella in sur­plus è la più impor­tante, sugella il patto del Tri­tone: è di Alfio Mar­chini, l’uomo che per­met­terà al Pd di evi­tare il tonfo elet­to­rale della pros­sima pri­ma­vera e a Mat­teo Renzi di far nascere dav­vero il par­tito della nazione.
Marino ha deciso di affron­tare da solo (in sala nep­pure la fede­lis­sima Ales­san­dra Cat­toi), emo­zio­nato e teso, l’incontro con la stampa: «Auspi­cavo che la crisi poli­tica che si era aperta potesse chiu­dersi in Aula con un dibat­tito chiaro e tra­spa­rente. Si è pre­fe­rito andare dal notaio: segno di una poli­tica che discute e decide fuori dalle sedi isti­tu­zio­nali, ridu­cendo gli eletti a meri sog­getti che rati­fi­cano deci­sioni prese altrove. Prendo atto che i con­si­glieri hanno pre­fe­rito sot­to­met­tersi e dimet­tersi pur di evi­tare il con­fronto pubblico».
Recita il discorso che «avrei voluto tenere davanti all’Assemblea». Rin­gra­zia cit­ta­dini, asses­sori e con­si­glieri, elenca tutti i tra­guardi con­se­guiti dalla giunta che fu di cen­tro­si­ni­stra fino a luglio e da quel par­tito che «ha con­di­viso tutte le scelte che ora improv­vi­sa­mente non vanno più bene»: asse­sta­mento del debito lasciato dalla pre­ce­dente ammi­ni­stra­zione di Ale­manno, sman­tel­la­mento di Paren­to­poli, chiu­sura della disca­rica di Mala­grotta, «che forse qual­cuno oggi vuole ria­prire», una «nuova visione stra­te­gica della mobi­lità», «un nuovo assetto socie­ta­rio e indu­striale dell’Atac», il blocco al con­sumo del suolo, la «rige­ne­ra­zione urba­ni­stica dif­fusa sul ter­ri­to­rio», la fine dello «scan­dalo dei residence».
Con­ti­nua a elen­care, Marino, fino a: «Abbiamo anche allar­gato — e io ne sono orgo­glioso — i diritti per tutte e per tutti». È un punto impor­tante e lui lo sot­to­li­nea, per­ché a nes­suno sfugge la pun­tua­lità vati­cana pale­sa­tasi anche ieri. E riceve l’applauso dei con­si­glieri di Sel e della sua lista civica, arri­vati ad ascoltarlo.
L’ex sin­daco spiega che era sua inten­zione por­tare in Assem­blea la noti­zia dell’avviso di garan­zia rice­vuto nell’ambito dell’inchiesta sugli “scon­trini”: «Un atto dovuto da parte della pro­cura, alla quale io credo di aver spie­gato bene le mie ragioni e la mia tra­spa­renza». Ma riu­nire il Con­si­glio era fuori dell’orizzonte renzian-orfiniano: «Quando ho riti­rato le dimis­sioni, ne ho fatto richie­sta alla pre­si­dente d’Aula, Vale­ria Baglio», ma si era pro­spet­tata solo «la pos­si­bi­lità di comu­ni­ca­zioni in Aula, men­tre io averi voluto un vero dibat­tito». «Avrei accet­tato la sfi­du­cia a viso aperto e avrei stretto la mano a cia­scun con­si­gliere, ma avrei anche chie­sto loro di con­ti­nuare a ser­vire le isti­tu­zioni e non a ser­virsi delle istituzioni».
Marino rico­no­sce di aver com­messo errori, «ma l’unico chi­rurgo che non sba­glia è quello che non entra mai in camera ope­ra­to­ria», dice. E poi, l’“impolitico” attacca a testa bassa i prin­ci­pini della poli­tica: «Que­sto par­tito mi ha deluso per il com­por­ta­mento dei suoi diri­genti per­ché ha rinun­ciato alla demo­cra­zia tra­dendo ciò che ha nel suo dna. Come può un par­tito che si defi­ni­sce demo­cra­tico ridursi ad andare dal notaio? Que­sto vuol dire con­ce­pire la poli­tica come qual­cosa che si vende o si compra».
Era stato un notaio, infatti, con­vo­cato ieri pome­rig­gio nella sede dei gruppi con­si­liari di Via del Tri­tone, a pre­pa­rare il testo delle dimis­sioni di gruppo e i docu­menti neces­sari per far fir­mare i 19 con­si­glieri dem e i sei “barel­lieri” pronti a sacri­fi­care il loro man­dato sull’altare dell’accordo poli­tico stretto con Alfio Mar­chini, tra Palazzo Chigi e il Naza­reno. A soc­cor­rere il Pd sono arri­vati due eletti nelle liste di mag­gio­ranza — Sve­tlana Celli della Lista civica Marino e Daniele Par­rucci di Cen­tro demo­cra­tico — e quat­tro con­si­glieri di oppo­si­zione: Roberto Can­tiani del Pdl, Ales­san­dro Ono­rato della Lista Mar­chini, Igna­zio Coz­zoli e Fran­ce­sca Bar­bato dei Con­ser­va­tori rifor­mi­sti. Oltre al “papa stra­niero” ma roma­nis­simo, l’imprenditore senza par­tito che mette d’accordo il cen­tro­de­stra alfa­niano e il Pd ren­ziano. Non un mero con­teg­gio alge­brico, ma una vera ope­ra­zione poli­tica che rin­salda il patto di mag­gio­ranza che sostiene il governo Renzi. Un motivo in più per non per­dere tempo davanti agli eletti dal popolo.
Un pagina nera che feri­sce l’uomo, figlio — volente o nolente — di quel Pd che ora lo ha tra­dito. «Quando ad accol­tel­larti è un fami­liare ti chiedi se è un gesto incon­sulto o pre­me­di­tato. Me lo sto chie­dendo», dice. Rap­porti tur­bo­lenti con Renzi? «Asso­lu­ta­mente no, anche per­ché — risponde sor­ri­dendo — nell’ultimo anno con il segre­ta­rio non ha avuto alcun rap­porto». Poi il sor­riso si spe­gne: «Chi mi ha accol­tel­lato ha 26 nomi e cognomi, e mi pare un unico mandante»

CAMPIDOGLIO 
Un sindaco mai amato. E le campane suonano a festa 
Il capo dei Vescovi Bagnasco e l'Osservatore Romano salutano l'Uscita di scena di un sindaco mai amato. Il presidente della Cei: «La città ha bisogno di guida, tanto Più in this Momento in cui il Giubileo E alle porte» .Giovedì Sarà Presentata a San Giovanni in Laterano la Lettera aperta alla Città di Roma del Consiglio pastorale: le Richieste della diocesi .
- Luca Kocci 


EDITORIALE 
Il tempo dei podestà 
La Gestione dei fondi del Giubileo per allestire il nuovo Blocco sociale verso le Prossime Elezioni
- Norma Rangeri 


POLITICA 
E ora Tutti Dicono «Arfio» 
Alfio Marchini e Il candidato conteso Tra Renzi e Berlusconi, MA tendente a Destra. Il premier punta comunque Sulla candidatura «Moderata». La ministra di Ncd Beatrice Lorenzin e La Seconda Opzione
- Andrea Colombo 


POLITICA 
Sel: «Pd con Marchini? Trasformismo. L'ex sindaco Sarà un interlocutore » 
Alleanza finita, dem Verso il Partito della Nazione. «Trasformano il Campidoglio nel retrobottega della ditta di Renzi». E il Nazareno boccia l'idea di un nuovo centrosinistra in salsa civica
- Daniela Preziosi 


POLITICA 
Esposito, la Carriera spericolata del fustigatore di Moncalieri 
Dalle «sparate» Contro i No Tav all'attacco di ieri a Marino. I legami imbarazzanti del Senatore con un imprenditore imputato nel Processo per presunte infiltrazioni mafiose in Piemonte
- Marco Vittone 


COMMENTI 
Il trionfo dei Comitati d'affari 
Una partitocrazia senza tramezzi, dei Quali un ben GUARDARE Non E RIMASTO Che il peggio: Il potere pressoché assoluto delle oligarchie e dei Cerchi Magici
- Alberto Burgio 


POLITICA 
Magi resta unico in corsa, Pannella non si sbilancia 
L'ex consigliere Ormai comunale di Roma per ora resta il candidato da solista, 'vecchia guardia' perplessa
- Dd 

venerdì 30 ottobre 2015

IL SONDAGGIO Caso Marino: cosa pensano gli italiani della crisi di Roma

da l'Espresso
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IL SONDAGGIO

Caso Marino: cosa pensano gli italiani della crisi di Roma

I romani sono piuttosto critici sull'operato del primo cittadino, ma gli ricononosco per la maggior parte 'estraneità al sistema'. E per loro, come per il resto degli italiani, la resposabilità maggiore del degrado romano è da attribuirsi ai partiti che l'hanno governata. E ovviamente a Mafia Capitale

Caso Marino: cosa pensano gli italiani della crisi di Roma
Ignazio Marino
Nei giorni in cui si decide il futuro dell’Amministrazione Marino, l’Istituto Demopolis ha analizzato la percezione dell’opinione pubblica nazionale su quanto sta accadendo nella Capitale.

“Per il 72% degli italiani – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – le responsabilità dell’attuale crisi di Roma sono dei partiti che hanno governato la Città negli ultimi anni. Secondo i due terzi degli intervistati, a determinare la situazione in cui si trova oggi Roma è stato il radicato sistema corruttivo scoperto dall’inchiesta di “mafia capitale”, che ha coinvolto in pieno ampi segmenti della classe politica locale. Pesa, per quasi un italiano su due, anche l’inefficienza della macchina amministrativa e della burocrazia”.

Al quarto posto, indicata dal 30%, la gestione di Ignazio Marino: il dato sulle responsabilità del Sindaco cresce però di 9 punti percentuali, al 39%, nell’opinione di chi vive nella Capitale.
 
Che cosa ha caratterizzato l’esperienza del sindaco Ignazio Marino al Campidoglio? Il giudizio complessivo dei romani è piuttosto critico:  6 cittadini su 10, intervistati da Demopolis per il programma Otto e Mezzo, gli attribuiscono una ridotta capacità amministrativa che ha inciso sui servizi locali; il 56% una insufficiente conoscenza della città.

Ma la maggioranza assoluta, il 53%, riconosce a Marino intransigenza ed onestà, accompagnate da una chiara estraneità al sistema. A pesare negativamente sull’Amministrazione, nella percezione di oltre un terzo dei romani, sono state anche le ripetute tensioni con il Premier Renzi e con il Partito Democratico. 
 
 
Nota informativa - L’indagine è stata condotta dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, dal 27 al 29 ottobre 2015. Approfondimenti e metodologia su: www.demopolis.it

IL PROCESSO DI ROMA Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori

da l'Espresso
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IL PROCESSO DI ROMA

Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori

Alemanno affidò all'ex capo degli 007 la sicurezza della città. Per una spesa complessiva di oltre 8 milioni di euro. Ma l’ufficiale non si accorse della penetrazione del clan Carminati

DI LIRIO ABBATE

Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori
Gianni Alemanno e Mario Mori
Nell’inchiesta su mafia Capitale tutto si mescola. Il mafioso parla da manager e da burocrate, il funzionario si presta a operazioni di corruzione a prescindere dal colore della politica, l’imprenditore accetta o addirittura cerca la protezione del mafioso, importanti incarichi pubblici di nomina politica vengono affidati a persone indicate direttamente dal capo di mafia Capitale, Massimo Carminati.

A undici mesi dal blitz che portò all’arresto degli uomini del “Cecato”, in tempi record per la giustizia capitolina, il 5 novembre si apre il dibattimento del processo a questa nuova mafia romana. Un’organizzazione che è stata capace di infiltrarsi nell’amministrazione della metropoli con grande facilità, in particolare durante la giunta di Gianni Alemanno.

Le indagini hanno dimostrato che il ricorso a metodi violenti da parte degli uomini di Carminati era sempre possibile e di ciò i loro interlocutori erano pienamente consapevoli: due cardini del reato di associazione mafiosa. Ma il vero collante è costituito dalla convenienza reciproca: la possibilità di entrare nei luoghi decisionali della vita cittadina e il denaro. Denaro in grande quantità, con la possibilità di averne sempre di più, di mantenere i rubinetti sempre aperti.

E fiumi di denaro dal Campidoglio ne sono stati fatti scorrere, anche in nome della “sicurezza”. Alemanno, dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta, ha fatto notare come la sua amministrazione era intenzionata a contrastare la criminalità organizzata sul territorio, tra l’altro istituendo un Dipartimento per la Sicurezza sotto la regia del prefetto-generale Mario Mori.

Infatti nel 2008 venne creato appositamente un nuovo ufficio in Campidoglio e l’allora sindaco Alemanno instaurò con l’ex capo dei servizi segreti un rapporto di collaborazione diretto. Mori, con un passato da investigatore antimafia, da esperto analista delle cosche, nel pieno della stagione di mafia Capitale viene ingaggiato come consigliere del primo cittadino: la sua professionalità doveva essere da supporto «nell’adozione di progetti e misure volte a garantire la massima sicurezza, nonché nella programmazione di specifici interventi riguardanti le attribuzioni del costituendo ufficio comunale». Così si legge nel verbale della delibera di giunta che inseriva Mori nello staff del sindaco. Il riferimento è all’ufficio «extradipartimentale coordinamento delle politiche per la sicurezza», al quale Alemanno aveva attribuito compiti «di programmazione e coordinamento delle iniziative, dei progetti e degli interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza urbana, a difesa e salvaguardia dell’incolumità pubblica e di coordinamento degli interventi di contrasto ai fenomeni di degrado urbano, finalizzati al miglioramento della vivibilità e della coesione sociale».

Il regista dell’ufficio era Mori ma a dirigerlo di fatto, il prefetto indicò nel 2008 il suo ex capo di gabinetto quando era al vertice dei servizio segreti, Mario Redditi, un pilota di caccia, grande esperto di analisi strategica e di sicurezza. Il pilota è stato poi affiancato da un ufficiale dei carabinieri e da un funzionario della polizia. Tutto questo per proteggere l’Urbe anche dall’invasione dei clan. E già in quel periodo Buzzi con le sue cooperative e Carminati con il suo clan erano in azione.

VEDI ANCHE:

L’ufficio extradipartimentale è stato in funzione per tutto il tempo in cui è rimasto in carica Alemanno: i contratti sono stati attivati tra la fine del 2008 e l’inizio del 2013. È lo stesso periodo in cui le indagini coordinate dalla procura di Roma accertano la penetrazione di mafia Capitale in Campidoglio e in particolare nella cerchia di Alemanno.

E Mori insieme ai suoi collaboratori non si è accorto di nulla: il clan di Carminati gli è passato e ripassato sotto i baffi. Eppure questa operazione di “sicurezza” voluta da Alemanno ha avuto un costo da capogiro per le tasche dei romani. La collaborazione di Mario Mori, come consigliere del sindaco, è costata complessivamente al Campidoglio 605 mila euro (dal 24 settembre 2008 al 31 dicembre 2012), mentre i tre dirigenti a tempo determinato dell’ufficio extradipartimentale hanno avuto un costo complessivo di un milione e mezzo di euro.

L’ufficio, dopo l’uscita di scena di Mori e del suo staff, legati al mandato elettorale di Alemanno, ha compilato un rapporto: «Relazione sulle attività svolte 2008-2013». Il documento, di cui “l’Espresso” ha preso visione, non era mai stato reso noto. Raccoglie in diciotto pagine il lavoro svolto dagli uomini del generale-prefetto diviso in dodici punti che riguardano “sicurezza e legalità”. In particolare magnifica l’installazione di centinaia di telecamere in diverse zone della città e la realizzazione di una imponente sala operativa di videosorveglianza. E fa una mappa del rischio urbano. I progetti realizzati hanno avuto un costo di sei milioni e 200 mila euro.

Fra i tanti punti affrontati «l’ufficio ha elaborato un programma di interventi tesi al contrasto di fenomeni di devianza e di degrado che incidono sulla qualità della vita urbana, basato su un programma di monitoraggio del territorio, che prevede la messa in sicurezza delle piazze e vie di Roma, teatro della “movida notturna”».

A questo proposito dall’inchiesta su Carminati e Buzzi emerge come il clan proprio nel 2012 avesse messo gli occhi sul business legato alla «gestione delle attività di vigilanza e sicurezza nel centro storico». Un servizio, si legge negli atti del processo, pensato dal Campidoglio per arginare la movida selvaggia. Un affare per il clan non andato a buon fine e gestito da Angelo Spreafico, istruttore di arti marziali, indicato dagli investigatori come “picchiatore e spacciatore” con un passato nell’estrema destra, che aveva un suo referente nell’amministrazione capitolina: l’allora consigliere comunale Giorgio Ciardi, delegato alla sicurezza del sindaco Alemanno, l’uomo con il quale si interfacciava Mario Mori. Dalle indagini dei carabinieri del Ros emergono le pressioni del clan per strappare la gestione sulla sicurezza nelle strade della movida «nell’ambito dei protocolli d’intesa firmati dal sindaco, dai residenti del centro e dalle associazioni di categoria».

Per il Comune era necessario provvedere alla presenza di «steward e hostess nelle strade, che avrebbero dovuto evitare il formarsi di bivacchi». Per gli investigatori emerge «chiaramente lo scontro che ha portato il Comune ad emanare e ritirare alcune ordinanze come quella sull’antivetro (la vendita di birre in bottiglia, ndr), osteggiata dai commercianti che gestiscono la fornitura di alcolici, tra i diversi interessi economici in gioco».

Il clan aveva messo in atto un vero e proprio pressing sulle istituzioni con telefonate a Ciardi, intercettate dai carabinieri, in cui rassicura Spreafico. In una conversazione il delegato alla sicurezza di Alemanno dice al “picchiatore”: «Stai tranquillo». E l’affiliato al clan chiosa «ok aspettiamo, io quando è... sono pronto con i ragazzi».

Dopo vari contatti con Ciardi la situazione però non si sblocca ma l’uomo di Carminati non demorde e pur di mettere le mani sull’affare contatta Fabio Sabbatani Schiuma, entrato in consiglio comunale dopo le dimissioni di Francesco Storace. Il 23 ottobre 2012 Spreafico contatta Sabbatani Schiuma «con il quale conveniva che l’attività di security della movida doveva essere svolta da personale qualificato». Il consigliere comunale «offriva quindi la sua disponibilità per sferrare un attacco politico mirato sull’argomento».

Oggi il prefetto Mario Mori è sotto processo a Palermo nell’ambito del dibattimento per la trattativa Stato-mafia e poi davanti alla Corte d’appello perché accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. In primo grado è stato assolto ed ha rinunciato alla prescrizione. Adesso il sostituto procuratore generale, Luigi Patronaggio, nella sua requisitoria dice: «So perfettamente che i giudici provano un certo fastidio quando si trovano di fronte imputati eccellenti, ma dobbiamo abituarci al fatto che il rispetto della legge è superiore al rispetto delle stellette. Negli Stati Uniti, spesso si è mandato a giudizio davanti alla Corte marziale eroi di guerra che avevano sì salvato vite umane, ma che non si erano attenuti agli ordini impartiti. Il rispetto delle regole, ribadisco, va al di là della stellette». E Patronaggio conclude: «A prescindere dalle ragioni che hanno spinto gli imputati ad avere le condotte a loro contestate, c’è un motivo per cui questo processo andava portato a termine: il rispetto della Costituzione, il dovere di lealtà che incombe su tutti i pubblici ufficiali. Occorreva fare questo processo d’appello. Ho messo in conto anche l’insuccesso personale e professionale perché la posta in gioco era ed è alta».

A Roma il 5 novembre si alza il sipario sul processo a mafia Capitale con 46 imputati. Carminati assisterà in video collegamento, come pure Buzzi e Riccardo Brugia. La prima udienza si svolgerà nell’aula dedicata a Vittorio Occorsio, il magistrato ucciso dai terroristi neri, e poi sarà trasferito nell’aula bunker di Rebibbia. Sono previste almeno quattro udienze alla settimana. Ma i difensori protestano perché sostengono siano troppe. E le sorprese non mancheranno.

La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo

da l'Espresso
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La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo

Promosso in Lavoro, Giustizia e Immigrazione. 
Bocciato sul Sud, i Diritti civili e le nomine. Rimandato su tasse e lotta all’evasione. Ecco il fact-checking sull'operato del presidente del consiglio

DI MARCO DAMILANO, VITTORIO MALAGUTTI, SUSANNA TURCO E STEFANO VERGINE
La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo
Governo Renzi, venti mesi. Attraversati con la velocità e la leggerezza tipica del premier, tra un tweet e una slide, un tour in cento teatri italiani e l’annuncio del prossimo raduno della stazione Leopolda a Firenze, tradizionale pellegrinaggio dei renziani verso il loro leader, questa volta in versione pre-natalizia, a dicembre. Resta integro il dna originario del renzismo: la spinta, l’energia, la necessità di rimettere in moto il paese, di far correre l’Italia. Un’iniezione di fiducia che ha come motore l’ottimismo di Renzi e come strumento l’inclinazione alla promessa.

Nel 2014 furono gli 80 euro, il Jobs Act e il mercato su eBay delle auto blu (lasciato cadere nel dimenticatoio). Nel 2015 il massiccio piano di riduzione fiscale, a partire dal taglio delle tasse sulla casa, la chiave di volta della legge di Stabilità appena arrivata a Bruxelles e in Parlamento, più tanti altri annunci: uno al giorno, per tutte le classi sociali. Con il rischio della dispersione: «All’inizio del terzo anno di governo», ha scritto Giuseppe de Rita (“Corriere della Sera”, 28 ottobre), Renzi è chiamato a «amplificare il “consenso d’opinione”, magari creando una bolla di durata almeno biennale. È questo l’orientamento politico dell’autunno: centinaia di differenti provvedimenti, tenuti insieme solo dal filo rosso della volontà di coinvolgere quanta più gente possibile». Il collante resta Renzi. Promosso con riserva in economia, bocciato sui diritti. E competitivo sul potere.

GIUDIZIO POSITIVO
LAVORO
RIFORME ISTITUZIONALI
GIUSTIZIA E LOTTA ALLA CORRUZIONE
SCUOLA
IMMIGRAZIONE 


SI PUO' FARE DI PIU'
CRESCITA E EUROPA
FISCO
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
TRASPARENZA DEL POTERE
MEDITERRANEO 


GIUDIZIO NEGATIVO
SPENDING REVIEW
DIRITTI
SUD
RAI E NOMINE 



CRESCITA E EUROPA 
“Nel 2012 abbiamo fatto meno 2,3%, nel 2013 abbiamo fatto meno 1,9%, adesso siamo a più 0,6%. Le riforme funzionano”Tweet, 2 settembre 2015 

Dopo tre anni con il segno meno, nel 2015 il Pil italiano è tornato a crescere e Renzi non ha perso tempo per intestarsi il merito della svolta. A dire il vero, il premier aveva governato anche nel 2014, chiuso con l’economia in frenata dello 0,4 per cento, ma la memoria, in questo caso, fa cilecca, almeno via twitter. Così come lo spazio di un cinguettio in Rete risulta insufficiente per descrivere il contesto internazionale che ha innescato la ripartenza italiana. Euro basso, petrolio ai minimi e il quantitative easing della Banca centrale europea (Bce): difficile immaginare condizioni più favorevoli alla crescita dell’economia.

Perfino il governo è stato colto di sorpresa dal nuovo scenario. Basti pensare che alla fine del 2014 i documenti economici del ministero dell’Economia ragionavano su un dollaro ben oltre quota 1,30 sull’euro. Quest’anno invece il biglietto verde ha oscillato quasi sempre intorno a quota 1,10. Per il petrolio si parlava di un prezzo compreso tra 90 e 100 dollari al barile, mentre siamo da mesi intorno a 50- 60 dollari. Così come l’enorme massa di liquidità immessa nel sistema dalla Bce di Mario Draghi se da una parte non è riuscita a produrre un minimo di inflazione, dall’altra ha contribuito a mantenere i tassi vicini allo zero, e a volte anche sotto. Con tutti i vantaggi del caso per un Paese costretto come il nostro a pagare interessi su un debito pubblico colossale. Il calo dei rendimenti dei titoli di Stato si traduce in un risparmio per il bilancio dello Stato e serve a liberare risorse da investire per rilanciare la crescita.

A Renzi però questo non basta. E vuole sfruttare fino in fondo i margini di flessibilità sul deficit concessi dall’Unione Europea. Se arriverà il via libera di Bruxelles anche per la cosiddetta clausola migranti, il deficit pubblico salirà al 2,4 per cento contro l’1,8 per cento previsto inizialmente. Di questo passo, però, l’obiettivo del pareggio di bilancio si allontana sempre di più. E anche il macigno del debito pubblico viene intaccato solo marginalmente. Oppure aumenta, come è successo nel 2015, in cui è prevista una crescita dal 132,1 al 132,8 per cento del Pil. Per l’anno prossimo il governo prevede un leggero calo, al 131,4 per cento. Poca cosa davvero. C’è solo da sperare che il bazooka di Draghi continui a sparare liquidità ancora a lungo. In caso contrario, senza interventi decisi sul debito, il rischio Italia tornerebbe a spaventare i mercati. E allora addio tassi a zero. E addio crescita.

LAVORO 
"Istat. In un anno più 325mila posti di lavoro. Effetto #Jobsact #italiariparte #lavoltabuona”. Tweet, 30 settembre 2015

Il Jobs Act è stata una delle grandi promesse elettorali di Renzi. Risultato? L’effetto positivo sull’occupazione c’è stato, anche se è difficile capire quanto sia merito della nuova legge sul lavoro, quanto degli sgravi contributivi concessi alle imprese e quanto della generale ripresina dell’economia italiana. Guardiamo i numeri. Ad agosto, secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, gli occupati sono stati 325 mila in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+1,5 per cento).

Per il premier è l’effetto Jobs Act. Per altri, fra cui il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, è presto per dirlo. La questione è complessa. I dati dicono infatti che la riforma del lavoro ha portato in dote l’aumento dei contratti a tutele crescenti, che annullano per i primi tre anni le garanzie dell’articolo 18 e permettono quindi di licenziare più facilmente.

C’è chi sostiene, tuttavia, che buona parte di questi contratti sia stata stipulata grazie agli sgravi contributivi concessi alle imprese. Una misura contingente, inserita per dare la spinta iniziale alle assunzioni, su cui non si può dunque fare affidamento per sempre. La fiammata occupazionale è destinata ad affievolirsi? Qualcosa in più si capirà l’anno prossimo, visto che gli sgravi diminuiranno: dall’attuale massimo di 8.060 euro all’anno (per tre anni) a 3.250 euro annui (per due anni), prevede la Legge di Stabilità appena presentata al Parlamento.

Ciò su cui tutti sono d’accordo, finora, è l’utilità della Naspi, entrata in vigore a maggio di quest’anno. Nelle promesse del premier doveva essere un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro». Nella pratica il Jobs Act ha allargato la platea dei lavoratori con diritto al sussidio di disoccupazione, includendo ad esempio quelli con contratti di collaborazione, ha allungato la durata massima portandola a due anni (fino al 2017, poi si vedrà), ma al momento non ha introdotto novità sostanziali su corsi di formazione e ricerca di nuovo impiego.

Insomma, la riforma voluta fortemente da Renzi ha cambiato parecchie cose, agevolando una ripresa momentanea dell’occupazione, ma rispetto alle promesse iniziali è risultata un po’ meno rivoluzionaria. Anche perché vale solo per i nuovi contratti ed esclude i dipendenti pubblici.

FISCO 
“Tagliare le tasse non è di destra. È giusto” Udine, 17 ottobre 2015 

Cancellazione di Imu e Tasi sulla prima casa. Contributi più leggeri per gli imprenditori che assumono. Meno Irap per le aziende. Sgravi sugli investimenti. Renzi accumula annunci e a questo punto poco importa capire se si comporta da premier di sinistra oppure di destra. Il giudizio andrebbe espresso in base a due parametri: l’efficacia dei provvedimenti e i loro effetti, la loro sostenibilità, sul bilancio dello Stato.

Sul primo punto è difficile negare che le misure a favore delle imprese favoriranno la ripresa con benefici anche sull’occupazione. D’altra parte sembra quantomeno dubbio che la forte riduzione delle imposte sulla casa, che vale quasi il 15 per cento dell’intera manovra 2016, abbia di per sé un effetto espansivo. Non sono di questo parere, per esempio, i tecnici della Commissione Ue, che avrebbero preferito interventi più decisi a favore di lavoro e imprese. E questa era anche la posizione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha poi dovuto allinearsi alle richieste del presidente del Consiglio. I conti tornano fin a quando Renzi può finanziare i tagli alle tasse accumulando nuovo deficit e approfittando dei margini di flessibilità concessi dall’Unione Europea, ma non si potrà proseguire all’infinito. Grazie al disinnesco delle cosiddette “clausole di salvaguardia” negoziate con Bruxelles, cioè l’aumento dell’imposizione (Iva e accise su carburanti) in caso di mancati interventi sulle spese, il premier è riuscito a presentare come “minori imposte” un intervento di ben 16,8 miliardi, che in realtà riguarda la cancellazione di tasse previste per il prossimo anno. Non si tratta quindi di tagli reali, ma solo virtuali. E per di più, le eventuali maggiori tasse non vengono cancellate, solo contabilmente rinviate al 2017, quando la nuova imposizione legata alle clausole di salvaguardia vale addirittura 26 miliardi.

Ben più concreti, ed efficaci fin da subito, appaiono invece i provvedimenti destinati ad accontentare la platea e i ceti sociali tradizionalmente meno sensibili al tema della lotta all’evasione fiscale. Pur tralasciando la voluntary disclosure, cioè il rientro dei capitali detenuti illegalmente all’estero, da cui il governo spera di incassare 2 miliardi, le mosse dal sapore elettorale sono due. La giravolta sul limite al contante nei pagamenti, che salirà da mille a 3 mila euro, dopo che Renzi nel 2012 si era pubblicamente espresso a favore di un taglio a 500 euro. E il messaggio lanciato di recente sull’intero tema dell’evasione, solo tre anni fa in cima alle priorità renziane. Nelle slide usate per illustrare la prossima Legge di Stabilità, alla voce “Lotta all’evasione” si legge “Pagare meno, pagare tutti”.

Il messaggio è chiaro. La caccia ai capitali in nero è passata in secondo piano rispetto al taglio delle tasse. E allora non c’è da sorprendersi se Rossella Orlandi, direttrice dell’Agenzia delle Entrate, si sente abbandonata dal governo. 

RIFORME ISTITUZIONALI 
“Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. Se si chiude, Italia #cambiaverso” Tweet, 15 gennaio 2014

Con le buone o con le cattive (la fiducia alla Camera sulla legge elettorale, le riforme votate a colpi di maggioranza) Renzi è riuscito nella mission impossible di costringere i senatori ad autosciogliersi: dopo due letture dell’aula di Palazzo Madama sulla riforma della Costituzione che chiude con il bicameralismo perfetto non si può tornare indietro. Via i senatori elettivi, pari ai colleghi deputati, al loro posto arriva un’assemblea di senatori-consiglieri regionali dai compiti vaghi.

Via le province, il Cnel, e anche le regioni potrebbero finire nel mirino del governo, con una riduzione di numero e un accorpamento, come prevede un ordine del giorno della maggioranza al Senato. La nuova legge elettorale, l’Italicum, è già stata votata, anche se entrerà in vigore nel luglio 2016. Tutto fatto, dunque? Il percorso è ancora lungo. Per approvare la riforma della Costituzione serve un referendum con-fermativo, per Renzi l’ostacolo non è un trasversale comitato del no Grillo-Salvini-Berlusconi-Vendola, ma l’astensionismo. E sulla legge elettorale pesano i ricorsi presentati dai comitati che già ottenero dalla Consulta la fine del Porcellum per incostituzionalità. Più ancora, le preoccupazioni di chi teme che il ballottaggio di lista previsto dalla nuova legge (nel caso che il primo partito non superi al primo turno il 40 per cento dei voti) porti con sé come dono avvelenato una sfida Pd-Movimento 5 Stelle, inedita e rischiosa per Renzi.

Do you remember eterogenesi dei fini?, è sembrato chiedere al premier il vecchio saggio e tessitore di tante mosse, l’ex presidente Giorgio Napolitano, che ha pubblicamente chiesto un ripensamento. Ma se al posto del ballottaggio di lista dovesse tornare la possibilità di chiedere il voto per una coalizione il prezzo per Renzi sarebbe alto. Dovrebbe abbandonare l’obiettivo di governare da solo, il sogno di diventare un giovane De Gaulle all’italiana, con l’introduzione di un presidenzialismo di fatto, o accontentarsi di tornare alle vecchie coalizioni: con Alfano, con Verdini, con Berlusconi, o con tutti loro messi insieme. Una piccola intesa, quasi un pentapartito.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE 
“Sfoltire e semplificare le municipalizzate, passando da 8.000 a 1.000 aziende partecipate” Ansa, 18 aprile 2014

La riduzione delle società controllate da enti pubblici, le cosiddette partecipate, è in rampa di lancio già da qualche anno, considerata tra le priorità dai vari commissari alla spending review succedutisi finora, da Piero Giarda all’attuale coppia in carica formata da Roberto Perotti e Yoram Gutgeld.

Lo stesso Renzi citava il taglio delle municipalizzate tra i suoi obiettivi principali il 18 aprile 2014, ma ad oggi quasi nulla di concreto è stato fatto. Secondo l’ultimo censimento della Corte dei Conti (19 giugno), le società partecipate dallo Stato sono 7.684. Tante, se si pensa che in Francia sono circa un migliaio. Troppe, considerando che almeno 1.300 sono scatole vuote, cioè società senza dipendenti ma con il solo consiglio d’amministrazione (ovviamente pagato).

La speranza di un taglio netto è affidata alla legge sulla riforma della pubblica amministrazione. Approvata lo scorso 4 agosto, prevede una generica «razionalizzazione del sistema delle partecipazioni pubbliche». Per capire cosa vuole fare davvero il governo per sconfiggere la resistenza degli enti locali (la maggioranza delle partecipate è controllata dai Comuni che dovranno già digerire il taglio della Tasi) bisognerà aspettare i decreti attuativi. La riforma del ministro Marianna Madia prevede di esaudire parecchie altre promesse fatte dal premier per ridurre privilegi, sprechi e burocrazia. Ad esempio eliminare il Corpo Forestale dello Stato, dimezzare le Camere di Commercio e le Prefetture. Cambiamenti in vista, prevede la Legge Madia, anche per i dirigenti della pubblica amministrazione.

La riforma apre alla possibilità di licenziamento, limita la durata dell’incarico a un massimo di sei anni e stabilisce la revoca del posto in caso di condanna (anche non definitiva) da parte della Corte dei Conti per danno erariale. Misure che si aggiungono al tetto sugli stipendi per i manager pubblici i quali, con l’eccezione delle società quotate, già dall’anno scorso non possono più guadagnare oltre i 240 mila euro lordi annui. Dimenticata, invece, la promessa di massima trasparenza fatta dal premier a marzo del 2014 e ancora presente sul suo sito Internet personale: «Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato». Lettera morta, al momento: la pubblicazione dei bilanci è ancora facoltativa.

SPENDING REVIEW 
“Se si fa la spending review e si eliminano gli sprechi della pubblica amministrazione e si fanno le riforme, l’Italia riparte e butta giù le tasse” Intervista al Tg5, 23 luglio 2015

Almeno 20 miliardi. No, arriveremo a 15. Macché, taglieremo 10 miliardi, ma anche no. Forse solo 5 miliardi. Il dibattito tutto italiano sulla spending review si è trasformato in un surreale balletto di cifre. E l’ultima giravolta, per ora, è quella della legge di stabilità 2016 che mette nero su bianco tagli di spesa nel complesso non superiori a 7 miliardi per il prossimo anno. Sulle cifre, in verità, ancora si discute, visto che modi, tempi e valore dei tagli sono oggetto di negoziato all’interno del governo e con le varie lobby interessate.

Di certo, i numeri di questi giorni sono lontanissimi dalle promesse di Matteo Renzi, che dodici mesi fa dichiarava di puntare a una spending review di 20 miliardi con l’obiettivo «di investire sui settori strategici dell’istruzione e della ricerca senza aumentare le tasse». A un anno di distanza, il governo finanzia spese supplementari e investimenti aumentando il deficit. Dei tagli promessi restano le briciole. E non è solo una questione di numeri. Il grosso degli interventi andrà a colpire i bilanci delle regioni, per 1,8 miliardi, e il fondo sanitario, mentre restano marginali i risparmi ottenuti con l’eliminazione di sprechi e duplicazioni nella gestione dei ministeri e degli enti pubblici. La logica degli interventi non sembra molto lontana dai famigerati tagli lineari dei governi di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti.

In una recente intervista (“Sole 24Ore” del 20 ottobre) il ministro Pier Carlo Padoan ha spiegato che per intervenire sulle singole voci di spesa bisogna elaborare nuovi criteri di funzionamento della pubblica amministrazione. Sui tempi di questa “elaborazione” il ministro non si è però espresso. Par di capire che non saranno brevi. Così come procede a rilento la macchina delle privatizzazioni. Anche in questo caso le promesse di Renzi si sono sgonfiate strada facendo. Mentre, uno dopo l’altro, hanno gettato la spugna i consulenti chiamati a la grana dei tagli. L’ultimo in ordine di tempo è il professore bocconiano Roberto Perotti. Prima di lui Carlo Cottarelli.

Nei piani originari del governo, quelli esposti nel Documento di economia e finanza (Def) del 2014, la vendita di beni pubblici avrebbe dovuto fruttare un incasso attorno «a 0,7 punti percentuali di Pil all’anno dal 2014 e per i tre anni successivi». Come dire che i proventi alla voce privatizzazioni avrebbero dovuto superare i 10 miliardi l’anno. A dire il vero, già nell’aggiornamento del Def 2015, un documento di poche settimane fa, le previsioni erano state ridimensionate a un più realistico 0,4 per cento (6 miliardi di euro) per quest’anno per poi passare allo 0,5 per cento nel 2016 e nel 2017.

L’obiettivo del 2015 (quello corretto al ribasso) è stato quasi raggiunto grazie alla vendita del 40 per cento delle Poste e al collocamento (a febbraio) di un pacchetto del 5 per cento dell’Enel per un incasso complessivo di circa 5,5 miliardi. Nel 2016 il governo vorrebbe portare in Borsa le Ferrovie dello Stato. L’operazione richiede tempi lunghi e non sarà facile rispettare la scadenza. Nel frattempo il treno delle privatizzazioni continua a viaggiare in ritardo.

GIUSTIZIA E LOTTA ALLA CORRUZIONE 
“La giustizia deve essere tempestiva. Non possiamo cedere davanti alla prescrizione. I processi devono essere veloci e giusti”. Tweet, 20 novembre 2014

Questo scriveva Renzi, all’indomani dell’annullamento delle condanne nel processo Eternit. Ma per la verità, giusto sulla prescrizione, il programma del governo è al palo: il ddl che allunga la scadenza dei processi per alcuni reati corruttivi e rimodula la sospensione dei termini per le condanne non definitive, approvato alla Camera dopo 11 mesi di liti, da aprile è fermo al Senato (una seduta al mese, in commissione).

Ma Renzi ha sostanzialmente condotto in porto gran parte degli annunci: anche se in alcuni casi alla “promessa mantenuta” corrisponde più un bel titolo che una sostanza altrettanto robusta. O almeno così lamentano i magistrati, che parlano di riforme «timide», «disorganiche», «deludenti». In ogni caso, dopo la enunciazione nell’estate 2014 del pacchetto di 7 provvedimenti per “rivoluzionare” la giustizia, Renzi è partito giusto con un paio di novità indigeste ai giudici. La prima è la riforma della responsabilità civile dei magistrati, che è divenuta più stringente eliminando il filtro di ammissibilità (con la vecchia legge Vassalli, in 27 anni, erano stati ammessi solo 46 ricorsi). La seconda è la riduzione delle ferie per i magistrati, da 45 a 30 giorni: ma la norma si presta a interpretazioni e di fatto viene aggirata.

Quanto ai processi civili, sparita dai radar la grande riforma complessiva, si è agito invece sul fronte dello snellimento. Le cause pendenti sono scese sotto i 5 milioni: in parte con l’introduzione dell’obbligatorietà del processo telematico (però in molti tribunali si procede tutt’ora per cartaceo), in parte grazie al decreto sull’arretrato civile, che ha semplificato alcune procedure. «Il calo è sensibile», ma «nessun trionfalismo è autorizzato», ha detto ora il Guardasigilli Orlando all’Anm. L’asticella fissata da Renzi è alta: «Dimezzare entro #millegiorni arretrato del civile e garantire prociv in primo grado in un anno», aveva twittato il 27 agosto 2014.

In materia penale, oltre ad autoriciclaggio e reati ambientali, a maggio è arrivata in porto la legge anti-corruzione: reintroduce il falso in bilancio (depenalizzato da Berlusconi); dà più poteri all’Anac di Cantone; aumenta le pene per i principali reati contro la P.a., in modo tale che, spiegò in video lo stesso Renzi, «adesso anche se patteggi, un po’ di carcere te lo fai comunque». È in itinere la riforma del processo penale, da poco approvata alla Camera: il punto più contestato è la delega per riscrivere la normativa sulla pubblicabilità delle intercettazioni, il ritorno in auge del “no al bavaglio” fa ipotizzare un futuro accidentato.

Sospesa nello spazio riservato alle calende greche è invece la riforma del Csm, punto sul quale i magistrati sono sensibilissimi.

DIRITTI 
“Le unioni civili saranno legge entro l’anno”. Assemblea del Pd, 18 luglio 2015

Con questo annuncio Renzi ha convinto il sottosegretario Scalfarotto a interrompere lo sciopero della fame intrapresoper protestare contro la mancata approvazione del ddl Cirinnà. In realtà, l’affermazione del premier è solo la penultima di una serie: delle unioni civili Renzi parla sin dall’inizio del suo governo. E solo a metà ottobre il disegno di legge che istituisce e regola le unioni omosessuali (compresa la reversibilità della pensione e l’adozione interna alla coppia) ha messo piede per la prima volta in aula, al Senato: non sarà discusso prima di dicembre, anzi è probabile che slitti al 2016. La cautela è d’obbligo, dopo quasi un biennio di slittamenti al suono di «si farà in primavera», «entro l’estate», «a settembre», «subito dopo la legge elettorale», «subito prima delle regionali».

In generale, il premier sul fronte dei diritti civili non ha messo il turbo: poche promesse, magari non scontate, ma da portare avanti senza fretta.
Anche per lo ius soli, la prima approvazione da parte della Camera risale a pochi giorni fa: si apre alla cittadinanza per i figli degli immigrati a condizione che frequentino almeno cinque anni di scuola o che uno dei due genitori abbia un permesso di soggiorno di lunga durata (per i nati in Italia).

Ma il ddl deve ancora passare al Senato. Più rapido, anche perché legato alla politica di deflazione del carico sui tribunali, è stato il sì alla legge sul divorzio breve, arrivato in aprile tra i mugugni dell’Ncd: in assenza di figli minori o portatori di handicap, riduce da tre anni a sei mesi il tempo di attesa per dirsi addio, senza bisogno di metter piede in tribunale (se si ricorre al giudice i mesi diventano 12).

Ma il pacchetto Renzi in sostanza finisce qui. Il premier non ha preso impegni formali, per dire, nemmeno sulla legge contro l’omofobia. Il provvedimento, approvato alla Camera nell’estate 2013, giace al Senato del tutto intoccato dal giugno 2014. «Giornata mondiale contro omofobia.

C’è ancora molto da fare, anche in Italia», twittava Renzi il 17 maggio 2014. Il 17 maggio 2015, neanche il cinguettio.

SUD 
«Prima della legge di stabilità, vorrei che il Pd uscisse con un vero e proprio masterplan per il Sud, con una serie di proposte concrete». Direzione Pd, 7 agosto 2015 

Era stata convocata per met settembre la riunione del Pd per il piano sul Sud. Invece il giorno dell’inaugurazione a Bari della fiera del Levante, il premier è volato a New York per assistere alla finale degli Us Open Pennetta-Vinci. L’annunciata svolta non si è mai vista.

Con la presentazione della legge di Stabilità è arrivata poi la delusione più cocente. Per settimane si è parlato di misure speciali: credito di imposta per le aziende meridionali, riduzione delle tasse alle imprese del Sud, decontribuzione per i nuovi assunti nelle regioni del Sud. Invece, solo provvedimenti ad hoc: l’Ilva di Taranto, la bonifica della terra dei fuochi in Campania (450 milioni), il completamento della Salerno-Reggio Calabria, un evergreen dei governi di ogni colore. Il Pil del Sud vede una timida luce, ma il masterplan? Sarà per un’altra volta.

SCUOLA 
“Assumiamo oltre centomila precari. Ovviamente chi non rientra nell’elenco si lamenta” Lettera agli insegnanti, 13 maggio 2015 

Più assunzioni, più soldi per gli insegnanti, 40 milioni per la formazione e il bonus di 500 euro annui per l’aggiornamento culturale del professore, l’autonomia, il rapporto scuola-lavoro, i poteri del dirigente scolastico (il preside-sceriffo...). Sulla “buona scuola” Renzi scrive una lettera ai prof e produce un video in cui si presenta armato di gessetti colorati e lavagna. Non convince, però: cortei di protesta e calo del consenso forse decisivo nella sconfitta del Pd in alcune regioni.A riforma approvata partono le assunzioni: entrano in 38mila, in settemila dovranno spostarsi di casa, dal sud al nord.

IMMIGRAZIONE 
“Siamo in un tempo in cui la paura ci fa considerare il diverso come un potenziale pericolo, torna a farsi spazio
il concetto di frontiera. E voi pensate che siamo in grado di dire che l’accordo di Dublino possa essere improvvisamente modificato? Chi lo dice si assume la responsabilità di fare una politica estera, o presunta tale, basata sulla superficialità e la demagogia”. Discorso alla Camera, 24 giugno 2015


Era quasi una promessa al contrario: il trattato di Dublino che condanna il paese di prima accoglienza a ospitare i richiedenti asilo non si può cambiare. A giugno il governo era sotto l’assedio degli sbarchi in Sicilia e della propaganda di Matteo Salvini. Il premier era costretto sulla difensiva, quasi tentato di inseguire la Lega sul suo terreno. «Non dobbiamo avere paura della parola respingimenti», aveva detto in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo. A Bruxelles aveva affrontato un duro scontro con il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, e con i paesi dell’Est sull’accoglienza di 40mila rifugiati: «Se non siete d’accordo non siete degni di chiamarvi Europa.

Se questa è la vostra idea di Europa tenetevela». Dopo quattro mesi tutto sembra cambiato. A Bruxelles si discute ancora, le quote sono salite a 100mila, ma l’Italia non è più isolata, il partito dell’accoglienza è guidato dalla Merkel. L’emergenza profughi si è spostata dal Mediterraneo alle frontiere orientali. La Lega cala nei sondaggi. Renzi ha messo la firma sulla svolta: «Dublino è superato. Ciò che dicevamo da soli ora lo dicono tutti». Infine è arrivato il via libera della commissione Ue: flessibilità sui conti per compensare l’impegno italiano sull’immigrazione: un bonus di 3,3 miliardi. I migranti sbarcati scesi: 139.770 contro i 153.475 del 2014. I morti no: quasi tremila, come un anno fa.

TRASPARENZA DEL POTERE 
“Il Freedom of information act è uno dei grandi impegni presi con le primarie e avrà un decreto legislativo di attuazione nelle prossime settimane” Intervento al Forum della Pubblica amministrazione, 5 agosto 2015

È stata la madre di tutte le promesse renziane, l’introduzione in Italia del Freedom information act, l’istituto di massima trasparenza della pubblica amministrazione, il diritto di ogni cittadino di accedere a dati e informazioni in possesso di un soggetto pubblico. Renzi ne parlò a Verona il 13 settembre 2012, quando si candidò per la prima volta alle primarie per la candidatura a premier contro Pier Luigi Bersani, oggi la promessa è contenuta nella riforma Madia sulla pubblica amministrazione, all’articolo 7 in cui si parla di «diritto di accesso, anche per via telematica, di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», con relativo decreto di attuazione in arrivo.

Nell’attesa un certo grado di opacità è calato sulle spese di Palazzo Chigi e del premier. Per la presidenza del Consiglio nel primo anno di governo Renzi lo Stato ha speso 3 miliardi e 683 milioni, 139,5 più del governo Letta, con un aumento delle risorse destinate all’acquisto di beni e servizi. E non si sa ancora quanto costerà l’acquisto e la manutenzione del nuovo aereo di Stato, l’A340 che avrebbe dovuto debuttare in occasione della visita del premier in Sud America e a Cuba prima di essere costretto al rinvio. Con i giornalisti che seguono Palazzo Chigi orari, spostamenti, cambiamenti di programma sono segnalati all’ultimo minuto. Le conferenze stampa si sono ridotte al minimo. Per l’informazione quotidiana basta l’sms che il portavoce Filippo Sensi manda ogni giorni ai cronisti che raccontano Renzi. Poco, per la trasparenza del potere.

MEDITERRANEO 
“L’Italia è pronta a svolgere un ruolo di protagonismo innanzitutto diplomatico e poi anche di peacekeeping, sotto egida Onu nel territorio libico” “Otto e mezzo”, 9 gennaio 2015 
L’atteggiamento del governo italiano nei confronti della polveriera libica riassume meglio di un tweet tutta la politica estera di Renzi.

La costante rivendicazione verbale di un ruolo: da protagonista, da guida, l’Italia non più comprimaria nella gestione delle grandi crisi. E la prudenza, per non dire incertezza, quando dalle parole si tratta di passare ai fatti.

L’Italia rivendica un seggio nel consiglio di sicurezza Onu e il ruolo-guida della possibile missione militare in Libia. Obiettivo ribadito da Renzi nel suo ultimo intervento alle Nazioni Unite. Ma ogni volta che è stato chiesto all’Italia di assumersi una responsabilità diretta il governo si è avvitato su una serie di stop and go.

Di guerra contro l’Isis in Libia parlò esplicitamente il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: «Se la mediazione dell’Onu fallisce siamo pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale». Il ministro della Difesa Roberta Pinotti precisò che una spedizione in Libia avrebbe richiesto un impegno non inferiore a quello dell’Afghanistan: cinquemila uomini.

Era il 15 febbraio, nonostante avesse parlato per primo di impegno in Libia, Renzi virò su una linea di cautela. Un mese fa la scena si è ripetuta quando Renzi ha frenato sul cambio di regole di ingaggio dei Tornado in Iraq. Per ora l’unico impegno italiano è il prolungamento della missione in Afghanistan di un anno. Sullo scacchiere mediorientale l’Italia si muove in sintonia con Israele e con l’Egitto di Al-Sisi. Con attenzione verso il protagonismo in Siria della Russia di Putin. Ambizioni da potenza autonoma, che spiegano il disappunto del premier quando ha visto l’Italia esclusa dal vertice informale di Parigi su Libia e Siria: c’erano Francia, Germania, Inghilterra e l’alta rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini. E Renzi se l’è presa con lei.

RAI E NOMINE 
“Niente paura. Il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti. #cambiaverso #italiariparte”. Tweet, 18 gennaio 2014

«Fuori i partiti dalla Rai. La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello Bbc (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica». Recitava così il punto numero 17 del programma dei cento punti presentato da Renzi alla stazione Leopolda nel 2011. Preistoria. Il Renzi di governo ha nominato in ogni cda un amico politico, anzi, un fiorentino. Il Giglio magico: Alberto Bianchi (Enel), Fabrizio Landi (Finmeccanica), Federico Lovadina (Ferrovie)... Tutti purissima razza Leopolda.

Alla vice-presidenza dell’Eni si è addirittura trasferito, direttamente dal governo senza tappe intermedie, il vice-ministro degli Esteri Lapo Pistelli.

La Rai non fa eccezione. Nel cda di viale Mazzini c’è il gigliato Guelfo Guelfi che inonda i giornali di articoli e tracima di vanità finalmente soddisfatta. Direttore generale, in attesa che sia votata la riforma che lo trasformerà in amministratore delegato, è Antonio Campo Dall’Orto. Presenza fissa ai raduni renziani, la nomina è avvenuta dopo un passaggio a Palazzo Chigi, annunciato con comunicato ufficioso alle agenzie. A cose fatte è arrivata la rivendicazione di Renzi: «Il cda della Rai non poteva che essere espressione dei gruppi parlamentari presenti in Vigilanza, perché naturalmente si fanno gli accordi sulle rispettive appartenenze. Ciascuno può rimpiangere i cda che presentavano grandi nomi della società civile: la scommessa è ora dimostrare che anche la politica può essere civile». La lottizzazione è di nuovo una virtù.