sabato 10 giugno 2017

Quattro leader stanchi per le città al voto

fonte L'ESPRESSO
Marco da Milano, vicedirettore dell' Espresso,  nel suo 

Quattro leader stanchi per le città al voto

analizza le elezioni amministrative di domani, che vedranno andare al voto nove milioni di Italiani. Elezioni che hanno coinvolto poco il dibattito nazionale dei partiti tutto rivolto alla legge elettorale e alle politiche. Queste amministrative sono invece importanti per stabilire gli appeal di Renzi, Grillo, Salvini e Berlusconi sugli elettori. E' importante soprattutto per Renzi  alla sua prima vera prova elettorale da semplice segretario del Pd, senza la presidenza del Consiglio, senza il doppio incarico.



Quattro leader stanchi per le città al voto

''Nel bel mezzo di uno scontro politico termo-nucleare, la tela del Gbr (il Grillo-Berlusconi-Renzi) che si lacera nell'aula di Montecitorio, l'Accordone sulla legge elettorale tedesca strappato con un giro di valzer all'italiana, di quelli che durante le guerre ottocentesche e novecentesche hanno fatto impazzire austriaci e germanici, l'Italia che non conclude mai un conflitto con gli stessi alleati con cui l'ha iniziato, ecco – ce lo siamo tutti dimenticato – arriva anche il turno delle elezioni amministrative.

Nulla in confronto alle elezioni inglesi con la resurrezione della sinistra, la new old left di Jeremy Corbin, o il primo turno delle legislative francesi con la leadership di Emmanuel Macron, d'accordo. Ma in ogni caso nove milioni di elettori al voto, sessantaquattromila candidati, oltre mille comuni, venticinque di capoluogo: tra questi  Genova ,  Palermo ,  Parma ,  Verona . E poi Padova, la Taranto dell'Ilva, la Trapani degli scandali politico-mafiosi, L'Aquila del dopo-terremoto mai iniziato. E Lecce, Frosinone, Lucca, Piacenza, Gorizia...
Elezioni quasi dimenticate dai leader. Troppo impegnati a Roma, a organizzare la data del voto nazionale, il 24 settembre molto gettonato  è naufragato alla Camera  con il voto segreto del Trentino. Pochissimi comizi: ancora una volta, come successe nel 2013, in piazza si è visto quasi unicamente Beppe Grillo, in Sicilia e in Piemonte, a Taranto dove si era avventurato in solitudine nel gennaio 2013. Ma le piazze non sono piene come allora e il comico trasformato in capo-partito se n'è lamentato.


Cinque anni fa furono proprio le elezioni amministrative nelle stesse città in cui si torna a votare domenica 11 giugno a lanciare il Movimento 5 Stelle. Vittorioso al ballottaggio a Parma, città simbolo, nell'Emilia rossa ma governata da un centro-destra spendaccione e indagato, con il debuttante assoluto Federico Pizzarotti. Una vittoria clamorosa, in quel 2012 che funzionò da incubatore di tanti fenomeni: governava Mario Monti con i suoi tecnici, i partiti della maggioranza, l'Abc (Alfano-Bersani-Casini, che potenza evocativa questi acronimi!) aspettava anche allora, come oggi, la data del voto. E intanto M5S conquistò Parma. Quel pomeriggio, alla conferenza stampa post-voto, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si presentò nella sala di largo del Nazareno. Non lo dirà, pensai quandò entrò sotto le telecamere, non farà l'errore di dirlo... E invece lo disse: «Non è vero che il Pd perde ovunque contro Grillo. A Garbagnate e a Budrio abbiamo vinto». Soddisfazioni.

Qualche mese fa, lanciando la sua candidatura a premier del centrosinistra contro Bersani, il sindaco di Firenze Matteo Renzi spiegò: «Ho deciso di candidarmi dopo la sconfitta di Parma. Non voglio che succeda anche a livello nazionale: sogno un Pd che vince con il 40 per cento, non uno che perde contro Grillo con il 25».

Le elezioni dell'11 giugno non avranno lo stesso significato e le stesse conseguenze, ma sono importanti per valutare lo stato di salute dei quattro partiti che avevano firmato il patto sul sistema elettorale tedesco, tradendolo alla prima curva. Grillo non è più un outsider, rischia di non andare ai ballottaggi nei comuni più importanti, amara rischia di essere  Parma , dove Pizzarotti nel frattempo uscito dal Movimento dopo essere stato sospeso minaccia di vincere senza il Movimento (c'è vita fuori da M5S), amarissima forse la sua Genova, dove il fondatore del Movimento è arrivato a capovolgere il risultato della Rete per portare al comune la candidatura di Luca Pirondini.
Palermo il Pd è sparito nelle accoglienti liste civiche che appoggiano l'eterno Leoluca Orlando, sindaco già nel 1985 con la Dc, quando Renzi aveva dieci anni. In qualche altra città si sperimenteranno alleanze spurie con pezzi di Forza Italia, ma al ballottaggio. E c'è l'attesa di un risultato positivo per il Pd che rilanci il partito dopo le batoste di un anno fa (Roma e Torino alle sindache di M5S) e del referendum elettorale. C'è aria di macchine stanche, di apparati arrugginiti, di leader svogliati. Di sciogliete le righe in vita di elezioni nazionali che sembravano vicine e che si sono all'improvviso allontanate. E poi ci sarebbero le città con i loro problemi, le speranze, le sofferenze, il territorio nazionale cicatrizzato a stento dopo mille ferite e da ricostruire. Ma di questo quasi nessuno ne ha parlato. E dopo la notte di domenica si tornerà alla Camera. A ricominciare la guerriglia sulla legge elettorale''.

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