venerdì 30 ottobre 2015

IL PROCESSO DI ROMA Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori

da l'Espresso
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IL PROCESSO DI ROMA

Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori

Alemanno affidò all'ex capo degli 007 la sicurezza della città. Per una spesa complessiva di oltre 8 milioni di euro. Ma l’ufficiale non si accorse della penetrazione del clan Carminati

DI LIRIO ABBATE

Ecco come Mafia Capitale sfuggiva al controllo del prefetto Mario Mori
Gianni Alemanno e Mario Mori
Nell’inchiesta su mafia Capitale tutto si mescola. Il mafioso parla da manager e da burocrate, il funzionario si presta a operazioni di corruzione a prescindere dal colore della politica, l’imprenditore accetta o addirittura cerca la protezione del mafioso, importanti incarichi pubblici di nomina politica vengono affidati a persone indicate direttamente dal capo di mafia Capitale, Massimo Carminati.

A undici mesi dal blitz che portò all’arresto degli uomini del “Cecato”, in tempi record per la giustizia capitolina, il 5 novembre si apre il dibattimento del processo a questa nuova mafia romana. Un’organizzazione che è stata capace di infiltrarsi nell’amministrazione della metropoli con grande facilità, in particolare durante la giunta di Gianni Alemanno.

Le indagini hanno dimostrato che il ricorso a metodi violenti da parte degli uomini di Carminati era sempre possibile e di ciò i loro interlocutori erano pienamente consapevoli: due cardini del reato di associazione mafiosa. Ma il vero collante è costituito dalla convenienza reciproca: la possibilità di entrare nei luoghi decisionali della vita cittadina e il denaro. Denaro in grande quantità, con la possibilità di averne sempre di più, di mantenere i rubinetti sempre aperti.

E fiumi di denaro dal Campidoglio ne sono stati fatti scorrere, anche in nome della “sicurezza”. Alemanno, dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta, ha fatto notare come la sua amministrazione era intenzionata a contrastare la criminalità organizzata sul territorio, tra l’altro istituendo un Dipartimento per la Sicurezza sotto la regia del prefetto-generale Mario Mori.

Infatti nel 2008 venne creato appositamente un nuovo ufficio in Campidoglio e l’allora sindaco Alemanno instaurò con l’ex capo dei servizi segreti un rapporto di collaborazione diretto. Mori, con un passato da investigatore antimafia, da esperto analista delle cosche, nel pieno della stagione di mafia Capitale viene ingaggiato come consigliere del primo cittadino: la sua professionalità doveva essere da supporto «nell’adozione di progetti e misure volte a garantire la massima sicurezza, nonché nella programmazione di specifici interventi riguardanti le attribuzioni del costituendo ufficio comunale». Così si legge nel verbale della delibera di giunta che inseriva Mori nello staff del sindaco. Il riferimento è all’ufficio «extradipartimentale coordinamento delle politiche per la sicurezza», al quale Alemanno aveva attribuito compiti «di programmazione e coordinamento delle iniziative, dei progetti e degli interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza urbana, a difesa e salvaguardia dell’incolumità pubblica e di coordinamento degli interventi di contrasto ai fenomeni di degrado urbano, finalizzati al miglioramento della vivibilità e della coesione sociale».

Il regista dell’ufficio era Mori ma a dirigerlo di fatto, il prefetto indicò nel 2008 il suo ex capo di gabinetto quando era al vertice dei servizio segreti, Mario Redditi, un pilota di caccia, grande esperto di analisi strategica e di sicurezza. Il pilota è stato poi affiancato da un ufficiale dei carabinieri e da un funzionario della polizia. Tutto questo per proteggere l’Urbe anche dall’invasione dei clan. E già in quel periodo Buzzi con le sue cooperative e Carminati con il suo clan erano in azione.

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L’ufficio extradipartimentale è stato in funzione per tutto il tempo in cui è rimasto in carica Alemanno: i contratti sono stati attivati tra la fine del 2008 e l’inizio del 2013. È lo stesso periodo in cui le indagini coordinate dalla procura di Roma accertano la penetrazione di mafia Capitale in Campidoglio e in particolare nella cerchia di Alemanno.

E Mori insieme ai suoi collaboratori non si è accorto di nulla: il clan di Carminati gli è passato e ripassato sotto i baffi. Eppure questa operazione di “sicurezza” voluta da Alemanno ha avuto un costo da capogiro per le tasche dei romani. La collaborazione di Mario Mori, come consigliere del sindaco, è costata complessivamente al Campidoglio 605 mila euro (dal 24 settembre 2008 al 31 dicembre 2012), mentre i tre dirigenti a tempo determinato dell’ufficio extradipartimentale hanno avuto un costo complessivo di un milione e mezzo di euro.

L’ufficio, dopo l’uscita di scena di Mori e del suo staff, legati al mandato elettorale di Alemanno, ha compilato un rapporto: «Relazione sulle attività svolte 2008-2013». Il documento, di cui “l’Espresso” ha preso visione, non era mai stato reso noto. Raccoglie in diciotto pagine il lavoro svolto dagli uomini del generale-prefetto diviso in dodici punti che riguardano “sicurezza e legalità”. In particolare magnifica l’installazione di centinaia di telecamere in diverse zone della città e la realizzazione di una imponente sala operativa di videosorveglianza. E fa una mappa del rischio urbano. I progetti realizzati hanno avuto un costo di sei milioni e 200 mila euro.

Fra i tanti punti affrontati «l’ufficio ha elaborato un programma di interventi tesi al contrasto di fenomeni di devianza e di degrado che incidono sulla qualità della vita urbana, basato su un programma di monitoraggio del territorio, che prevede la messa in sicurezza delle piazze e vie di Roma, teatro della “movida notturna”».

A questo proposito dall’inchiesta su Carminati e Buzzi emerge come il clan proprio nel 2012 avesse messo gli occhi sul business legato alla «gestione delle attività di vigilanza e sicurezza nel centro storico». Un servizio, si legge negli atti del processo, pensato dal Campidoglio per arginare la movida selvaggia. Un affare per il clan non andato a buon fine e gestito da Angelo Spreafico, istruttore di arti marziali, indicato dagli investigatori come “picchiatore e spacciatore” con un passato nell’estrema destra, che aveva un suo referente nell’amministrazione capitolina: l’allora consigliere comunale Giorgio Ciardi, delegato alla sicurezza del sindaco Alemanno, l’uomo con il quale si interfacciava Mario Mori. Dalle indagini dei carabinieri del Ros emergono le pressioni del clan per strappare la gestione sulla sicurezza nelle strade della movida «nell’ambito dei protocolli d’intesa firmati dal sindaco, dai residenti del centro e dalle associazioni di categoria».

Per il Comune era necessario provvedere alla presenza di «steward e hostess nelle strade, che avrebbero dovuto evitare il formarsi di bivacchi». Per gli investigatori emerge «chiaramente lo scontro che ha portato il Comune ad emanare e ritirare alcune ordinanze come quella sull’antivetro (la vendita di birre in bottiglia, ndr), osteggiata dai commercianti che gestiscono la fornitura di alcolici, tra i diversi interessi economici in gioco».

Il clan aveva messo in atto un vero e proprio pressing sulle istituzioni con telefonate a Ciardi, intercettate dai carabinieri, in cui rassicura Spreafico. In una conversazione il delegato alla sicurezza di Alemanno dice al “picchiatore”: «Stai tranquillo». E l’affiliato al clan chiosa «ok aspettiamo, io quando è... sono pronto con i ragazzi».

Dopo vari contatti con Ciardi la situazione però non si sblocca ma l’uomo di Carminati non demorde e pur di mettere le mani sull’affare contatta Fabio Sabbatani Schiuma, entrato in consiglio comunale dopo le dimissioni di Francesco Storace. Il 23 ottobre 2012 Spreafico contatta Sabbatani Schiuma «con il quale conveniva che l’attività di security della movida doveva essere svolta da personale qualificato». Il consigliere comunale «offriva quindi la sua disponibilità per sferrare un attacco politico mirato sull’argomento».

Oggi il prefetto Mario Mori è sotto processo a Palermo nell’ambito del dibattimento per la trattativa Stato-mafia e poi davanti alla Corte d’appello perché accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. In primo grado è stato assolto ed ha rinunciato alla prescrizione. Adesso il sostituto procuratore generale, Luigi Patronaggio, nella sua requisitoria dice: «So perfettamente che i giudici provano un certo fastidio quando si trovano di fronte imputati eccellenti, ma dobbiamo abituarci al fatto che il rispetto della legge è superiore al rispetto delle stellette. Negli Stati Uniti, spesso si è mandato a giudizio davanti alla Corte marziale eroi di guerra che avevano sì salvato vite umane, ma che non si erano attenuti agli ordini impartiti. Il rispetto delle regole, ribadisco, va al di là della stellette». E Patronaggio conclude: «A prescindere dalle ragioni che hanno spinto gli imputati ad avere le condotte a loro contestate, c’è un motivo per cui questo processo andava portato a termine: il rispetto della Costituzione, il dovere di lealtà che incombe su tutti i pubblici ufficiali. Occorreva fare questo processo d’appello. Ho messo in conto anche l’insuccesso personale e professionale perché la posta in gioco era ed è alta».

A Roma il 5 novembre si alza il sipario sul processo a mafia Capitale con 46 imputati. Carminati assisterà in video collegamento, come pure Buzzi e Riccardo Brugia. La prima udienza si svolgerà nell’aula dedicata a Vittorio Occorsio, il magistrato ucciso dai terroristi neri, e poi sarà trasferito nell’aula bunker di Rebibbia. Sono previste almeno quattro udienze alla settimana. Ma i difensori protestano perché sostengono siano troppe. E le sorprese non mancheranno.

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