martedì 13 ottobre 2015

Teatro degli Orrori, viaggio nel paese decadente

da il manifesto
VISIONI

Teatro degli Orrori, viaggio nel paese decadente

Intervista. Il gruppo veneto guidato da Pierpaolo Capovilla pubblica un nuovo album. Uno specchio dei mali italiani: dalle politiche di Renzi alle tragedie sociali

 
Il teatro degli orrori

Dodici tracce che suo­nano come un pesante pugno nello sto­maco, quelle che com­pon­gono il nuovo e omo­nimo album del Tea­tro degli orrori – appena licen­ziato su eti­chetta La tem­pe­sta (distr. Artist First). Den­tro le sto­rie su un paese allo sbando in cui agli orrori della cro­naca si con­trap­punta lo sfa­scio del sistema poli­tico, la per­dita dei diritti acqui­siti e un senso sem­pre più forte di pre­ca­rietà. Pier­paolo Capo­villa pro­se­gue il discorso che aveva in qual­che modo annun­ciato nel suo lavoro soli­sta – Obtorto collo – pub­bli­cato un anno fa: «Esi­ste una cor­ri­spon­denza. È indub­bio che l’Italia, offre nume­ro­sis­simi spunti di rifles­sione e di nar­ra­zione. Ma par­le­rei però di deca­denza della società, vera e inar­re­sta­bile. Una deca­denza cul­tu­rale e poli­tica e quindi antro­po­lo­gica: il paese non è cam­biato, siamo cam­biati noi, sono cam­biato io. Ti dirò, i ragazzi del gruppo sono ancora più incaz­zati di me così da spin­germi a scri­vere dei testi più cat­tivi e più arrab­biati di prima. Io ho seguito il loro con­si­glio e ho cer­cato in que­sto disco una rimo­du­la­zione nar­ra­tiva. Ho cer­cato un voca­bo­la­rio più urbano, meno libre­sco per­ché a volte, lo ammetto, sono un po’ pomposo».
Musi­cal­mente è un album aggres­sivo, certo, ma rispetto al pas­sato il lavoro armo­nico e sugli arran­gia­menti risulta essere più com­plesso, ragio­nato. «Sì, è vero – risponde Giu­lio «Ragno» Favero, il bas­si­sta — anche se nei dischi pas­sati que­sta volontà di ricerca c’è sem­pre stata. Ora con l’ingresso di Mar­cello e Luca (quest’ultimo mae­stro di pia­no­forte) osiamo di più. Nel nuovo disco, ad esem­pio, abbiamo scelto dei tempi dispari mai usati in precedenza».
Il lungo sonno, let­tera aperta al Par­tito demo­cra­tico è un pezzo che si espli­cita da solo: la delu­sione di Capo­villa sulla deriva di quello che una volta era un par­tito di cen­tro sini­stra: «Da ex iscritto – spiega – vivo quella tra­sfor­ma­zione con un sen­ti­mento di lutto e repul­sione, non potevo non scri­verla que­sta can­zone». Sostan­zial­mente è l’eterogenesi dei fini…: «Un nuovo gruppo diri­gente si è impa­dro­nito di quello che era il Pd, par­tito erede del Pci di Ber­lin­guer e lo ha tra­sfor­mato in un gruppo con­ser­va­tore se non rea­zio­na­rio. Cos’è que­sta se non una bru­tale ete­ro­ge­nesi dei fini? Sono stato iscritto per qual­che anno, ma in Renzi non rie­sco a vedere alcuna dif­fe­renza con la poli­tica Ber­lu­sconi. Anzi, il pre­mier ha per­fe­zio­nato la for­mula berlusconiana…».
La paura parla di emar­gi­na­zione, dalla pri­gione all’esclusione sociale. «È il tun­nel in cui la legge e lo stato spin­gono tanti gio­vani, senza pren­dersi cura in alcun modo del loro futuro». Poi c’è Genova, rac­conto della vio­lenza bru­tale di uomini in divisa, il fasci­smo stri­sciante: «Dicia­mo­cela tutta, Genova è stata una sospen­sione dei diritti civili di fronte a tutto il mondo e niente è stato fatto per ren­dere giu­sti­zia alle vit­time. Nei ’70 si sareb­bero detti ’pro­vo­ca­tori in bor­ghese e fasci­sti in divisa’ esat­ta­mente quello che è suc­cesso a Genova. Nella can­zone abbiamo voluto sot­to­li­neare l’orgia di vio­lenza che si è cele­brata a Bol­za­neto e alla Diaz. Se ascolti in cuf­fia il brano, reci­tiamo tutte le por­che­rie, i gemiti e i sus­surri che dice­vano i poliziotti».
Una gior­nata al sole, che con­clude l’album, sem­bra quasi un momento di quiete, eppure non è così. È la dome­nica dell’operaio, il suo momento di libertà nel quale godere di un po’ di tempo libero. Ma poi rico­min­cia la settimana.…«Eh si, un po’ come l’ora d’aria… È il disco più dispe­rato, tene­broso e scuro che abbiamo mai scritto».

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