mercoledì 22 giugno 2016

Renzi, una disfatta annunciata

da MicroMega

Renzi, una disfatta annunciata















di Angelo Cannatà 


Adesso tutti parlano della sconfitta di Renzi. Troppo facile. Il ballottaggio del 19 giugno ha mostrato – con i numeri – ciò che era evidente da tempo. Può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? E’ una domanda semplice, che tuttavia ha faticato, non poco, ad entrare nella testa dei cosiddetti grandi opinionisti.

Il “Gruppo Espresso”, attraverso la rivista MicroMega, è tra i primi, insieme al Fatto Quotidiano, ad evidenziare la mutazione antropologica del Pd. Renzi è eletto segretario nel 2013. Pochi mesi dopo - febbraio 2014 - è Premier. MicroMega titola: “Se questo è un leader di sinistra”. Erano già accaduti fatti importanti (e devastanti) annuncio dell’odierna disfatta elettorale. Rileggiamo. E’ un commento al ballottaggio di domenica, scritto con qualche anno d’anticipo.

Se questo è un leader di sinistra.

“Renzi politico o della demagogia”. Potrebbe titolarsi così un libro sul Premier. Demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo è, per definizione, anche colui che inganna. Renzi demagogo, opportunista, ingannatore: un attento lettore del Principe. Ma il leader del Pd – è questo il punto – può avere come modello il Segretario fiorentino? Posta la questione preliminare, andiamo al dunque.

1. Renzi ingannatore. Traditore. Il suo “Enrico stai sereno”, poco prima di pugnalare Letta, non è da meno per efferatezza (psicologica, certo, non è più tempo di omicidi politici), dell’azione di Oliverotto da Fermo che uccise lo zio Fogliani, e tutti i notabili che “li andorono drieto”. Inoltre: cos’è se non un inganno, un tradimento quel rifiutarsi ostinato (sorridente, ma brutale) di guardare nel dolore, nell’abisso di sofferenza della gente comune, mentre duetta amorevolmente con Confindustria? Insomma: da che parte deve stare, sui temi del lavoro, dell’economia, della politica, nelle questioni sociali, culturali, civili, un leader di sinistra?

2. Renzi opportunista. Trasformista. Prende i voti da Berlusconi e Verdini, ma anche da Grillo. Nella tradizione dei due forni. Vero. Ma con un’avvertenza – altrimenti siamo alle note “asettiche” e inutili di Stefano Folli – : i patti col Caimano (quelli veri) sono oscuri, segreti, indicibili; stipulati con un pregiudicato che sconta una pena e non ha una visione affidabile, democratica della cosa pubblica. Renzi vuole trattare col Condannato(ricattandolo, tra l’altro: “stai ai patti altrimenti mi alleo con Grillo”) la legge elettorale e la riforma della Costituzione. Vogliamo continuare a chiamarla “politica dei due forni” o prendiamo atto che il cinismo assoluto ne cambia i connotati rendendola perversa, ai limiti, davvero, della sopportabilità? L’eccesso di opportunismo e segretezza e decisionismo autoritario e spavalderia, eccetera, non muta la qualità di una democrazia?

3. Renzi demagogo. E’ l’aspetto paradossalmente più inquietante, nonostante il già detto, perché ai cittadini meno avvertiti sfugge la demagogia di Renzi: gli riesce, per carattere, di camuffarla bene – nei salotti televisivi – la merce contraffatta. Eppure è visibile. Basta uno sforzo. Piccolissimo. Insomma: è possibile davvero guidare un partito di sinistra e governare in nome della sinistra deridendo la forza-lavoro e il sindacato che la rappresenta, cancellando dal proprio orizzonte concettuale la giustizia sociale? Dove sta la coerenza tra il nome e la cosa? Tra i principi e la realtà? Tra i valori e l’azione politica? Norberto Bobbio: ciò che distingue la destra dalla sinistra è “il diverso atteggiamento di fronte all’idea di eguaglianza.” (Destra e sinistra, Donzelli, p. 71). Che c’entra Renzi col principio-cardine individuato da Bobbio?

E’ sotto gli occhi di tutti: il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Uno scandalo. Insopportabile. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia.

Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – “ce lo impone la crisi” – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. E’ l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione.

D’altronde, mentre gli operai (in carne e ossa) erano a piazza San Giovanni, il demagogo, da Firenze, consentiva al finanziere Davide Serra di cimentarsi sulla necessità di limitare il diritto di sciopero. Non significa niente che, alla fine, abbia preso le distanze. Doveva smarcarsi. Si può volere la marcia su Roma e fingere d’ostacolarla. Conta che da quella fucina di idee – si fa per dire – sia emersa la proposta oscena; che sia proprio Renzi a disperdere e cancellare, nel Partito della Nazione, valori e principi che col nazionalismo non hanno nulla a che fare.

Renzi rappresenta il nuovo? Forse:

a) se nuovo significa scavalcare il Novecento, tornare a rapporti sociali denunciati da Marx, a un lavoro da schiavi senza diritti e dignità (Grundrisse);

b) se nuovo significa svilire il dialogo (discutiamo pure, ma la mia posizione non muta e decido io). Che dialogo è se manca “il mettersi in discussione”? (Socrate);

c) se nuovo significa rifiuto della mediazione: “il governo non tratta col sindacato”; 

d) se nuovo significa licenziare senza giusta causa: negare Rawls: la giustizia “è il primo requisito delle istituzioni sociali, come la verità lo è dei sistemi di pensiero”.

E’ inutile farsi illusioni: Renzi sta col Caimano ed è più pericoloso del suo socio. Questo concentrato di cinismo, opportunismo, demagogia, populismo; questa capacità, sorprendente, di tradire uomini e tradire idee non è un bene per il Paese. Urge per la sinistra, quella vera, smettere di litigare e unirsi intorno a un leader credibile (per storia, carattere, tradizione, impegno politico). Piazza San Giovanni ha dimostrato che esiste lo spazio per una nuova azione politica. Mondo del lavoro e precari. Occupati, disoccupati, nuove povertà. Tutti insieme. E’ un’impresa degna d’essere tentata.

Post scriptum. Suscita meraviglia che Papa Francesco sia più a sinistra del segretario del Pd (“l’attenzione ai deboli e ai poveri è nel Vangelo”). In realtà – se escludiamo la trascendenza – Il Manifesto e il Vangelo hanno molto in comune: “sono forze ispiratrici ancora operanti secondo il ‘pragmatismo solidale’ di Richard Rorty” (MicroMega, 4/98). Il punto è che Renzi non si ispira né a Marx né a Cristo. Ha come modello Giuda: “Gesù stai sereno” (10 novembre 2014).

Si dice: il Partito Democratico ha perso le elezioni a Torino e ha subito una disfatta a Roma, non prende più voti nelle periferie operaie. Chiedo: se quelli appena narrati sono i fatti (e i misfatti) che ha messo in atto, poteva accadere qualcosa di diverso? La domanda è quella posta all’inizio: può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? Infine: si può affermare che abbiamo la Costituzione più bella e, contemporaneamente, rottamarla? La gente non capisce e non vota più Pd. I 5stelle vincono 19 ballottaggi su 20. Inevitabile. E giusto. La politica ha le sue regole. “Il Pd ha bisogno di una rifondazione ideale e di un modo meno aspro di intendere la leadership”, così oggi - 20 giugno - su Repubblica, Stefano Folli. L’ha capito, finalmente. Con due anni di ritardo. Parafrasando Wilde: se è d’accordo con me mi sembra già di essere nel torto
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martedì 7 giugno 2016

Il risultato delle elezioni, secondo Matteo Renzi

Ricevo direttamente da Matteo Renzi (Enews 431) un suo commento sulle amministrative di domenica 5 giugno. Mi chiedo ma Renzi ci è o ci fa, o, absit iniura verbis, è straffato, o peggio vive in Renziland dove i risultati elettorali si devono leggere al contrario?
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foto Enews 431
mi chiedo; ma che avranno da ridere?

Il risultato delle elezioni, secondo Matteo Renzi

Come ai vecchi tempi il giorno dopo le Elezioni hanno vinto tutti. Tutti sorridono davanti alle telecamere per dire che loro sì che hanno trionfato, signora mia. Spiacente, io non sono fatto così. E l'ho detto chiaro: non sono contento, avrei voluto di più. Non sarò mai un pollo di allevamento della politica che ripete le stesse frasi banali ogni scrutinio.
Intendiamoci. Il PD rimane saldamente in testa
(praticamente fa come tutti), i suoi candidati stanno intorno al fatidico 40% in molte città (ma quando mai, a Bologna, il risultato più positivo, è poco sopra il 35% e a Torino, altro dato positivo è al 29, come il M5S), siamo l'unico partito nazionale. Cinque Stelle che canta vittoria governa in appena 17 comuni (compresi espulsi, sospesi e disconosciuti) su ottomila, cui vanno aggiunti altre quattro municipalità ieri. Il movimento di Grillo e Casaleggio è andato al ballottaggio in venti comuni sui 1.300 in cui si votava (dimentica di dire che non era presente in tutti i 1300 comuni)
La Lega crolla, Salvini sta sotto il 3% a Roma ed è doppiato da Berlusconi a Milano, doppiato! (siamo sempre al ''hanno vinto tutti'')
Forza Italia esiste ancora e ottiene risultati positivi a Napoli, Milano, Trieste. Ma scompare da Cagliari a Torino, da Bologna a Roma. La sinistra radicale che per mesi ci ha spiegato come funzionava il mondo non entra in partita né a Roma, né a Torino dove aveva scommesso tanto.
Ma una volta che abbiamo fatto questa lunga analisi del voto, per me cambia poco perché non è che “mal comune mezzo gaudio”: continuo a non essere contento.
A Napoli città il PD praticamente non c'è dal 2011: finita la fase del ballottaggio proporrò alla direzione un commissariamento coraggioso. A Roma Giachetti ha fatto mezzo miracolo a riportarci al ballottaggio: non escludo che riesca a fare anche l'altro mezzo, ma deve recuperare dieci punti di svantaggio (prima delle elezioni aveva detto a Repubblica:''noto l' appassimento di Virginia Raggi e Napoli non è messa così male''. Meglio non lanciarsi in profezie, può succedere come a Fabrizio Rondolino che in un twitter  aveva scritto ''vi do una buona notizia: Virginia Raggi non andrà al ballottaggio'',) . Olimpiadi, sicurezza, capacità di guidare una macchina complessa come il Comune di Roma: se la giocheranno su questo. Temi amministrativi, insomma, non di politica nazionale.
Che non sia un dato nazionale, del resto, si vede chiaramente dalla geografia: zone anche limitrofe vedono risultati molto diversi. È ovvio. Gli italiani sanno votare, sono liberi, scelgono di volta in volta. Fanno zapping in cabina elettorale perché non è più tempo di indicazioni dall'alto dei partiti. E quindi può accadere di tutto, come in realtà è accaduto a questo primo giro.
Dunque: onore ai sindaci eletti al primo turno, in bocca al lupo a chi corre per il secondo giro e un caloroso abbraccio a chi continua a urlare “Ho vinto!” anche quando la realtà dice un'altra cosa. Ma proprio perché non sono come gli altri a me la scenetta di dire che “abbiamo non perso” non è mai riuscita e non riuscirà mai.
Possiamo e vogliamo fare meglio, lo faremo. Punto.

Renzi non ricorda, o fa finta di non ricordare, o meglio non dice che il Pd, in 24 capoluoghi perde 210 mila voti reali, cioé -22,5 %, cioé, rispetto alle precedenti elezioni, è stato abbandonato da un elettore su quattro, mica bruscolini. Un elettore su quattro in fuga dal Pd rispetto alle comunali del 2011. Ma le dimensioni del tracollo sono ben peggiori se il voto di domenica è paragonato con le elezioni politiche e le europee. Una débâcle che assesta un durissimo colpo al partito renziano. Qualsiasi città si prenda in esame e qualsiasi elezione si confronti, l’erosione dei voti del Pd è sempre alta, sempre in doppia cifra percentuale. Quando diminuisce l’affluenza, come generalmente è accaduto, ma anche in quei pochi casi in cui l’affluenza è cresciuta. Napoli e Roma sono sempre al fondo della classifica, sia nel paragone disastroso con le europee (-62% dei voti a Napoli, qualcosa come 81mila voti svaniti, e -50% a Roma, e cioè 257mila voti perduti), sia in quello non troppo diverso con le politiche (-55,9% a Napoli e -45,9% a Roma) sia in quello solo un po’ meno triste con le comunali del 2011 (-47,4% a Napoli e -27,3% a Roma). Milano è invece il comune in cui il Pd ha perso meno voti assoluti, ma solo nel confronto con le elezioni più vicine (-28,3% rispetto alle europee e -11,3% rispetto alle politiche) mentre se si guarda alle comunali del 2011, Milano arriva terza, dopo Napoli e Roma, nella classifica delle peggiori: -24,1% e cioè oltre 58mila voti andati in fumo.
Non ricorda o finge di ricordare che ai tempi di Bersani il PD aveva raccolto, nei 24 capoluoghi 930mila voti, l' altro ieri 720mila. A Roma Giachetti ha avuto 320mila voti, mentre Marino 512mila. Dimentica o fa finta di dimenticare che il Pd ha perduto nelle periferie delle città, nei quartieri operai, conquistati dal M5S. Forse non ha giovato questo andare a braccetto con i cosiddetti poteri forti e fare leggi, come il Jobs act, che penalizzano i ceti più deboli. 
C'è poi il problema dell' astensione.
Ilvo Diamanti, che è uno dei più acuti interpreti degli umori degli italiani, ha argomentato che il non voto non è peccato. È segno di disaffezione, consueto in tutte le democrazie avanzate. Sennonché, come hanno mostrato i risultati del primo turno delle amministrative, il non voto non sarà peccato, ma può fare molto male. Se è segno di disaffezione legittimo, testimonia pur sempre una grave condizione di malessere dei regimi democratici.
Alfio Mastropaolo, nel Manifesto, argomenta '' come negare che, oltre a governare in maniera deludente la politica ha preso le distanze dai cittadini? Mentre la crisi economica li maltrattava, la politica vi ha aggiunto la sua indifferenza. Non attenuata né da qualche esibizione televisiva condita di antipolitica, né da un’improvvisata pseudo-abolizione del senato. Per contro l’indifferenza è ribadita dall’immoralità non dissimulata di una parte non secondaria del personale politico e dai privilegi che la classe dei politici spudoratamente esibisce. Così come esibisce i suoi stretti rapporti di comparaggio con i poteri che contano. Come non notare che la politica odierna è fatta d’intrecci coi potentati economici e finanziari e di poco trasparenti circuiti che combinano affari e si spartiscono prebende, infischiandosene in compenso dei problemi dei cittadini?''.
Come dargli torto?

M5S unico vincitore

Un vincitore c'è. E’ il Movimento5Stelle: preso singolarmente, analizzando i voti dei capoluoghi di provincia, è il primo  partito in Italia, anche se poi per gli apparentamenti tra liste va al ballottaggio in pochi comuni (Roma, Torino, Savona, Carbonia). Viene escluso dal ballottaggio di comuni come, per esempio,  Benevento, Bologna, Novara, Brindisi, Olbia e Grosseto.
Il quadro dei Cinque Stelle dimostra che questo movimento è il vincitore morale di queste amministrative. Se a Roma ci può essere stato un voto di protesta o di desiderio di cambiamento nei confronti di una città mal governata negli ultimi decenni, negli altri comuni capoluogo non è questo il sentire comune. Il risultato dei 5S è molto forte. Non lo si può  chiamare voto anti-establishment. E’ un voto  per il rinnovamento. Oggi, nonostante Grillo, la Casaleggio Associati e il Direttorio è il voto possibile, il voto decente e il voto utile.
Per il M5s il risultato è "storico" e ora "cambiamo tutto" commenta nel suo blog Beppe Grillo, esultando per i risultati di Roma e Torino. "Il Pd sta scomparendo, Forza Italia ormai è quasi un ricordo", ha scritto poi ancora sul blog. Il M5S andrà al ballottaggio a Savona, grazie a Salvatore Diaspro, e sono buoni i risultati di Max Bugani a Bologna, che "ha raddoppiato i voti delle precedenti elezioni comunali. A Milano, con Gianluca Corrado il MoVimento 5 Stelle è passato dal 3% a circa il 10% e a Napoli con Matteo Brambilla dall'1 al 10%". Inoltre "ci sono già alcuni sindaci eletti al primo turno (per ora Fossombrone e Vigonovo)". Insomma, "Il MoVimento 5 Stelle è lento ma inesorabile. Cambiamo tutto!", dice Grillo.
Il voto al M5S  è un voto di inversione di tendenza, rispetto alla marcia di devastazione renziana, dalla riforma della Costituzione al capitalismo assoluto. Il capitalismo di rapina e illegalità, il capitalismo alla Mackie Messer. Il voto al M5S vuol dire salvare l’ Italia dal compimento definitivo del berlusconismo, di cui, come scrive Paolo Flores d’ Arcais, il craxismo fu l’ incubazione e di cui il renzismo è l’ apogeo, sabba e trionfo.
Il M5S potrà continuare ad andare da solo sperando di raggiungere il fantomatico 51 per cento? Potrà continuare ad affermare solo noi rappresentiamo il bene e gli altri il male? Deve comprendere che non c’ è solo il bianco e il nero. Deve capire che all’ interno di queste due grandi aree si può distinguere e articolare. Il ''cambiamo tutto'' di Grillo vuol dire questo o è ancora una affermazione da egocrate? 
La mancata alleanza con Bersani che ha portato ai governi Letta e Renzi dimostrano che il M5S da solo non potrà governare. Indica a Grillo una via: 
Disastro, invece per il Pd di Renzi. Disastro non solo nei sette capoluoghi di regione dove si è votato domenica. Il risultato per il quale Renzi ha detto «non sono soddisfatto».
La dimensione della sconfitta si può cogliere solo analizzando i voti veri e non le percentuali. Bisogna dire subito che qualsiasi città si prenda in esame e qualsiasi elezione si confronti, l’erosione dei voti del Pd è sempre alta, sempre in doppia cifra percentuale.
Nel complesso delle sette città capoluogo di regione, il Pd ha perso in cinque anni oltre 218mila voti, passando da 913.403 a 695.290: è stato in altre parole abbandonato dal 23,4% dei suoi vecchi elettori. Quasi uno su quattro.
La fuga degli elettori dal Pd renziano, scrive Andrea Fabozzi nel Manifesto, è abbastanza omogenea sia nel confronto temporale (le differenti elezioni) che spaziale (le sette città sono ben distribuite nella penisola) ed è anche discretamente indifferente all’affluenza al voto.
Ma dove sono andati questi elettori del Pd? Il Centro italiano di studi elettorali del professor D’Alimonte (il politologo che ha «inventato» l’Italicum) ha proposto ieri una prima analisi dei flussi. Limitata a Torino ma comunque molto interessante. Si calcola infatti che su cento elettori di Fassino nel 2011, solo 42 siano tornati a votarlo, mentre 32 hanno scelto la candidata del Movimento 5 Stelle e 14 si sono astenuti. L’elemento che fa parlare il Cise di mutazione genetica della base elettorale del candidato Pd (che nel complesso delle liste che lo sostengono ha perso quasi centomila voti) è che Fassino sembra aver ricevuto l’appoggio della maggioranza relativa degli elettori che cinque anni fa votarono per il centrodestra, quasi tutti in fuga da quello schieramento. Il 34% di loro è passato sotto le insegne del candidato Pd.
La coalizione di centrosinistra ha vinto solo a Cagliari che ha avuto il voto dei cittadini con la riconferma del sindaco al primo turno. A Torino con Airaudo, a Roma con Fassina, a Milano con Rizzo non è andata benissimo. Non ha allargato lo spazio politico. Gli elettori di sinistra  o sono rimasti a casa (fedeli al Pd o non hanno votato) o sono confluiti ai 5Stelle.

Qualcosa non è andato per il verso giusto. Fassina e compagni dovranno capire cosa, altrimenti saranno fuori definitivamente.