venerdì 30 ottobre 2015

La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo

da l'Espresso
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La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo

Promosso in Lavoro, Giustizia e Immigrazione. 
Bocciato sul Sud, i Diritti civili e le nomine. Rimandato su tasse e lotta all’evasione. Ecco il fact-checking sull'operato del presidente del consiglio

DI MARCO DAMILANO, VITTORIO MALAGUTTI, SUSANNA TURCO E STEFANO VERGINE
La pagella di Matteo Renzi: cosa ha fatto e cosa no in venti mesi di governo
Governo Renzi, venti mesi. Attraversati con la velocità e la leggerezza tipica del premier, tra un tweet e una slide, un tour in cento teatri italiani e l’annuncio del prossimo raduno della stazione Leopolda a Firenze, tradizionale pellegrinaggio dei renziani verso il loro leader, questa volta in versione pre-natalizia, a dicembre. Resta integro il dna originario del renzismo: la spinta, l’energia, la necessità di rimettere in moto il paese, di far correre l’Italia. Un’iniezione di fiducia che ha come motore l’ottimismo di Renzi e come strumento l’inclinazione alla promessa.

Nel 2014 furono gli 80 euro, il Jobs Act e il mercato su eBay delle auto blu (lasciato cadere nel dimenticatoio). Nel 2015 il massiccio piano di riduzione fiscale, a partire dal taglio delle tasse sulla casa, la chiave di volta della legge di Stabilità appena arrivata a Bruxelles e in Parlamento, più tanti altri annunci: uno al giorno, per tutte le classi sociali. Con il rischio della dispersione: «All’inizio del terzo anno di governo», ha scritto Giuseppe de Rita (“Corriere della Sera”, 28 ottobre), Renzi è chiamato a «amplificare il “consenso d’opinione”, magari creando una bolla di durata almeno biennale. È questo l’orientamento politico dell’autunno: centinaia di differenti provvedimenti, tenuti insieme solo dal filo rosso della volontà di coinvolgere quanta più gente possibile». Il collante resta Renzi. Promosso con riserva in economia, bocciato sui diritti. E competitivo sul potere.

GIUDIZIO POSITIVO
LAVORO
RIFORME ISTITUZIONALI
GIUSTIZIA E LOTTA ALLA CORRUZIONE
SCUOLA
IMMIGRAZIONE 


SI PUO' FARE DI PIU'
CRESCITA E EUROPA
FISCO
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
TRASPARENZA DEL POTERE
MEDITERRANEO 


GIUDIZIO NEGATIVO
SPENDING REVIEW
DIRITTI
SUD
RAI E NOMINE 



CRESCITA E EUROPA 
“Nel 2012 abbiamo fatto meno 2,3%, nel 2013 abbiamo fatto meno 1,9%, adesso siamo a più 0,6%. Le riforme funzionano”Tweet, 2 settembre 2015 

Dopo tre anni con il segno meno, nel 2015 il Pil italiano è tornato a crescere e Renzi non ha perso tempo per intestarsi il merito della svolta. A dire il vero, il premier aveva governato anche nel 2014, chiuso con l’economia in frenata dello 0,4 per cento, ma la memoria, in questo caso, fa cilecca, almeno via twitter. Così come lo spazio di un cinguettio in Rete risulta insufficiente per descrivere il contesto internazionale che ha innescato la ripartenza italiana. Euro basso, petrolio ai minimi e il quantitative easing della Banca centrale europea (Bce): difficile immaginare condizioni più favorevoli alla crescita dell’economia.

Perfino il governo è stato colto di sorpresa dal nuovo scenario. Basti pensare che alla fine del 2014 i documenti economici del ministero dell’Economia ragionavano su un dollaro ben oltre quota 1,30 sull’euro. Quest’anno invece il biglietto verde ha oscillato quasi sempre intorno a quota 1,10. Per il petrolio si parlava di un prezzo compreso tra 90 e 100 dollari al barile, mentre siamo da mesi intorno a 50- 60 dollari. Così come l’enorme massa di liquidità immessa nel sistema dalla Bce di Mario Draghi se da una parte non è riuscita a produrre un minimo di inflazione, dall’altra ha contribuito a mantenere i tassi vicini allo zero, e a volte anche sotto. Con tutti i vantaggi del caso per un Paese costretto come il nostro a pagare interessi su un debito pubblico colossale. Il calo dei rendimenti dei titoli di Stato si traduce in un risparmio per il bilancio dello Stato e serve a liberare risorse da investire per rilanciare la crescita.

A Renzi però questo non basta. E vuole sfruttare fino in fondo i margini di flessibilità sul deficit concessi dall’Unione Europea. Se arriverà il via libera di Bruxelles anche per la cosiddetta clausola migranti, il deficit pubblico salirà al 2,4 per cento contro l’1,8 per cento previsto inizialmente. Di questo passo, però, l’obiettivo del pareggio di bilancio si allontana sempre di più. E anche il macigno del debito pubblico viene intaccato solo marginalmente. Oppure aumenta, come è successo nel 2015, in cui è prevista una crescita dal 132,1 al 132,8 per cento del Pil. Per l’anno prossimo il governo prevede un leggero calo, al 131,4 per cento. Poca cosa davvero. C’è solo da sperare che il bazooka di Draghi continui a sparare liquidità ancora a lungo. In caso contrario, senza interventi decisi sul debito, il rischio Italia tornerebbe a spaventare i mercati. E allora addio tassi a zero. E addio crescita.

LAVORO 
"Istat. In un anno più 325mila posti di lavoro. Effetto #Jobsact #italiariparte #lavoltabuona”. Tweet, 30 settembre 2015

Il Jobs Act è stata una delle grandi promesse elettorali di Renzi. Risultato? L’effetto positivo sull’occupazione c’è stato, anche se è difficile capire quanto sia merito della nuova legge sul lavoro, quanto degli sgravi contributivi concessi alle imprese e quanto della generale ripresina dell’economia italiana. Guardiamo i numeri. Ad agosto, secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, gli occupati sono stati 325 mila in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+1,5 per cento).

Per il premier è l’effetto Jobs Act. Per altri, fra cui il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, è presto per dirlo. La questione è complessa. I dati dicono infatti che la riforma del lavoro ha portato in dote l’aumento dei contratti a tutele crescenti, che annullano per i primi tre anni le garanzie dell’articolo 18 e permettono quindi di licenziare più facilmente.

C’è chi sostiene, tuttavia, che buona parte di questi contratti sia stata stipulata grazie agli sgravi contributivi concessi alle imprese. Una misura contingente, inserita per dare la spinta iniziale alle assunzioni, su cui non si può dunque fare affidamento per sempre. La fiammata occupazionale è destinata ad affievolirsi? Qualcosa in più si capirà l’anno prossimo, visto che gli sgravi diminuiranno: dall’attuale massimo di 8.060 euro all’anno (per tre anni) a 3.250 euro annui (per due anni), prevede la Legge di Stabilità appena presentata al Parlamento.

Ciò su cui tutti sono d’accordo, finora, è l’utilità della Naspi, entrata in vigore a maggio di quest’anno. Nelle promesse del premier doveva essere un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro». Nella pratica il Jobs Act ha allargato la platea dei lavoratori con diritto al sussidio di disoccupazione, includendo ad esempio quelli con contratti di collaborazione, ha allungato la durata massima portandola a due anni (fino al 2017, poi si vedrà), ma al momento non ha introdotto novità sostanziali su corsi di formazione e ricerca di nuovo impiego.

Insomma, la riforma voluta fortemente da Renzi ha cambiato parecchie cose, agevolando una ripresa momentanea dell’occupazione, ma rispetto alle promesse iniziali è risultata un po’ meno rivoluzionaria. Anche perché vale solo per i nuovi contratti ed esclude i dipendenti pubblici.

FISCO 
“Tagliare le tasse non è di destra. È giusto” Udine, 17 ottobre 2015 

Cancellazione di Imu e Tasi sulla prima casa. Contributi più leggeri per gli imprenditori che assumono. Meno Irap per le aziende. Sgravi sugli investimenti. Renzi accumula annunci e a questo punto poco importa capire se si comporta da premier di sinistra oppure di destra. Il giudizio andrebbe espresso in base a due parametri: l’efficacia dei provvedimenti e i loro effetti, la loro sostenibilità, sul bilancio dello Stato.

Sul primo punto è difficile negare che le misure a favore delle imprese favoriranno la ripresa con benefici anche sull’occupazione. D’altra parte sembra quantomeno dubbio che la forte riduzione delle imposte sulla casa, che vale quasi il 15 per cento dell’intera manovra 2016, abbia di per sé un effetto espansivo. Non sono di questo parere, per esempio, i tecnici della Commissione Ue, che avrebbero preferito interventi più decisi a favore di lavoro e imprese. E questa era anche la posizione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha poi dovuto allinearsi alle richieste del presidente del Consiglio. I conti tornano fin a quando Renzi può finanziare i tagli alle tasse accumulando nuovo deficit e approfittando dei margini di flessibilità concessi dall’Unione Europea, ma non si potrà proseguire all’infinito. Grazie al disinnesco delle cosiddette “clausole di salvaguardia” negoziate con Bruxelles, cioè l’aumento dell’imposizione (Iva e accise su carburanti) in caso di mancati interventi sulle spese, il premier è riuscito a presentare come “minori imposte” un intervento di ben 16,8 miliardi, che in realtà riguarda la cancellazione di tasse previste per il prossimo anno. Non si tratta quindi di tagli reali, ma solo virtuali. E per di più, le eventuali maggiori tasse non vengono cancellate, solo contabilmente rinviate al 2017, quando la nuova imposizione legata alle clausole di salvaguardia vale addirittura 26 miliardi.

Ben più concreti, ed efficaci fin da subito, appaiono invece i provvedimenti destinati ad accontentare la platea e i ceti sociali tradizionalmente meno sensibili al tema della lotta all’evasione fiscale. Pur tralasciando la voluntary disclosure, cioè il rientro dei capitali detenuti illegalmente all’estero, da cui il governo spera di incassare 2 miliardi, le mosse dal sapore elettorale sono due. La giravolta sul limite al contante nei pagamenti, che salirà da mille a 3 mila euro, dopo che Renzi nel 2012 si era pubblicamente espresso a favore di un taglio a 500 euro. E il messaggio lanciato di recente sull’intero tema dell’evasione, solo tre anni fa in cima alle priorità renziane. Nelle slide usate per illustrare la prossima Legge di Stabilità, alla voce “Lotta all’evasione” si legge “Pagare meno, pagare tutti”.

Il messaggio è chiaro. La caccia ai capitali in nero è passata in secondo piano rispetto al taglio delle tasse. E allora non c’è da sorprendersi se Rossella Orlandi, direttrice dell’Agenzia delle Entrate, si sente abbandonata dal governo. 

RIFORME ISTITUZIONALI 
“Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. Se si chiude, Italia #cambiaverso” Tweet, 15 gennaio 2014

Con le buone o con le cattive (la fiducia alla Camera sulla legge elettorale, le riforme votate a colpi di maggioranza) Renzi è riuscito nella mission impossible di costringere i senatori ad autosciogliersi: dopo due letture dell’aula di Palazzo Madama sulla riforma della Costituzione che chiude con il bicameralismo perfetto non si può tornare indietro. Via i senatori elettivi, pari ai colleghi deputati, al loro posto arriva un’assemblea di senatori-consiglieri regionali dai compiti vaghi.

Via le province, il Cnel, e anche le regioni potrebbero finire nel mirino del governo, con una riduzione di numero e un accorpamento, come prevede un ordine del giorno della maggioranza al Senato. La nuova legge elettorale, l’Italicum, è già stata votata, anche se entrerà in vigore nel luglio 2016. Tutto fatto, dunque? Il percorso è ancora lungo. Per approvare la riforma della Costituzione serve un referendum con-fermativo, per Renzi l’ostacolo non è un trasversale comitato del no Grillo-Salvini-Berlusconi-Vendola, ma l’astensionismo. E sulla legge elettorale pesano i ricorsi presentati dai comitati che già ottenero dalla Consulta la fine del Porcellum per incostituzionalità. Più ancora, le preoccupazioni di chi teme che il ballottaggio di lista previsto dalla nuova legge (nel caso che il primo partito non superi al primo turno il 40 per cento dei voti) porti con sé come dono avvelenato una sfida Pd-Movimento 5 Stelle, inedita e rischiosa per Renzi.

Do you remember eterogenesi dei fini?, è sembrato chiedere al premier il vecchio saggio e tessitore di tante mosse, l’ex presidente Giorgio Napolitano, che ha pubblicamente chiesto un ripensamento. Ma se al posto del ballottaggio di lista dovesse tornare la possibilità di chiedere il voto per una coalizione il prezzo per Renzi sarebbe alto. Dovrebbe abbandonare l’obiettivo di governare da solo, il sogno di diventare un giovane De Gaulle all’italiana, con l’introduzione di un presidenzialismo di fatto, o accontentarsi di tornare alle vecchie coalizioni: con Alfano, con Verdini, con Berlusconi, o con tutti loro messi insieme. Una piccola intesa, quasi un pentapartito.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE 
“Sfoltire e semplificare le municipalizzate, passando da 8.000 a 1.000 aziende partecipate” Ansa, 18 aprile 2014

La riduzione delle società controllate da enti pubblici, le cosiddette partecipate, è in rampa di lancio già da qualche anno, considerata tra le priorità dai vari commissari alla spending review succedutisi finora, da Piero Giarda all’attuale coppia in carica formata da Roberto Perotti e Yoram Gutgeld.

Lo stesso Renzi citava il taglio delle municipalizzate tra i suoi obiettivi principali il 18 aprile 2014, ma ad oggi quasi nulla di concreto è stato fatto. Secondo l’ultimo censimento della Corte dei Conti (19 giugno), le società partecipate dallo Stato sono 7.684. Tante, se si pensa che in Francia sono circa un migliaio. Troppe, considerando che almeno 1.300 sono scatole vuote, cioè società senza dipendenti ma con il solo consiglio d’amministrazione (ovviamente pagato).

La speranza di un taglio netto è affidata alla legge sulla riforma della pubblica amministrazione. Approvata lo scorso 4 agosto, prevede una generica «razionalizzazione del sistema delle partecipazioni pubbliche». Per capire cosa vuole fare davvero il governo per sconfiggere la resistenza degli enti locali (la maggioranza delle partecipate è controllata dai Comuni che dovranno già digerire il taglio della Tasi) bisognerà aspettare i decreti attuativi. La riforma del ministro Marianna Madia prevede di esaudire parecchie altre promesse fatte dal premier per ridurre privilegi, sprechi e burocrazia. Ad esempio eliminare il Corpo Forestale dello Stato, dimezzare le Camere di Commercio e le Prefetture. Cambiamenti in vista, prevede la Legge Madia, anche per i dirigenti della pubblica amministrazione.

La riforma apre alla possibilità di licenziamento, limita la durata dell’incarico a un massimo di sei anni e stabilisce la revoca del posto in caso di condanna (anche non definitiva) da parte della Corte dei Conti per danno erariale. Misure che si aggiungono al tetto sugli stipendi per i manager pubblici i quali, con l’eccezione delle società quotate, già dall’anno scorso non possono più guadagnare oltre i 240 mila euro lordi annui. Dimenticata, invece, la promessa di massima trasparenza fatta dal premier a marzo del 2014 e ancora presente sul suo sito Internet personale: «Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato». Lettera morta, al momento: la pubblicazione dei bilanci è ancora facoltativa.

SPENDING REVIEW 
“Se si fa la spending review e si eliminano gli sprechi della pubblica amministrazione e si fanno le riforme, l’Italia riparte e butta giù le tasse” Intervista al Tg5, 23 luglio 2015

Almeno 20 miliardi. No, arriveremo a 15. Macché, taglieremo 10 miliardi, ma anche no. Forse solo 5 miliardi. Il dibattito tutto italiano sulla spending review si è trasformato in un surreale balletto di cifre. E l’ultima giravolta, per ora, è quella della legge di stabilità 2016 che mette nero su bianco tagli di spesa nel complesso non superiori a 7 miliardi per il prossimo anno. Sulle cifre, in verità, ancora si discute, visto che modi, tempi e valore dei tagli sono oggetto di negoziato all’interno del governo e con le varie lobby interessate.

Di certo, i numeri di questi giorni sono lontanissimi dalle promesse di Matteo Renzi, che dodici mesi fa dichiarava di puntare a una spending review di 20 miliardi con l’obiettivo «di investire sui settori strategici dell’istruzione e della ricerca senza aumentare le tasse». A un anno di distanza, il governo finanzia spese supplementari e investimenti aumentando il deficit. Dei tagli promessi restano le briciole. E non è solo una questione di numeri. Il grosso degli interventi andrà a colpire i bilanci delle regioni, per 1,8 miliardi, e il fondo sanitario, mentre restano marginali i risparmi ottenuti con l’eliminazione di sprechi e duplicazioni nella gestione dei ministeri e degli enti pubblici. La logica degli interventi non sembra molto lontana dai famigerati tagli lineari dei governi di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti.

In una recente intervista (“Sole 24Ore” del 20 ottobre) il ministro Pier Carlo Padoan ha spiegato che per intervenire sulle singole voci di spesa bisogna elaborare nuovi criteri di funzionamento della pubblica amministrazione. Sui tempi di questa “elaborazione” il ministro non si è però espresso. Par di capire che non saranno brevi. Così come procede a rilento la macchina delle privatizzazioni. Anche in questo caso le promesse di Renzi si sono sgonfiate strada facendo. Mentre, uno dopo l’altro, hanno gettato la spugna i consulenti chiamati a la grana dei tagli. L’ultimo in ordine di tempo è il professore bocconiano Roberto Perotti. Prima di lui Carlo Cottarelli.

Nei piani originari del governo, quelli esposti nel Documento di economia e finanza (Def) del 2014, la vendita di beni pubblici avrebbe dovuto fruttare un incasso attorno «a 0,7 punti percentuali di Pil all’anno dal 2014 e per i tre anni successivi». Come dire che i proventi alla voce privatizzazioni avrebbero dovuto superare i 10 miliardi l’anno. A dire il vero, già nell’aggiornamento del Def 2015, un documento di poche settimane fa, le previsioni erano state ridimensionate a un più realistico 0,4 per cento (6 miliardi di euro) per quest’anno per poi passare allo 0,5 per cento nel 2016 e nel 2017.

L’obiettivo del 2015 (quello corretto al ribasso) è stato quasi raggiunto grazie alla vendita del 40 per cento delle Poste e al collocamento (a febbraio) di un pacchetto del 5 per cento dell’Enel per un incasso complessivo di circa 5,5 miliardi. Nel 2016 il governo vorrebbe portare in Borsa le Ferrovie dello Stato. L’operazione richiede tempi lunghi e non sarà facile rispettare la scadenza. Nel frattempo il treno delle privatizzazioni continua a viaggiare in ritardo.

GIUSTIZIA E LOTTA ALLA CORRUZIONE 
“La giustizia deve essere tempestiva. Non possiamo cedere davanti alla prescrizione. I processi devono essere veloci e giusti”. Tweet, 20 novembre 2014

Questo scriveva Renzi, all’indomani dell’annullamento delle condanne nel processo Eternit. Ma per la verità, giusto sulla prescrizione, il programma del governo è al palo: il ddl che allunga la scadenza dei processi per alcuni reati corruttivi e rimodula la sospensione dei termini per le condanne non definitive, approvato alla Camera dopo 11 mesi di liti, da aprile è fermo al Senato (una seduta al mese, in commissione).

Ma Renzi ha sostanzialmente condotto in porto gran parte degli annunci: anche se in alcuni casi alla “promessa mantenuta” corrisponde più un bel titolo che una sostanza altrettanto robusta. O almeno così lamentano i magistrati, che parlano di riforme «timide», «disorganiche», «deludenti». In ogni caso, dopo la enunciazione nell’estate 2014 del pacchetto di 7 provvedimenti per “rivoluzionare” la giustizia, Renzi è partito giusto con un paio di novità indigeste ai giudici. La prima è la riforma della responsabilità civile dei magistrati, che è divenuta più stringente eliminando il filtro di ammissibilità (con la vecchia legge Vassalli, in 27 anni, erano stati ammessi solo 46 ricorsi). La seconda è la riduzione delle ferie per i magistrati, da 45 a 30 giorni: ma la norma si presta a interpretazioni e di fatto viene aggirata.

Quanto ai processi civili, sparita dai radar la grande riforma complessiva, si è agito invece sul fronte dello snellimento. Le cause pendenti sono scese sotto i 5 milioni: in parte con l’introduzione dell’obbligatorietà del processo telematico (però in molti tribunali si procede tutt’ora per cartaceo), in parte grazie al decreto sull’arretrato civile, che ha semplificato alcune procedure. «Il calo è sensibile», ma «nessun trionfalismo è autorizzato», ha detto ora il Guardasigilli Orlando all’Anm. L’asticella fissata da Renzi è alta: «Dimezzare entro #millegiorni arretrato del civile e garantire prociv in primo grado in un anno», aveva twittato il 27 agosto 2014.

In materia penale, oltre ad autoriciclaggio e reati ambientali, a maggio è arrivata in porto la legge anti-corruzione: reintroduce il falso in bilancio (depenalizzato da Berlusconi); dà più poteri all’Anac di Cantone; aumenta le pene per i principali reati contro la P.a., in modo tale che, spiegò in video lo stesso Renzi, «adesso anche se patteggi, un po’ di carcere te lo fai comunque». È in itinere la riforma del processo penale, da poco approvata alla Camera: il punto più contestato è la delega per riscrivere la normativa sulla pubblicabilità delle intercettazioni, il ritorno in auge del “no al bavaglio” fa ipotizzare un futuro accidentato.

Sospesa nello spazio riservato alle calende greche è invece la riforma del Csm, punto sul quale i magistrati sono sensibilissimi.

DIRITTI 
“Le unioni civili saranno legge entro l’anno”. Assemblea del Pd, 18 luglio 2015

Con questo annuncio Renzi ha convinto il sottosegretario Scalfarotto a interrompere lo sciopero della fame intrapresoper protestare contro la mancata approvazione del ddl Cirinnà. In realtà, l’affermazione del premier è solo la penultima di una serie: delle unioni civili Renzi parla sin dall’inizio del suo governo. E solo a metà ottobre il disegno di legge che istituisce e regola le unioni omosessuali (compresa la reversibilità della pensione e l’adozione interna alla coppia) ha messo piede per la prima volta in aula, al Senato: non sarà discusso prima di dicembre, anzi è probabile che slitti al 2016. La cautela è d’obbligo, dopo quasi un biennio di slittamenti al suono di «si farà in primavera», «entro l’estate», «a settembre», «subito dopo la legge elettorale», «subito prima delle regionali».

In generale, il premier sul fronte dei diritti civili non ha messo il turbo: poche promesse, magari non scontate, ma da portare avanti senza fretta.
Anche per lo ius soli, la prima approvazione da parte della Camera risale a pochi giorni fa: si apre alla cittadinanza per i figli degli immigrati a condizione che frequentino almeno cinque anni di scuola o che uno dei due genitori abbia un permesso di soggiorno di lunga durata (per i nati in Italia).

Ma il ddl deve ancora passare al Senato. Più rapido, anche perché legato alla politica di deflazione del carico sui tribunali, è stato il sì alla legge sul divorzio breve, arrivato in aprile tra i mugugni dell’Ncd: in assenza di figli minori o portatori di handicap, riduce da tre anni a sei mesi il tempo di attesa per dirsi addio, senza bisogno di metter piede in tribunale (se si ricorre al giudice i mesi diventano 12).

Ma il pacchetto Renzi in sostanza finisce qui. Il premier non ha preso impegni formali, per dire, nemmeno sulla legge contro l’omofobia. Il provvedimento, approvato alla Camera nell’estate 2013, giace al Senato del tutto intoccato dal giugno 2014. «Giornata mondiale contro omofobia.

C’è ancora molto da fare, anche in Italia», twittava Renzi il 17 maggio 2014. Il 17 maggio 2015, neanche il cinguettio.

SUD 
«Prima della legge di stabilità, vorrei che il Pd uscisse con un vero e proprio masterplan per il Sud, con una serie di proposte concrete». Direzione Pd, 7 agosto 2015 

Era stata convocata per met settembre la riunione del Pd per il piano sul Sud. Invece il giorno dell’inaugurazione a Bari della fiera del Levante, il premier è volato a New York per assistere alla finale degli Us Open Pennetta-Vinci. L’annunciata svolta non si è mai vista.

Con la presentazione della legge di Stabilità è arrivata poi la delusione più cocente. Per settimane si è parlato di misure speciali: credito di imposta per le aziende meridionali, riduzione delle tasse alle imprese del Sud, decontribuzione per i nuovi assunti nelle regioni del Sud. Invece, solo provvedimenti ad hoc: l’Ilva di Taranto, la bonifica della terra dei fuochi in Campania (450 milioni), il completamento della Salerno-Reggio Calabria, un evergreen dei governi di ogni colore. Il Pil del Sud vede una timida luce, ma il masterplan? Sarà per un’altra volta.

SCUOLA 
“Assumiamo oltre centomila precari. Ovviamente chi non rientra nell’elenco si lamenta” Lettera agli insegnanti, 13 maggio 2015 

Più assunzioni, più soldi per gli insegnanti, 40 milioni per la formazione e il bonus di 500 euro annui per l’aggiornamento culturale del professore, l’autonomia, il rapporto scuola-lavoro, i poteri del dirigente scolastico (il preside-sceriffo...). Sulla “buona scuola” Renzi scrive una lettera ai prof e produce un video in cui si presenta armato di gessetti colorati e lavagna. Non convince, però: cortei di protesta e calo del consenso forse decisivo nella sconfitta del Pd in alcune regioni.A riforma approvata partono le assunzioni: entrano in 38mila, in settemila dovranno spostarsi di casa, dal sud al nord.

IMMIGRAZIONE 
“Siamo in un tempo in cui la paura ci fa considerare il diverso come un potenziale pericolo, torna a farsi spazio
il concetto di frontiera. E voi pensate che siamo in grado di dire che l’accordo di Dublino possa essere improvvisamente modificato? Chi lo dice si assume la responsabilità di fare una politica estera, o presunta tale, basata sulla superficialità e la demagogia”. Discorso alla Camera, 24 giugno 2015


Era quasi una promessa al contrario: il trattato di Dublino che condanna il paese di prima accoglienza a ospitare i richiedenti asilo non si può cambiare. A giugno il governo era sotto l’assedio degli sbarchi in Sicilia e della propaganda di Matteo Salvini. Il premier era costretto sulla difensiva, quasi tentato di inseguire la Lega sul suo terreno. «Non dobbiamo avere paura della parola respingimenti», aveva detto in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo. A Bruxelles aveva affrontato un duro scontro con il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, e con i paesi dell’Est sull’accoglienza di 40mila rifugiati: «Se non siete d’accordo non siete degni di chiamarvi Europa.

Se questa è la vostra idea di Europa tenetevela». Dopo quattro mesi tutto sembra cambiato. A Bruxelles si discute ancora, le quote sono salite a 100mila, ma l’Italia non è più isolata, il partito dell’accoglienza è guidato dalla Merkel. L’emergenza profughi si è spostata dal Mediterraneo alle frontiere orientali. La Lega cala nei sondaggi. Renzi ha messo la firma sulla svolta: «Dublino è superato. Ciò che dicevamo da soli ora lo dicono tutti». Infine è arrivato il via libera della commissione Ue: flessibilità sui conti per compensare l’impegno italiano sull’immigrazione: un bonus di 3,3 miliardi. I migranti sbarcati scesi: 139.770 contro i 153.475 del 2014. I morti no: quasi tremila, come un anno fa.

TRASPARENZA DEL POTERE 
“Il Freedom of information act è uno dei grandi impegni presi con le primarie e avrà un decreto legislativo di attuazione nelle prossime settimane” Intervento al Forum della Pubblica amministrazione, 5 agosto 2015

È stata la madre di tutte le promesse renziane, l’introduzione in Italia del Freedom information act, l’istituto di massima trasparenza della pubblica amministrazione, il diritto di ogni cittadino di accedere a dati e informazioni in possesso di un soggetto pubblico. Renzi ne parlò a Verona il 13 settembre 2012, quando si candidò per la prima volta alle primarie per la candidatura a premier contro Pier Luigi Bersani, oggi la promessa è contenuta nella riforma Madia sulla pubblica amministrazione, all’articolo 7 in cui si parla di «diritto di accesso, anche per via telematica, di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», con relativo decreto di attuazione in arrivo.

Nell’attesa un certo grado di opacità è calato sulle spese di Palazzo Chigi e del premier. Per la presidenza del Consiglio nel primo anno di governo Renzi lo Stato ha speso 3 miliardi e 683 milioni, 139,5 più del governo Letta, con un aumento delle risorse destinate all’acquisto di beni e servizi. E non si sa ancora quanto costerà l’acquisto e la manutenzione del nuovo aereo di Stato, l’A340 che avrebbe dovuto debuttare in occasione della visita del premier in Sud America e a Cuba prima di essere costretto al rinvio. Con i giornalisti che seguono Palazzo Chigi orari, spostamenti, cambiamenti di programma sono segnalati all’ultimo minuto. Le conferenze stampa si sono ridotte al minimo. Per l’informazione quotidiana basta l’sms che il portavoce Filippo Sensi manda ogni giorni ai cronisti che raccontano Renzi. Poco, per la trasparenza del potere.

MEDITERRANEO 
“L’Italia è pronta a svolgere un ruolo di protagonismo innanzitutto diplomatico e poi anche di peacekeeping, sotto egida Onu nel territorio libico” “Otto e mezzo”, 9 gennaio 2015 
L’atteggiamento del governo italiano nei confronti della polveriera libica riassume meglio di un tweet tutta la politica estera di Renzi.

La costante rivendicazione verbale di un ruolo: da protagonista, da guida, l’Italia non più comprimaria nella gestione delle grandi crisi. E la prudenza, per non dire incertezza, quando dalle parole si tratta di passare ai fatti.

L’Italia rivendica un seggio nel consiglio di sicurezza Onu e il ruolo-guida della possibile missione militare in Libia. Obiettivo ribadito da Renzi nel suo ultimo intervento alle Nazioni Unite. Ma ogni volta che è stato chiesto all’Italia di assumersi una responsabilità diretta il governo si è avvitato su una serie di stop and go.

Di guerra contro l’Isis in Libia parlò esplicitamente il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: «Se la mediazione dell’Onu fallisce siamo pronti a combattere, in un quadro di legalità internazionale». Il ministro della Difesa Roberta Pinotti precisò che una spedizione in Libia avrebbe richiesto un impegno non inferiore a quello dell’Afghanistan: cinquemila uomini.

Era il 15 febbraio, nonostante avesse parlato per primo di impegno in Libia, Renzi virò su una linea di cautela. Un mese fa la scena si è ripetuta quando Renzi ha frenato sul cambio di regole di ingaggio dei Tornado in Iraq. Per ora l’unico impegno italiano è il prolungamento della missione in Afghanistan di un anno. Sullo scacchiere mediorientale l’Italia si muove in sintonia con Israele e con l’Egitto di Al-Sisi. Con attenzione verso il protagonismo in Siria della Russia di Putin. Ambizioni da potenza autonoma, che spiegano il disappunto del premier quando ha visto l’Italia esclusa dal vertice informale di Parigi su Libia e Siria: c’erano Francia, Germania, Inghilterra e l’alta rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini. E Renzi se l’è presa con lei.

RAI E NOMINE 
“Niente paura. Il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti. #cambiaverso #italiariparte”. Tweet, 18 gennaio 2014

«Fuori i partiti dalla Rai. La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello Bbc (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica». Recitava così il punto numero 17 del programma dei cento punti presentato da Renzi alla stazione Leopolda nel 2011. Preistoria. Il Renzi di governo ha nominato in ogni cda un amico politico, anzi, un fiorentino. Il Giglio magico: Alberto Bianchi (Enel), Fabrizio Landi (Finmeccanica), Federico Lovadina (Ferrovie)... Tutti purissima razza Leopolda.

Alla vice-presidenza dell’Eni si è addirittura trasferito, direttamente dal governo senza tappe intermedie, il vice-ministro degli Esteri Lapo Pistelli.

La Rai non fa eccezione. Nel cda di viale Mazzini c’è il gigliato Guelfo Guelfi che inonda i giornali di articoli e tracima di vanità finalmente soddisfatta. Direttore generale, in attesa che sia votata la riforma che lo trasformerà in amministratore delegato, è Antonio Campo Dall’Orto. Presenza fissa ai raduni renziani, la nomina è avvenuta dopo un passaggio a Palazzo Chigi, annunciato con comunicato ufficioso alle agenzie. A cose fatte è arrivata la rivendicazione di Renzi: «Il cda della Rai non poteva che essere espressione dei gruppi parlamentari presenti in Vigilanza, perché naturalmente si fanno gli accordi sulle rispettive appartenenze. Ciascuno può rimpiangere i cda che presentavano grandi nomi della società civile: la scommessa è ora dimostrare che anche la politica può essere civile». La lottizzazione è di nuovo una virtù.

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