martedì 13 ottobre 2015

La Peggiore Riforma

da il manifesto

La legge costituzionale Che il Senato voterà Oggi dissolvere l'identità della Repubblica nata Dalla Resistenza. E inaccettabile per il Metodo ei Contenuti; lo e ancor Di Più in rapporto alla legge elettorale Già approvata. Nel Metodo: è costruita per la Sopravvivenza di un Governo e di Una Maggioranza Privi di Qualsiasi legittimazione sostanziale DOPO la sentenza con la which la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità del «Porcellum»

EDITORIALE 
La Peggiore Riforma 



La copertina del 13 ottobre 2015 

Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Massimo Villone 

La pro­po­sta di legge costi­tu­zio­nale che il senato voterà oggi dis­solve l’identità della Repub­blica nata dalla Resi­stenza. È inac­cet­ta­bile per il metodo e i con­te­nuti; lo è ancor di più in rap­porto alla legge elet­to­rale già approvata.
Nel metodo: è costruita per la soprav­vi­venza di un governo e di una mag­gio­ranza privi di qual­siasi legit­ti­ma­zione sostan­ziale dopo la sen­tenza con la quale la Corte costi­tu­zio­nale ha dichia­rato l’illegittimità del «Por­cel­lum». Mol­te­plici for­za­ture di prassi e rego­la­menti hanno deter­mi­nato in par­la­mento spac­ca­ture insa­na­bili tra le forze poli­ti­che, giun­gendo ora al voto finale con una mag­gio­ranza rac­co­gli­tic­cia e occa­sio­nale, che nem­meno esi­ste­rebbe senza il pre­mio di mag­gio­ranza dichia­rato illegittimo.
Nei con­te­nuti: la can­cel­la­zione della ele­zione diretta dei sena­tori, la dra­stica ridu­zione dei com­po­nenti — lasciando immu­tato il numero dei depu­tati — la com­po­si­zione fon­data su per­sone sele­zio­nate per la tito­la­rità di un diverso man­dato (e tratta da un ceto poli­tico di cui l’esperienza dimo­stra la pre­va­lente bassa qua­lità) col­pi­scono irri­me­dia­bil­mente il prin­ci­pio della rap­pre­sen­tanza poli­tica e gli equi­li­bri del sistema isti­tu­zio­nale. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva per­se­guirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichia­rato di costruire una più effi­ciente Repub­blica delle auto­no­mie, smen­tito dal com­plesso e far­ra­gi­noso pro­ce­di­mento legi­sla­tivo, e da un rap­porto stato-Regioni che solo in pic­cola parte rea­lizza obiet­tivi di razio­na­liz­za­zione e sem­pli­fi­ca­zione, deter­mi­nando per con­tro rischi di neo-centralismo.
Il vero obiet­tivo della riforma è lo spo­sta­mento dell’asse isti­tu­zio­nale a favore dell’esecutivo. Una prova si trae dalla intro­du­zione in Costi­tu­zione di un governo domi­nus dell’agenda dei lavori par­la­men­tari. Ma ne è soprat­tutto prova la siner­gia con la legge elet­to­rale «Ita­li­cum», che aggiunge all’azzeramento della rap­pre­sen­ta­ti­vità del senato l’indebolimento radi­cale della rap­pre­sen­ta­ti­vità della camera dei depu­tati. Bal­lot­tag­gio, pre­mio di mag­gio­ranza alla sin­gola lista, soglie di accesso, voto bloc­cato sui capi­li­sta con­se­gnano la camera nelle mani del lea­der del par­tito vin­cente — anche con pochi voti — nella com­pe­ti­zione elet­to­rale, secondo il modello dell’uomo solo al comando. Ne ven­gono effetti col­la­te­rali nega­tivi anche per il sistema di checks and balan­ces. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei com­po­nenti della Corte costi­tu­zio­nale, del Csm. E ne esce inde­bo­lita la stessa rigi­dità della Costi­tu­zione. La fun­zione di revi­sione rimane bica­me­rale, ma i numeri neces­sari sono alla Camera arti­fi­cial­mente garan­titi alla mag­gio­ranza di governo, men­tre in senato tro­viamo mem­bri privi di qual­siasi legit­ti­ma­zione sostan­ziale a par­te­ci­pare alla deli­ca­tis­sima fun­zione di modi­fi­care la Carta fondamentale.
L’incontro delle forze poli­ti­che anti­fa­sci­ste in Assem­blea costi­tuente trovò fon­da­mento nella con­di­vi­sione di essen­ziali obiet­tivi di egua­glianza e giu­sti­zia sociale, di tutela di libertà e diritti. Sul pro­getto poli­tico fu costruita un’architettura isti­tu­zio­nale fon­data sulla par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, sulla rap­pre­sen­tanza poli­tica, sull’equilibrio tra i poteri.
Il dise­gno di legge Renzi-Boschi stra­volge radi­cal­mente l’impianto della Costi­tu­zione del 1948, ed è volto ad affron­tare un momento sto­rico dif­fi­cile e una pesante crisi eco­no­mica con­cen­trando il potere sull’esecutivo, ridu­cendo la par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, met­tendo il bava­glio al dis­senso. Non basta certo in senso con­tra­rio l’argomento che la pro­po­sta riguarda solo i pro­fili orga­niz­za­tivi. L’impatto sulla sovra­nità popo­lare, sulla rap­pre­sen­tanza, sulla par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica, sul diritto di voto è indi­scu­ti­bile. Più in gene­rale, l’assetto isti­tu­zio­nale è deci­sivo per l’attuazione dei diritti e delle libertà di cui alla prima parte, come è stato reso evi­dente dalla scia­gu­rata riforma dell’articolo 81 della Costituzione.
Biso­gna dun­que bat­tersi con­tro que­sta modi­fica della Costi­tu­zione. Facendo man­care il voto favo­re­vole della mag­gio­ranza asso­luta dei com­po­nenti in seconda deli­be­ra­zione. E poi con una bat­ta­glia refe­ren­da­ria come quella che fece cadere nel 2006, con il voto del popolo ita­liano, la riforma — pari­menti stra­vol­gente — appro­vata dal centrodestra.
POLITICA 
L'analfabeta costituzionale 
Dalla A alla Z, Tutti i Pericoli e Gli Errori della nuova Costituzione voluta da Renzi. La fretta del Presidente del Consiglio, le forzature regolamentari, la presa del Governo sul parlamento, i Rischi per il presidente della Repubblica. E Anche Qualche miglioramento. Soltanto promesso
- Andrea Fabozzi 
«Le riforme sono l’Abc per diven­tare un paese come gli altri», è una delle tante dichia­ra­zioni del pre­si­dente del Con­si­glio. Ma la sua «riforma» può far diven­tare l’Italia un paese assai meno democratico.

Ecco il nostro Abc.

Annunci. Non era ancora a palazzo Chigi ma già pro­po­neva la sua costi­tu­zione. Renzi ha cam­biato idea sul con­te­nuto della legge di riforma — era par­tito da un senato com­po­sto da sin­daci e per­so­na­lità nomi­nate dal pre­si­dente della Repub­blica — ma ha man­te­nuto la fretta. Nell’aprile dell’anno scorso pro­cla­mava: «Entro il 25 mag­gio dob­biamo arri­vare al supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo». Bica­me­ra­li­smo. Meno tre, meno due, meno un giorno alla fine del bica­me­ra­li­smo. L’Unità sta facendo il conto alla rove­scia. E pazienza se il voto di oggi è ancora il penul­timo passo della prima let­tura della riforma. Tra tre mesi prima il senato e poi la camera dovranno con­fer­mare il voto con la mag­gio­ranza asso­luta. Tra almeno un anno ci sarà il refe­ren­dum. E se anche andasse tutto bene per il governo, il bica­me­ra­li­smo non finirà. Per­ché è con­fer­mato per una lunga lista di leggi (prende 350 parole nel nuovo arti­colo 70 della Costi­tu­zione) e per­ché il senato potrà deci­dere di richia­mare qua­lun­que prov­ve­di­mento. Non darà più la fidu­cia al governo, ma il senato avrebbe potuto essere can­cel­lato del tutto. È stato pro­po­sto, Renzi ha lasciato cadere. Avrebbe dovuto met­tere in discus­sione la nuova legge elet­to­rale ultra mag­gio­ri­ta­ria per la camera.
Costi. L’annuncio è arri­vato ovvia­mente via twit­ter, a gen­naio 2014: «Via i sena­tori, un miliardo di tagli alla poli­tica». I sena­tori non avranno un secondo sti­pen­dio oltre a quello di con­si­glieri regio­nali, ma andranno rim­bor­sati per i loro viaggi a Roma. La strut­tura di palazzo Madama resterà. Secondo la Ragio­ne­ria dello stato i risparmi non supe­re­ranno i 50 milioni l’anno. Secondo cal­coli più gene­rosi si può arri­vare a 150 milioni. Siamo lon­tani dal miliardo.
Diritti delle mino­ranze. È uno degli argo­menti usati dai difen­sori della riforma per negare la svolta auto­ri­ta­ria: «Ma se abbiamo intro­dotto i diritti delle mino­ranze par­la­men­tari». Non è esatto: nel nuovo arti­colo 64 della Costi­tu­zione c’è solo un rin­vio. Si dichiara che i diritti delle mino­ranze e lo sta­tuto delle oppo­si­zioni saranno pre­vi­sti dai rego­la­menti delle camere. In futuro ed eventualmente.
Ele­zione. Il risul­tato della media­zione tra Renzi e la mino­ranza del Pd è una quasi ele­zione diretta dei sena­tori. La for­mula magica è rin­viata al giorno in cui saranno appro­vate le leggi elet­to­rali regio­nali. Il sistema dovrebbe pre­ve­dere l’indicazione da parte degli elet­tori, sulla base di un listino pre­di­spo­sto dai par­titi, e la con­ferma della scelta da parte dei con­si­glieri regio­nali. Il numero dei senatori-consiglieri che andranno a cia­scuna forza poli­tica dipen­derà però dalla con­si­stenza dei gruppi regio­nali, non dalle pre­fe­renze dei cittadini.
Fun­zioni del senato. Non sarà un senato delle garan­zie. Avrà poteri di inchie­sta par­la­men­tare assai limi­tati — sulle mate­rie con­cer­nenti le auto­no­mie ter­ri­to­riali — e senza la cer­tezza che la com­mis­sione d’inchiesta rap­pre­senti le mino­ranze. Para­dos­sal­mente per i soste­ni­tori della fine del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio, il nuovo senato con­serva poteri legi­sla­tivi non banali e ha una fun­zione non ben defi­nita di «rac­cordo» tra le regioni e lo Stato, tra le regioni e l’Unione euro­pea. Può espri­mere pareri sulle nomine di com­pe­tenza del governo, non vincolanti.
Guerra. La dichia­ra­zione dello stato di guerra che oggi è di com­pe­tenza di entrambe le camere passa alla sola camera dei depu­tati. Ser­virà la mag­gio­ranza asso­luta, quella che il primo par­tito avrà garan­tita dal pre­mio elet­to­rale. Non è stato modi­fi­cato l’articolo 60 della Costi­tu­zione in base al quale dopo la dichia­ra­zione di stato di guerra con una legge ordi­na­ria si può pro­lun­gare la durata della legi­sla­tura e rin­viare le elezioni.
Immu­nità. Ai 5 pre­scelti dal Capo dello stato, ai 74 con­si­glieri regio­nali, ai 21 sin­daci pro­mossi al senato si appli­cherà pie­na­mente l’articolo 68 della Costi­tu­zione, che non è stato toc­cato. Non potranno essere inter­cet­tati, per­qui­siti, arre­stati senza l’autorizzazione del senato. Le pro­po­ste di abo­lire que­ste garan­zie per i i poli­tici locali, che non bril­lano per i cur­ri­cu­lum cri­stal­lini, o di limi­tare la coper­tura all’attività par­la­men­tare, sono state respinte dal governo. O meglio rin­viate. Avreb­bero ral­len­tato la corsa.
Legge elet­to­rale. Non si capi­sce la riforma costi­tu­zio­nale senza la nuova legge elet­to­rale. Sia da un punto di vista pra­tico: l’Italicum serve a eleg­gere solo i depu­tati. Sia da un punto di vista poli­tico: alla camera il vin­ci­tore potrà con­tare sulla mag­gio­ranza asso­luta. E potrà cam­biare ancora la Costi­tu­zione, anche nella prima parte che que­sta volta non si è for­mal­mente toccata.
Mag­gio­ranze. È infatti una que­stione di numeri. L’Italicum asse­gna almeno 340 seggi su 630 della camera al primo par­tito. Il quale gra­zie al bal­lot­tag­gio resta primo anche se rac­co­glie una per­cen­tuale bassa di votanti al primo turno — anche il 20%. Al senato il sistema pre­mia le mag­gio­ranze regio­nali (oggi in 17 casi su 20 del Pd) e asse­gna almeno 60 seggi su 100 allo stesso partito.
Nazione. Solo i depu­tati con­ti­nue­ranno a rap­pre­sen­tare la nazione. Il senato «rap­pre­senta le isti­tu­zioni ter­ri­to­riali». Salvo che i sena­tori di una regione non saranno obbli­gati a votare allo stesso modo (come in Ger­ma­nia) e reste­ranno così rap­pre­sen­tati innan­zi­tutto del loro partito.
O così… o si va a votare. Mat­teo Renzi l’ha ripe­tuto a ogni pas­sag­gio della riforma in par­la­mento. Met­tendo di fatto la fidu­cia sulla legge costi­tu­zio­nale. Non sta a lui scio­gliere le camere, ma ha minac­ciato di farlo anche quando il pre­si­dente della Repub­blica — che ha que­sto potere — non era in carica, tra le dimis­sioni di Napo­li­tano e l’elezione di Mattarella.
Pre­si­dente della Repub­blica. Con­ti­nuerà a eleg­gerlo il par­la­mento in seduta comune, senza più i 58 dele­gati regio­nali. Il peso dei sena­tori crolla. Il potere della mag­gio­ranza aumenta, gra­zie al modo in cui sono stati dise­gnati i quorum.
Quo­rum. Nei primi tre scru­tini per eleg­gere il pre­si­dente della Repub­blica ser­vono i voti dei due terzi degli aventi diritto. Oggi si tratta di 673 voti, in futuro di 487. Dal quarto scru­ti­nio bastano i tre quinti dei com­po­nenti e dal set­timo i tre quinti dei votanti. Bastano cioè 438 voti. Al primo par­tito, tra depu­tati e sena­tori, man­che­reb­bero allora non più di una tren­tina di voti. Baste­rebbe qual­che assenza, o una man­ciata di con­ver­titi sul modello Verdini.
Refe­ren­dum. Il ricorso agli stru­menti di demo­cra­zia diretta è in teo­ria favo­rito dalla nuova Costi­tu­zione. In pra­tica ci sono solo rin­vii a suc­ces­sive leggi costi­tu­zio­nali: per intro­durre i refe­ren­dum pro­po­si­tivi o per fare in modo che il par­la­mento sia obbli­gato a discu­tere le pro­po­ste di legge di ini­zia­tiva popo­lare. Di con­creto e da subito c’è solo l’aumento delle firme che biso­gnerà rac­co­gliere, tri­pli­cate per l’iniziativa popo­lare (da 50mila a 150mila), aumen­tate da 500mila a 800mila per il refe­ren­dum (in que­sto caso però il quo­rum si cal­cola sulla metà più uno non degli aventi diritto ma dei votanti alle ultime ele­zioni per la camera).
Sin­daci. Ven­tuno primi cit­ta­dini diven­te­ranno anche sena­tori. Uno per la pro­vin­cia di Trento, uno per la pro­vin­cia di Bol­zano e uno per ognuna delle altre 19 regioni. Saranno votati dai con­si­glieri regio­nali. Non è pre­vi­sta alcuna indi­ca­zione popo­lare, nem­meno indi­retta. Non c’è garan­zia che i pre­scelti saranno i sin­daci dei comuni più rappresentativi.
Tran­si­to­rie. Nelle dispo­si­zioni tran­si­to­rie della Costi­tu­zione del 1948 era scritto in poche parole che sareb­bero diven­tati com­po­nenti del primo senato i mem­bri dell’Assemblea costi­tuente e i par­la­men­tari dichia­rati deca­duti dal fasci­smo. Nelle nuove dispo­si­zioni tran­si­to­rie si tenta di rime­diare al pastic­cio dell’elezione «quasi diretta» in assenza di ele­zioni regio­nali. Ma in 13 commi non ci si rie­sce gran­ché. Tanto che per avere un senato com­po­sto inte­ra­mente da par­la­men­tari almeno indi­cati dai cit­ta­dini biso­gnerà aspet­tare il 2022.
Ultimi giri. Dopo il voto di oggi al senato, la legge di revi­sione torna alla camera. Dove però potranno essere discussi solo gli arti­coli modi­fi­cati al senato, in tutto sei. La pro­ce­dura dell’articolo 138 della Costi­tu­zione, pre­vi­sta per revi­sioni limi­tate e qui uti­liz­zata per cam­biare 47 arti­coli (più di un terzo della Carta), sta­bi­li­sce una pausa di rifles­sione di tre mesi e suc­ces­si­va­mente un nuovo voto di cia­scuna camera con l’obbligo della mag­gio­ranza asso­luta. Il governo dovrà riu­scire a con­ser­varla anche al senato (alla camera non è un pro­blema), ma resterà in ogni caso lon­tano dallo soglia qua­li­fi­cata dei due terzi. Potrà allora tenersi il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo, per il quale non è pre­vi­sto un quo­rum minimo di partecipanti.
Voto a data certa. Oltre i numeri blin­dati dal pre­mio di mag­gio­ranza, la presa dell’esecutivo sulla camera aumenta gra­zie a nuovi stru­menti. Come i dise­gni di legge «essen­ziali per l’attuazione del pro­gramma» che i depu­tati sono tenuti a votare entro set­tanta giorni. Maxie­men­da­menti, fidu­cia e decreti legge restano tutti.
Zit­titi. L’ultima parola è sul modo in cui sono stati con­dotti i lavori par­la­men­tari. Bloc­cate le com­mis­sioni per volere della mag­gio­ranza, legate le oppo­si­zioni con i tempi con­tin­gen­tati, stron­cato l’ostruzionismo con la tec­nica (fuori dal rego­la­mento) del «can­guro», le mino­ranze sono state ridotte all’impotenza: nean­che un loro emen­da­mento è stato appro­vato. E oggi molti sena­tori diser­te­ranno l’aula.

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