giovedì 22 dicembre 2016

VIRGINIA RAGGI SOTTOPOSTA A ACCANIMENTO POLITICO

Il direttore de La Verità Maurizio Belpietro commenta durante la trasmissione tv Terza Repubblica su La7 la grande attenzione mediatica verso le vicende della sindaca Virginia Raggi. "C'è un accanimento con scopo politico" sostiene Belpietro "la regia di questi attacchi è di Renzi".
Non so se quanto detto da Belpietro sia vero, ma è molto verosimile. Oggi i politici non parlano più ai cittadini. Il loro scopo principale è trasferire denaro pubblico nelle tasche degli imprenditori, far muovere gli appalti, vedi Tav, l' interminabile Salerno-Reggio Calabria, ponte sulle stretto di Messina, per le ricostruzioni post terremoto, le olimpiadi di Roma... per citare alcune opere che distribuiscono i finanziamenti pubblici. Altro che ideali, cedono il campo agli affari.
La Raggi opponendosi alle olimpiadi del 2024 ha rotto questo sistema. E' diventato il pericolo numero uno del sistema politici-imprenditori, ha bloccato questo tipo di collaborazioni, corrette o meno che siano.
Il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, in un articolo dal titolo Giornalopoli, scrive ''In vista delle vacanze natalizie, ecco un bel gioco di società. Si chiama Giornalòpoli ed è una specie di Monòpoli, ma con una fondamentale differenza: il vincitore è noto prima ancora di cominciare a giocare. Vincono sempre i partiti e perde sempre il M5S. Funziona così: si spara ogni giorno su tutti i 5Stelle e chiunque si trovi nei paraggi, così prima o poi qualcuno lo si azzecca (“Visto? L’aveamo detto”); i partiti invece hanno sempre ragione, a prescindere. Se sono di destra, ogni scandalo è dato per scontato e non fa notizia: immunità da assuefazione. Se si tratta del Pd, ogni scandalo resta in prima pagina un paio di giorni, poi viene superato da un altro, che però è sempre un’eccezione: suvvia, il più grande partito della sinistra europea ha migliaia di amministratori, qualche mela marcia può sempre sfuggire. Meglio sorvolare, sennò poi arrivano i populisti. Righello e bilancia. Nel kit di Giornalopoli, c’è un righello per misurare i centimetri quadrati (pochi) dedicati agli scandali dei partiti e quelli (molti) riservati agli scandali dei 5Stelle. E c’è una bilancia, per pesare e misurare le diverse gradazioni di sdegno. Se alcuni idioti pentastellati di Palermo ricopiano 2 mila firme autentiche per sanare l’errore di una firma anch’essa autentica, ma con la residenza sbagliata, la cosa è infinitamente più grave del comizio del governatore Pd Vincenzo De Luca che arringa 300 sindaci Pd per istigarli a comprare col voto di scambio decine di migliaia di Sì al referendum in cambio del “fiume di soldi” garantito da Renzi,
ilfatto_2016-12-21
e viene per questo indagato. Tra i due scandali non c’è paragone, è vero, ma i 5Stelle predicano “onestà”, mentre gli altri – meritoriamente – no. Vietato domandarsi perché mai il Pd non predica l’onestà. Quindi i 5Stelle facciano come gli altri: la smettano di nominare l’onestà e nessuno gli rinfaccerà nulla. Non si parla di corda in casa dell’impiccato.
Aggiornamenti. Come il Trivial Pursuit, Giornalopoli è soggetto a continui aggiornamenti, per tener dietro all’attualità. I prossimi saranno dedicati ai casi dei sindaci di Roma e Milano, Virginia Raggi (M5S) e Giuseppe Sala (Pd). La Raggi non è indagata, ma s’è fidata – sottovalutando i segnali che le venivano da inchieste giornalistiche e voci di corridoio – di un dirigente comunale che, come tutti i suoi colleghi, lavorava in Comune anche sotto le giunte precedenti. Si chiama Raffaele Marra ed è stato arrestato perché, tre anni prima di lavorare con la Raggi, si fece regalare un appartamento da un costruttore, pur senza mai firmare un solo atto che lo riguardasse o lo favorisse (ora poi dirigeva il Personale). Sala invece è indagato in tre diverse indagini: una per falsa dichiarazione (“dimenticò” di avere una villa in Engadina), una per truffa (lo scandalo delle monete di Expo), una per falso materiale e falso ideologico nel principale appalto dell’Expo, di cui era ad e commissario (la gara per la Piastra, truccata – secondo i pm – nel 2012 per far vincere la Mantovani). Ora, per la non indagata Raggi, fioccano le richieste di dimissioni, mentre l’indagato Sala (che s’inventa un’“autosospensione” legalmente nulla, in polemica con i pm) viene implorato di rimanere al suo posto da Gentiloni, da Renzi e da ben 140 sindaci. Così ieri ha allegramente autosospeso l’autosospensione''...
Alle parole di Belpietro si aggiunge il comportamento dei rappresentanti delle Istituzioni al Quirinale in occasione degli auguri per le Festività di Natale e Capodanno. Virginia Raggi, scrive Grillo nel suo blog,  non è ignorata complottisticamente, ma invisibile: come i cittadini a questo potere sempre più inconsapevole delle sue responsabilità. 
Ognuno può trarre le sue conclusioni. Resta il fatto che la Raggi viene attaccata perché ha interrotto la cooperazione tra politici e imprenditori, ha bloccato, come scrisse Giorgio Bocca sulla vera missione della politica, il volo di uno sciame furioso d' api tutte alla ricerca del loro miele.


martedì 20 dicembre 2016

Le launeddas ritrovate: studio su tre strumenti di autore ignoto. Oggi un incontro a Cagliari

L'Associazione culturale Iscandula
in collaborazione con
la sezione di Neuroscienze e Antropologia dell'Università di Cagliari,
la Regione Autonoma della Sardegna 
e il Comune di Cagliari
 
presenta l’incontro
 
Le launeddas ritrovate:
studio su tre strumenti di autore ignoto
 Martedì 20 dicembre 2016 - ore 18.00 -
presso la sede dell’Associazione Iscandula 
in Via Azuni, 46
Cagliari

 
Ingresso libero

 
Una scoperta inattesa e una ricerca dettagliata a caccia dell’identità, della storia, e dei suoni di tre strumenti ritrovati. Si tratta di launeddas di autore ignoto – probabilmente costruite attorno agli anni Cinquanta - che appartengono alla collezione del Museo Sardo di Antropologia ed Etnografia dell'Università di Cagliari. Un tesoro nascosto rinvenuto dal presidente dell’Associazione IscandulaDante Olianas, durante una delle ricerche sulla musica tradizionale sarda, grazie ai suggerimenti del coordinatore del museo, il dottor Marco Melis
 
È nata così l’idea di scandagliare il loro passato con un esame scientifico a partire dalle loro caratteristiche tecniche. Il compito è stato affidato a due rinomati costruttori ed esperti di strumenti sardi: i maestri Luciano Montisci e Pitano Perra. Al loro fianco un team di tre giovani suonatori e costruttori - Gianluca Piras, Michele Deiana e Graziano Montisci – che hanno misurato, restaurato e reso di nuovo funzionanti gli strumenti. Nonché ne hanno riprodotto delle copie fedeli per ricrearne le sonorità. 

Ai risultati di questo importante lavoro è dedicato l’incontro di oggi 20 dicembrealle 18, a Cagliari presso la sede dell’Associazione, in via Azuni, 46. Gli interventi, destinati anche a semplici appassionati, saranno poi accompagnati dalle note della musica delle launeddas.


 
Il programma. In apertura il saluto di Emanuele Sanna, docente di Antropologia dell'Università di Cagliari e responsabile del Museo; a seguire Paolo Frau, assessore alla Cultura del Comune di Cagliari e Dante Olianas, presidente dell’associazione Iscandula. 
 
La parola passa quindi a Marco Melis, dottore di ricerca in Scienze Antropologiche, che illustrerà la storia e le rare collezioni conservate nel piccolo ma prezioso Museo dell'Università, spesso sconosciuto pure agli appassionati di etnografia. Dante Olianas racconterà come sono stati ritrovati gli strumenti e come è nato, e si è concretizzato, il progetto. Spazio quindi ai ricercatori: Michele Deiana, spiegherà l’analisi delle caratteristiche tecniche; parlerà poiGianluca Piras che ha misurato le tre launeddas (secondo i parametri utilizzati dall’antropologo danese Andreas Bentzon, uno degli studiosi più importanti della musica tradizionale sarda); e infine Graziano Montisci, che ha collaborato con Perra alla ricostruzione.

 
A seguire i maestri Luciano Montisci e Pitano Perra illustreranno le loro impressioni: la datazione, il probabile identikit dei costruttori, la qualità dello strumento, l'uso che ne è stato fatto e le problematiche emerse durante le sessioni di lavoro. Dalla teoria alla pratica: a seguire un concerto di launeddas in cui verranno utilizzati sia gli strumenti ritrovati, sia le copie ricostruite. Si esibiranno i suonatori Gianluca Piras, Michele Deiana e Graziano Montisci. In chiusura un buffet aperto a tutti a base di prodotti sardi.

L’Associazione Iscandula ringrazia "Bestimentas" per la collaborazione.

 
***
 
Info e contatti dell'Associazione Iscandula
E-mail: sisacandula@tiscali.it
tel.: 3482256594; sito: www.launeddas.it;
facebook: www.facebook.com/Iscandula?fref=ts

"NOTIZIE OLTRE I MURI", IV RAPPORTO CARTA DI ROMA SULL' IMMIGRAZIONE




PRESENTATO IL IV RAPPORTO CARTA DI ROMA, "NOTIZIE OLTRE I MURI"
Nel 2016  assistiamo a una "normalizzazione" del tema dell’immigrazione sulle testate mainstream. E mentre i media tradizionali non producono direttamente hate speech, il linguaggio d'odio dilaga sui social
«Nel quadro restituito dall’analisi su articoli e servizi si conferma la necessità di un sistema di informazione che segua percorsi autonomi, che vada a fondo nelle notizie, che fornisca ai cittadini un quadro completo dei problemi in modo che possano formarsi un giudizio. Non ‘produciamo’ hate speech e, nella generalità dei casi, evitiamo di diventarne veicolo. Tuttavia dovremmo riflettere sul fatto che l’hate speech, quello che dilaga nei social network, trova alimento nella cattiva informazione. Ed è questa la ragione per cui non possiamo sentirci innocenti», ribadisce Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma, in occasione della presentazione avvenuta oggi alla Camera dei deputati di “Notizie oltre i muri” - IV Rapporto Carta di Roma, curato dall'Osservatorio di Pavia in collaborazione con l'Osservatorio europeo per la sicurezza.

Nel 2016 la presenza delle notizie in prima pagina sui quotidiani è stata ancora alta: con 1.622 notizie dedicate al tema dell’immigrazione è stato registrato un ulteriore aumento degli articoli in prima pagina sui quotidiani esaminati, mentre nei telegiornali la visibilità̀ del fenomeno migratorio si è attestata su 2.954 notizie in 10 mesi con un calo del 26% rispetto al 2015.
«Il 2016 appare, dunque, come l’anno della “metabolizzazione” del fenomeno migratorio" -  spiega Paola Barretta, Senior Media Analyst dell’Osservatorio di Pavia - con una netta presenza sulle prime pagine dei quotidiani o nelle agende dei notiziari, senza i picchi e i “record” di visibilità̀ dell’anno precedente. Un fenomeno continuamente visibile e in 1 caso su 2 associato alla politica».

I politici al centro del dibattito sull'immigrazione

Quest’anno, infatti, è la politica la protagonista del racconto mediatico del fenomeno migratorio. Esponenti politici istituzionali italiani sono intervenuti in voce nei telegiornali di prima serata nel 33% dei servizi sull’immigrazione, mentre gli interventi degli esponenti politici e istituzionali dell’Unione europea e degli stati europei sono pari al 23%: sommando le due tipologie arriviamo a calcolare che in 1 servizio su 2 il dibattito sull'immigrazione è animato da politici.
La voce di immigrati, migranti e rifugiati viene invece data solo nel 3% dei servizi e spesso in cornici narrative e contesti tematici negativi. Un dato ancora più negativo rispetto al 2015, quando erano presenti nel 6% dei servizi. 
«I rifugiati sono trattati dai media come spettatori che assistono passivamente a ciò che accade, non come protagonisti, attori - afferma Maria Cuffaro, giornalista Rai - Noi non diamo loro voce: sono trattati come una categoria, mentre lo status di rifugiato è in realtà una condizione. Manca una sistematizzazione dell’informazione, andiamo avanti per inerzia. Come giornalisti dovremmo fermarci a pensare in modo critico al nostro ruolo di mediatori dell'informazione: dovremmo dare agli ascoltatori gli strumenti per compiere scelte consapevoli».

Allarmismo in calo, ma non nella cronaca nera

Nel 2016 è stato registrato un calo della componente allarmistica, che si può spiegare in ragione dell’ampia visibilità che hanno avuto le dimensioni della politica e della gestione europea e nazionale dell’accoglienza.
Permangono tuttavia toni ansiogeni nella cronaca nera e sul rischio di attentati di matrice jihadista: è soprattutto questa seconda dimensione quella che evoca maggiore insicurezza, sia per la presunta presenza sul nostro territorio di migranti potenzialmente appartenenti a reti estremiste sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche tra i rifugiati in arrivo sulle nostre coste.
«Naturalmente, non possiamo sentirci sollevati se - e perché - l’immigrazione viene utilizzata e amplificata di meno, sui media. Per assuefazione. Perché viene strumentalizzata da un soggetto ancor più impopolare e inquietante come la “politica politicante” - commenta  Ilvo Diamanti, professore di Analisi dell’Opinione pubblica all’Università di Urbino e direttore scientifico di Demos - Va sottolineato, ancora, come, a differenza del passato, il rapporto fra immigrati e insicurezza sisia, in parte, rovesciato nella narrazione mediale. In quanto, spesso, i media si sono occupati e si occupano degli immigrati non come autori, ma come vittime di violenze e discriminazioni».

Accoglienza e normalizzazione degli sbarchi

Nei quotidiani più della metà dei titoli nel corso dell’anno ha riguardato muri e frontiere (57%) mentre la restante parte di titoli/notizie (il 43%) è la cronaca degli sbarchi e delle tragedie del mare, raccontate nella loro crudezza e sofferenza insieme. Gli sbarchi diventano normali ma non lo è quello che accade un attimo dopo. Poco e nulla viene raccontato di ciò che accade prima che migranti e rifugiati mettano piede in Italia e, in generale, in Europa: i paesi di transito e origine dei flussi sono spesso dimenticati.
Infatti, pur essendo di nuovo l’accoglienza (con il 34%) il tema attorno al quale ruota la maggior parte della comunicazione sull’immigrazione, è diminuito rispetto al 2015 di oltre 20 punti percentuali. Tra le questioni assenti, oltre a quella del post-accoglienza e dell’integrazione, vi è anche quella dei corridoi umanitari.

I casi: Brexit e l'omicidio di Fermo

Tra gli eventi più importanti del 2016 rientra il referendum sulla Brexit. In media in tutti i telegiornali, in 3 servizi su 10 (nella settimana a cavallo del voto) è presente una associazione tra le ragioni e/ogli effetti della Brexit e il fenomeno migratorio. Questo binomio (immigrazione-Brexit) incrementa la propria visibilità dopo l’uccisione, il 17 giugno, della deputata laburista Jo Cox, ad opera di un sostenitore dei neonazisti, in tutti i telegiornali europei e specialmente in quelli inglesi.
In Italia, il 6 luglio 2016 Emmanuel Chidi Nnamdi, nigeriano di 36 anni, muore in ospedale dopo essere stato picchiato violentemente da Amedeo Mancini, quarantenne ultrà della squadra locale di calcio. Le istituzioni si stringono compatte attorno alla vedova di Emmanuel condannando nettamente la matrice razzista; allo stesso tempo, però, il fatto di cronaca nera diventa tema politico e iniziano le prime schermaglie, fra opinioni divergenti su razzismo, politiche di immigrazione, discorsi di odio.

Hate speech e deumanizzazione del linguaggio

«Il Guardian ha definito la nostra era come quella della rabbia e le bufale online lucrano proprio sull’odio. Le vittime dell’odio sono coloro che hanno meno strumenti per difendersi, è per questo che in Parlamento europeo ci siamo soffermati sull’hate speech, l’illecito incitamento all’odio online», così Cécile Kyenge, parlamentare europea, ribadisce che «le Istituzioni e la società civile debbono lavorare insieme. Dobbiamo pensare che ci troviamo in momenti difficili per chi produce informazione perché il fruitore ne è inondato. Due fattori influenzano i media: arrivare per primi e raccontare verità. I media si concentrano troppo sul primo, a discapito di ricerca e racconto della verità, che dovrebbe essere primo obiettivo di stampa in un paese libero e democratico. I cittadini chiedono sempre di più informazioni verificate e approfondite. Mantenendo fermo il punto della libertà d’espressione dobbiamo capire quando esso diventa violenza».
Dunque, nonostante la legislazione contro l’hate speech e le norme di autoregolamentazione delle piattaforme social, si assiste alla proliferazione di linguaggi profondamente intolleranti a contorno di una vicenda drammatica.
La tematizzazione politica, però, prolifera mescolando cronaca nera, disagio sociale, visioni politiche fino a sfociare nei social media in un violento scontro ideologico fra accuse di razzismo da una parte ed eccesso di buonismo verso gli immigrati dall’altra.
«La stampa ha avuto un ruolo importante nella Wilkommenskultur, nella la “cultura del benvenuto” tedesca – racconta Karl Hoffmann, corrispondente del servizio pubblico radiotelevisivo ARD, comparando la situazione italiana a quella tedesca – Nel 2015 “rifugiati” era stata scelta dalla società della lingua tedesca come parola dell’anno: aveva un’accezione positiva, legata all’accoglienza e all’empatiaCon i fatti di Colonia c’è stato un cambiamento: attraverso i social sono stati diffusi paura e odio e con essi la percezione che la stampa fosse di parte. Nella classe media si è radicata la convinzione che i media fossero semplici portavoce del governo, parallelamente sempre più gente si affida ai social media per cercare informazioni».
Su Twitter si assiste a una sguaiata deumanizzazione del linguaggio: compaiono insulti razzisti e sessisti violentissimi, si estremizzano opinioni in un conflitto virtuale fra parti avverse, abbandonando ogni remora di giudizio.  È sui social che il dialogo sfocia in conflitto verbale aperto. Così le vittime diventano carnefici, le violenze vengono giustificate come atti di legittima difesa. Singoli atti e singoli responsabili diventano simboli estesi e generalizzati a interi gruppi. Intere categorie. Profughi, africani, nigeriani e, infine, gli immigrati tutti. Stigmatizzati senza distinzione.
[clear]
Per il IV Rapporto Carta di Roma, “Notizie oltre i muri” clicca qui.
Per la sintesi dei dati contenuti nel rapporto clicca qui.

venerdì 2 dicembre 2016

RENZI, IL PRESTIGIATORE


Matteo Renzi , in questi ultimi giorni sbandiera in Tv una scheda elettorale per dimostrare che il Senato sarà eletto dai cittadini. 
E' un falso. E' un gioco di prestigio.
Questa scheda noi cittadini non la vedremo mai. E' una illusione da prestigiatore. Si vede ma non c'è.
La riforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini prevede che i senatori siano eletti dai Consigli regionali, tra i consiglieri regionali e i sindaci della Regione. Il nuovo articolo 57 dice che l'elezione avverrà con metodo proporzionale in conformità ai risultati delle elezioni regionali, il che significa semplicemente che dovranno essere rappresentate la maggioranza e le opposizioni formatesi nei Consigli stessi. Nella stragrande maggioranza dei casi per ogni Regione in Senato sarebbero rappresentati solo due partiti. Nessuna scheda elettorale potrà inoltre indicare quale dei sindaci sarà nominato Senatore: lo decideranno i partiti presenti nel Consiglio regionale. I cittadini, residenti ed emigrati non voteranno mai più per il Senato.
Questa è la verità reale, non quello che propone illegittimamente un disegno di legge depositato da un gruppo di parlamentari del PD..
Forse non è illegale, ma certamente non è moralmente lecito utilizzare i bambini nella campagna elettorale per il referendum.


Il referendum e il futuro dei nostri nipoti

da MicroMega
di Pierfranco Pellizzetti

Miei cari Alice, Federico, Francesca e Sofia,
quando arriverà il tempo, i vostri genitori vi racconteranno di questo nonno ben poco saggio, tossicodipendente da politica. Un vecchiaccio convinto che «l’economia dovrebbe essere materia per specialisti – come l’odontoiatria (sarebbe magnifico se gli economisti riuscissero a farsi percepire come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto)», mentre ognuno dovrebbe interessarsi di politica e parteciparvi attivamente. Se la precedente frase tra virgolette sulla questione economisti tirava in ballo un signore di cui questo vostro antenato è fan entusiasta – un gentleman inglese chiamato John Maynard Keynes, che studierete andando all’Università (ma non alla Bocconi o alla LUISS, per favore!) – sulla politica vi trascrivo l’opinione di un gentleman ateniese di 2.500 anni fa, Pericle: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile».

Tante parole per giungere a dire che il momento in cui sto scrivendo non è il tempo del politico e tantomeno del giurista, bensì dell’economista. Nella sua versione volgare di trombettiere degli interessi dei ricconi; a danno di quanti hanno meno in tasca e più speranze nella testa e nel cuore. Soprattutto i giovanissimi come voi. Che potranno realizzare i propri progetti di vita solo se la politica tornerà a essere il grande spazio pubblico in cui la libera discussione si appropria del futuro.

Contro questo modo di pensare operano grandi organizzazioni interessate a sostituire la costruzione del domani con un presente immobile che cristallizzi i loro privilegi. E per fare questo non indietreggiano davanti a nulla. Soprattutto hanno fatto predisporre dai loro servitori una neo-lingua (come nel libro di George Orwell “La fattoria degli animali”, che dovrete assolutamente leggere) dove niente corrisponde a quanto dichiara: la “buona scuola” vuol dire che c’è uno che comanda e tutti zitti in riga, “Jobs Act” vuole dire che per trovare un lavoro bisogna rinunciare ai propri diritti e alla propria dignità, “decidere” vuol dire che chi sta in cima non deve rispondere a nessuno, ridurre i costi della politica vuol dire rinunciare a eleggere i propri rappresentanti, e così via. Il gigantesco trucco affidato alle chiacchiere di un venditore di fumo chiamato Matteo Renzi. Il quale ha pensato bene di raggiungere l’obiettivo affidatogli dai padroni del mondo (un’accozzaglia di banche e affaristi specializzati nell’accollare i propri debiti a tutti noi) depurando la nostra legge fondamentale (la Costituzione italiana) dai fondamenti che ci consentono di essere ancora una democrazia, seppure imperfetta. La Costituzione che inizia dicendo che questa nostra democrazia è fondata su quanto più infastidisce Renzi e i suoi capi: il lavoro, come dignità e responsabilità delle donne e degli uomini.

Per questo, per difendere la vostra possibilità politica di guidare domani una democrazia meno imperfetta, questo nonno, come tanti altri, si è impegnato a lottare contro gli imbrogli dei padroni che vogliono decidere delle nostre e delle vostre vite.
Ci tengo che lo sappiate. È quanto lascio a ognuno di voi, con una preghiera: «non dire mai che sono stato indegno, che/ disperazione m’ha portato avanti e son rimasto/ indietro, al di qua della trincea./ Ho gridato mille e mille volte NO,/ ma soffiava un gran vento, e pioggia, e grandine:/ hanno sepolto la mia voce. Ti lascio/ la mia storia vergata con la mano/ di una qualche speranza. A te finirla». Sono le parole di un poeta della resistenza greca, Kriton Athanasulis, che mi sono care. Che spero trovino un posticino nei vostri giovani cuori. È questo che vi lascio. Attendo nuove.
Con amore.
Nonno Pierfranco

Flores d’Arcais su Le Monde: “Perché NO alle bugie di Renzi”

da MicroMega
di Paolo Flores d'Arcais, da Le Monde, 1 dicembre 2016

Renzi sostiene che la sua riforma costituzionale ha due meriti fondamentali: è razionale, perché elimina il doppione legislativo tra Camera e Senato, causa a suo dire fondamentale della lentezza, farraginosità e infine impossibilità di affrontare i problemi del paese; è pro-cittadino e anti-“Casta”, perché riduce i costi della politica, togliendo così argomenti alla demagogia populista che è sempre più pericolosa (secondo Renzi chi in Italia vota “No” apparterrebbe alla stessa ondata reazionaria del lepenismo, della Brexit, della vittoria di Trump).

Due falsità. Due assolute menzogne.

Il Senato non viene abrogato. Viene nominato dai consigli regionali, e continua ad avere funzioni legislative, benché in teoria più limitate. Ma il nuovo art. 70, che le elenca, è scritto in modo talmente complicato e contraddittorio che i maggiori giuristi ne hanno già dato cinque o sei interpretazioni tra loro incompatibili. È prevedibile un vero “can can” di ricorsi per ogni legge contestata, fino alla Corte Costituzionale. In tal modo il processo legislativo non solo non diventa più veloce ed efficiente ma rischia la paralisi. 

In compenso i presidenti o consiglieri regionali o sindaci che saranno nominati senatori godranno delle immunità parlamentari rispetto ad arresto, perquisizioni, intercettazioni, ecc., un regalo preziosissimo per la “Casta”, visto che negli ultimi anni il tasso di corruzione (e condanne) nelle Regioni e nei grandi comuni è aumentata in modo esponenziale.

Il risparmio è risibile (57,7 milioni annui, fonte ufficiale della Ragioneria dello Stato), un taglio alle pensioni degli ex parlamentari o agli stipendi dei parlamentari attuali garantirebbe molto di più (la legge proposta in questo senso dal “Movimento 5 stelle” è stata da Renzi rinviata in commissione, cioè alle “calende greche”!). La vera indecenza del costo della politica consiste nelle decine e decine di migliaia di inutili consiglieri di amministrazione di aziende pubbliche (ogni piccolo comune ha le sue), le decine e decine di migliaia di consulenze di nomina politica, il groviglio ciclopico di enti inutili, e insomma i milioni di persone che “vivono di politica”, e lautamente, per meriti che con il merito hanno ben poco a che fare. Una “Casta” che Renzi consolida.

La sua controriforma (chiamiamola col vero nome) cambia 47 articoli su 139, rappresenta una nuova Costituzione, con carattere spiccatamente oligarchico, non solo per lo strapotere dell’esecutivo ma per l’abrogazione di fatto di ogni potere di controllo (magistratura, “authorities” di garanzia, autonomie culturali, ecc.). Infatti, insieme alla nuova legge elettorale (è lo stesso Renzi ad aver presentato le due cose come complementari), se passa la controriforma della Costituzione il partito di maggioranza nominerà a propria immagine il Presidente della Repubblica (e potrà facilmente metterlo sotto accusa se non obbedisce), la Corte Costituzionale, tutte le “authorities”, il Consiglio Superiore della Magistratura (da cui dipendono tutte le nomine nelle Procure e nei tribunali), e accentrerà senza più contrappesi il potere sui beni culturali e ambientali, trasformandoli in “risorse economiche” e niente altro, come già sta facendo.

Oggi le tre forze politiche principali (Renzi, Grillo, Berlusconi/Salvini) hanno un consenso elettorale del 25/30% (il resto si disperde tra liste minori). Con meno di un terzo dei consensi (ma ormai vota solo il 60%, dunque con il sostegno di poco più di un quarto dei cittadini) il “Capo” che vince (chiunque esso sia, e per molte generazioni) avrà poteri che tutta la tradizione liberaldemocratica ha sempre considerato proto-totalitari. 

La demagogia di Renzi urla che il voto per il “No” significa immobilismo. Ma la vera conservazione è la sua controriforma, disegnata su misura per il rafforzamento, il radicamento, la costituzionalizzazione, di un sistema oligarchico che in Italia è un kombinat affaristico-politico-corruttivo con sempre più vaste sponde mafiose (secondo il “Tax Research” di Londra il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, per la Banca d’Italia nel 2008 la “economia non osservata” costituisce il 31,1% (di cui il 12,6% legato alle attività criminali). Da quando Renzi è al governo questi “mondi” hanno avuto vita ancora più facile. 

In Italia la vera bandiera riformista e progressista è sempre stata la realizzazione della Costituzione del 1946, osteggiata e impedita dai governi che si sono succeduti, per il carattere fortemente egualitario e sociale di tale Costituzione, nata dalla Resistenza. 

In realtà la controriforma di Renzi è solo una versione (peggiorata) di quella di Berlusconi di dieci anni fa. Oggi Berlusconi a parole dice “No” (concorrenza tra progetti oligarchici!), ma le sue televisioni sono tutte schierate massicciamente per il “Sì”. Ovviamente sia il fronte del “Sì” che quello del “No” sono variegati e contraddittori, ma la componente essenziale del “No” è data dai milioni di cittadini che in modo autonomo (la “società civile”), negli ultimi venticinque anni si sono impegnati, spesso con gigantesche manifestazioni di piazza, per una politica di “giustizia e libertà”, contro il regime di compromesso di fatto tra Berlusconi e il Pd che si alternavano al governo. 

Queste forze oggi trovano espressione elettorale solo nel “Movimento 5 stelle” di Beppe Grillo. Ambiguo e contraddittorio, ma certamente non assimilabile ai populismi di destra che dilagano nel mondo, come Renzi ripete in questi ultimi giorni dai teleschermi per spaventare, e conquistare i voti di destra (lo dice apertamente). Grillo ha ricordato – giustamente – che senza il suo movimento in Italia la protesta anti-establishment avrebbe trovato una sua “Alba dorata” e altri lepenismi.

Ecco perché la vittoria del “Sì” vorrebbe dire la perpetuazione del conformismo d’establishment (con una nuova “Casta” al posto della vecchia), mentre la vittoria del “No” il riaprirsi della speranza, benché difficile e faticosa.