venerdì 27 maggio 2016

EUROPA Loi Travail: le manifestazioni continuano

Loi Travail: le manifestazioni continuano

Francia . Cortei in tutto il paese. Valls: la riforma resta. Ma il governo si incrina e cerca un cuneo tra Fo e Cgt. Il tempo stringe: il 10 giugno inizia l'Euro di calcio
francia
Ottava giornata di manifestazioni in tutto il paese contro la Loi Travail, la 18esima a Nantes, per esempio, a Parigi tra 18-19mila (fonti Prefettura) e 100mila persone (fonte Fo), con le solite code di scontri. Manifestanti con caschi, occhiali da piscina o da sci, 16 fermi nella capitale, con vetrine spaccate, lacrimogeni, ecc. “Restituiteci i nostri compagni” hanno reagito dei manifestanti alla fine del corteo, in place de la Nation, contestando i fermi. Gli slogan confermano la frattura inconciliabile di quella che un tempo era la sinistra: “fuori questo governo”, “social-traditori”.
In testa al corteo parigino, i leader dei due sindacati Cgt e Fo. Philippe Martinez, della Cgt, afferma di aver chiesto un incontro con François Hollande, ma di non aver ricevuto risposta. Hollande ieri era in Giappone, per il G7, dove ha affermato di seguire gli avvenimenti e ha appoggiato Manuel Valls. Il primo ministro ha “detto quello che doveva dire”, ha affermato il presidente. Valls, al Senato, ha tuonato di nuovo contro la Cgt: “non si puo’ bloccare il paese, non si puo’ attaccare in questo modo gli interessi economici della Francia”. Il 10 giugno inizia l’Euro di football, due milioni di persone sono attese per un avvenimento sportivo trasmesso in tutte le tv del mondo, la Francia non puo’ permettersi immagini di protesta che fanno il giro del mondo, mentre Hollande insiste sul fatto che “va meglio”. Se manca la benzina e i trasporti non funzionano, ci saranno seri problemi. Le raffinerie e i depositi di carburanti sono rimasti bloccati ieri.
Nel backstage, qualcosa si muove. C’è il tentativo di spaccare ulteriormente il fronte sindacale, dando qualcosa a Fo, meno radicale, per isolare la Cgt. Cacofonia nel governo. Valls ha fatto cenno a “possibili miglioramenti” del famigerato articolo 2, quello dell’”inversione della gerarchia delle norme”, che favorisce gli accordi a livello di impresa, al di sotto di quelli di categoria (ma solo per l’organizzazione dell’orario di lavoro, dice Laurent Berger della Cfdt, senza toccare lo Smic, il salario o la sicurezza). Ma pas question di ritirarlo. Valls ha zittito il ministro delle Finanze, Michel Sapin (che in passato era stato responsabile del Lavoro), che ieri ha affermato che sarebbe possibile “ritoccarlo”. Sapin ha cercato di sminare il terreno sociale su un altro fronte: ieri in commissione è passato il progetto di “inquadrare” i guadagni dei grandi manager, non ci sarà un “tetto” ma fa passi avanti l’idea di una legge di regolazione, che imponga ai dirigenti il voto delle assemblee degli azionisti (alla Renault, il consiglio di amministrazione era passato oltre, concedendo al pdg Carlos Ghosn quello che chiedeva – 7 milioni l’anno, a cui si aggiungono altri 7 dalla Nissan – senza rispettare il parere degli azionisti).
I manifestanti restano determinati, dopo quasi tre mesi di proteste, tanto più che il governo comincia a vacillare e l’opinione pubblica continua ad appoggiare la protesta, malgrado i disagi (benzina, trasporti). Anche se a Fos-sur-Mer, nel sud, un’automobile ha travolto uno sbarramento facendo un ferito grave e a Vitrolles un camionista esasperato ha ferito due persone. Nelle ferrovie e nella metropolitana parigina gli scioperi rischiano di esplodere dalla prossima settimana, se non viene trovata una via d’uscita. Per Gilbert Garrel, Cgt Ferrovieri, “il 75% della popolazione rigetta la Loi Travail, quindi dire che c’è un braccio di ferro tra sindacati e governo è falso, la popolazione è contro. Bisogna che Valls prenda atto della situazione e accetti di rinegoziare”. La Cgt prevede “altre mobilitazioni” prima dell’appuntamento della prossima giornata nazionale di protesta, il 14 giugno, quando la Loi Travail inizierà ad essere discussa al Senato (e probabilmente riportata al testo iniziale, quello voluto dal padronato, poiché qui la destra ha la maggioranza). Per Thierry Chevalier, Cgt Energia, “la radicalizzazione è del governo che mantiene posizioni antidemocratiche”, dopo aver forzato l’approvazione della riforma senza voto, con il ricorso all’articolo 49.3.
Grosse polemiche, ieri, sull’assenza dei giornali nelle edicole, fatta eccezione per L’Humanité. La Cgt Livre ha bloccato la stampa, a causa del rifiuto di tutti i quotidiani di pubblicare un “intervento” del segretario Cgt, Philippe Martinez, che era stato inviato alle redazioni. Il testo è uscito su L’Humanité, unico giornale ad aver accettato.

Nuit Debout

POLITICA Se la democrazia è incompatibile con il mercato

Se la democrazia è incompatibile con il mercato


 
Matteo Renzi a Confindustria nel 2014 
Il pronunciamento netto a favore della riforma istituzionale col quale ieri Vincenzo Boccia ha inaugurato il mandato alla guida di Confindustria non è uno dei tanti pareri che piovono in questi giorni, in seguito alla scelta renziana di aprire la campagna referendaria con mesi di anticipo.
Sul sì degli industriali, che verrà ufficializzato il 23 giugno dal Consiglio generale dell’associazione, non c’erano dubbi. Le motivazioni dell’entusiasta sostegno degli industriali alla riforma meritano tuttavia di essere considerate con attenzione. Boccia infatti non le manda a dire: le riforme sono benvenute e benemerite perché devono «liberare il Paese dai veti delle minoranze e dai particolarismi», il cui perverso esito è stato «l’immobilismo».
Immobilismo? In un Paese in cui, nel 2011, un governo da nessuno eletto ma imposto dall’Europa e da un capo dello Stato che travalicava di molto i confini del proprio ruolo istituzionale ha stracciato in quattro e quattr’otto diritti e garanzie del lavoro conquistate in decenni, senza che quasi nessuno proferisse verbo? Con un governo che nella sua marcia ha incontrato un solo serio ostacolo, costituito non dalle minoranze e dai particolarismi ma da una parte integrante della truppa del premier, i cosiddetti catto-dem? Dal giorno dell’ascesa a palazzo Chigi di Renzi, anche lui senza alcun voto popolare, il loro è stato l’unico no che il governo ha dovuto ingoiare ma è improbabile che a questo alludesse Boccia. Per il resto nessuna minoranza e nessun particolarismo hanno trovato ascolto alle orecchie del gran capo.
Il problema è che gli industriali, proprio come la grande finanza e le centrali del potere europeo, stanno mettendo le mani avanti. Non hanno bisogno di intervenire sul presente, che dal 2011 gli va benone così com’è, ma sul futuro. Devono impedire che la democrazia, dissanguata in nome della crisi dei debiti e del voto del 2013, reclami domani diritti che sulla carta ancora avrebbe. Si tratta, non certo per la prima volta nella storia italiana, di rendere un’emergenza permanente.
Quello degli industriali non è un endorsement tra i tanti: è la vera chiave della riforma, la sua ragion d’essere. Per smontare la retorica sui guasti del bicameralismo che costringerebbe le leggi a transitare come anime in pena tra Montecitorio e Palazzo Madama basterebbero i dati sui tempi di approvazione delle leggi in Europa. L’Italia è nella media.
Da quel punto di vista il bicameralismo non desta preoccupazioni. I tempi diventano biblici solo quando leggi spinose vengono chiuse nel cassetto e lì dimenticate. Nulla, nel nuovo assetto disegnato dalla riforma, impedirebbe di farlo ancora, sia pure in una sola camera.
I poteri economico-finanziari, però, si sono convinti che produzione ed economia possano prosperare solo in una situazione di democrazia decurtata e in virtù di governi autoritari, tali cioè da non doversi misurare con «le minoranze e con i particolarismi», in concreto, con un libero Parlamento.
Come quasi tutti gli orientamenti imposti dall’Europa e dai poteri economico-finanziari si tratta di un dogma. Anche a voler accettare il prezzo salatissimo dello scambio tra democrazia e produttività, nulla garantisce che i risultati arriverebbero, anche solo in termini di efficienza produttiva. Proprio il caso dell’Italia, dove la democrazia parlamentare è soffocata da ormai cinque anni senza risultati apprezzabili, dovrebbe dimostrarlo, ma tant’è. Questa è la strada decisa da chi deve decidere per tutti.
Questo ha detto nel suo primo discorso il presidente di Confindustria. Scusate se è poco.

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